Questa notte è venuto a mancare alla veneranda età di ottantanove anni un artista che ha rivoluzionato il suono della chitarra elettrica. Uno dei migliori bluesman di sempre, un grande uomo, sia fisicamente che eticamente.
A te va tutto il mio affetto e la mia stima B.B. King. Chi ti ha ascoltato non dimenticherà mai il tuo timbro che raccontava l'anima del mondo, la tue note che saettavano luce e tenebra a seconda di ogni tuo tocco, del tuo stato d'animo. Un piccolo omaggio alla tua enorme musica.... Goodbye King of blues!
Da tempo avrei voluto parlare di questo disco. Ma il momento sembrava sempre essere quello sbagliato. Vuoi perchè stavo ascoltando cose completamente diverse, vuoi perchè la trasformazione musicale di Pino non mi garbava molto, vuoi perchè era scomparso da poco; mi era sempre apparso inopportuno accostarmi a questa splendida opera. Oggi questo senso di inappropriatezza del tempo è venuto meno, e mi sento di buttare giù due righe per uno degli album che hanno segnato la mia infanzia e prima adolescenza. Vi è mai capitato di viaggiare sull'auto di vostro padre che tiene nel lettore per giorni, a volte mesi, lo stesso disco? Sono certo di si. A me capitava, e capiterebbe ancora (non fosse che lo stereo nell'auto di papà non funziona più), spesso. E il più delle volte se fortunatamente non c'era qualcosa dei Pooh (non me ne vogliano i loro tanti fan) allora c'era Nero a metà di Pino Daniele. Per cui credo di aver ascoltato queste canzoni centinaia e centinaia di volte prima di invaghirmene e di coglierne l'importanza. E grazie a Dio a mio padre non piacciono solo i Pooh! La malinconia acerba di uno "scugnizzo" napoletano dalla voce peculiare ed espressiva intrecciata alle note della sua vibrante chitarra, riecheggiante ritmi americani, ora blues, ora soul, ora funky... che dire, un vero uragano di rinnovamento nella canzone italiana, impantanata in quegli anni (parliamo dei primissimi ottanta) tra paillettes di gruppi quantomeno monotoni. E se escludiamo la scena cantautoriale, che in Italia ha quasi sempre avuto una buona salute, e lo sperimentalismo dei Napoli Centrale, in quel periodo musicalmente parlando il nostro paese era quasi nell'oblio rispetto all'Inghilterra e all'America che producevano super gruppi, i quali avrebbero segnato la storia del rock e non solo. In mezzo a questo nulla risultante dalle macerie della canzone popolare prima, e del gaudente prog rock italico poi, spunta una scena napoletana che promette qualcosa di nuovo. Che conosce i grandi miti della chitarra, del blues, ma che non si dimentica delle proprie radici. Pino Daniele è stato indubbiamente il più alto esponente di questo genere, e prima di lasciarsi andare ad "esperimenti" un pò troppo poppaioli e latineggianti (molto Santana's way per intenderci) ha segnato un solco originalissimo nella nostra cultura musicale, dal quale sono germogliati brani indimenticabili . Tornando a me e alla macchina di mio padre, culla del mio svezzamento musicale, già a otto o nove anni non riuscivo a non sentirmi coinvolto quando dall'altoparlante veniva fuori una voce che sbraitava " A me me piace o Blues e tutt'e juorn aggià kantà!" Quella di Pino era un'energia speciale, che solo i veri artisti riescono a trasmettere. La sua inadeguatezza la esprimeva in testi forti, così forti che anche le persone più semplici, come me che all'epoca ero solo un bambino, riuscivano a sentirla. Ecco perchè il popolo lo ha sempre amato. Perchè Pino parlava con loro, e spesso come loro. Quando c'è una storia dietro ad una canzone, riesci sempre ad intuirne l'intensità. La musica non si fa col bilancino o con le regolette dei professoroni, ma con "il sangue e il sudore". Questa è la sola musica che ho voglia di ascoltare. E questo è quello che ci racconta il testo di "Musica, musica" un'altra delle mie canzoni preferite da bambino, tanto che quando andavo a scuola ne scrivevo qualche verso sulla lavagna. "Con la musica, musica posso dirti anche no". Tipico di chi si è sempre sentito un pò sfigatello e ha trovato nella musica il solo modo per riscattarsi. Ma oltre i testi, quello che più colpisce delle composizioni di Daniele è la melodia. Una melodia superba che pesca dalla migliore tradizione del Blues ma che non disdegna affatto le atmosfere più prettamente mediterranee (ascoltasi I say i'stò ccà) creando un connubio sonoro che si fa a volte più drammatico e poetico (Appocundria) e altre più spavaldo e rockettaro (Puozza passà nu guaio). Il tutto accompagnato naturalmente dalla caratteristica chitarra del cantautore partenopeo, inconfondibile. Qualcuno ha paragonato Pino Daniele a Jimy Hendrix, in un ottica tutta italiana ovviamente. Non voglio scomodare il più grande chitarrista di sempre, ma di sicuro Pino Daniele è stato uno dei pochi in Italia a tentare di seguire la sua lezione. Ha dato un carattere musicale internzaionale alle sue canzoni, e ha scritto tante piccole poesie sulla condizione di un uomo, spesso dell'uomo, disegnando con parole semplici grandi orizzonti per chi lo avrebbe seguito. Perchè Pino era proprio come questo suo album. Era forte e fragile al tempo stesso, era incazzato ma anche indifeso, era spavaldo ma anche dolce, ironico e gioioso eppure triste. Suonava come un bluesman americano ma cantava in napoletano, aveva un corpo robusto ma una voce acuta e suadente. Infondo lui uno a metà lo è sempre stato. E questo album lo descrive meglio di qualunque altro, proprio così com'era: Nero a metà.
La possibilità di poter vedere il prossimo sabato sera il concerto di questi tre bravi musicisti rappresenta un ottimo pretesto per scrivere la recensione del loro primo ed omonimo LP.
Credo che non sia inopportuno affermare che il leader di questo trio è uno dei migliori chitarristi e songwriter degli ultimi vent'anni, snobbato purtroppo dalle grandi reti della musica commerciale, riesumato continuamente dalla critica, senza riuscire mai (ma probabilmente senza neanche volerlo) ad arrivare alla ribalta delle grandi masse.
Si, perchè Geoff Farina (già leader dei fenomenali Karate) fa musica adatta a luoghi piccoli, ma capace di aprirsi un varco enorme nei cuori di chi l'ascolta. E così vi potrebbe capitare di ascoltarlo sabato prossimo, di sfuggita magari, al Beat Cafè di San Salvo,come fosse uno dei vostri amici che suona in una band emergente. Eppure lui ha scritto un bel pezzo di storia del rinnovamento nella musica rock; ma si sà, il clamore mediatico circonda più spesso le cose mediocri che quelle notevoli.
Ad ogni modo non credo che a Geoff interessi più di tanto; infondo penso che a lui piaccia così, che abbia bisogno del contatto diretto con l'intimità dei locali, con la normalità della gente, per partorire le sue belle canzoni.
Dunque, dopo quasi dieci anni d'attesa possiamo goderci il suo ritorno alla chitarra elttrica e alla musica rock. Ed è un grande ritorno.
L'album degli Exit Verse non ha molto da spartire con i lavori dei Karate. Certo, si sente l'inconfondibile tocco di Geoff, si sente l'amore per un certo tipo di atmosfere da periferia suburbana, ma non troverete vezzose sferzate jazz, e nemmeno la carica rabbiosamente grunge dei primi dischi.
Ma avrete l'opportunità di apprezzare un lavoro solido, compatto, intelligente, e molto semplicemente: rock. E direi che oggi questa è una bell'ondata di freschezza. Niente tastiere, niente effetti, niente sovraincisioni, solo tre uomini che suonano rispettivamente la batteria, il basso e la chitarra, e che (cosa incredibile nella musica odierna) sembrano davvero divertirsi!
Il taglio di un bell'overdrive, una batteria "dritta" e costante, un basso denso e conturbante e il gioco è fatto. Gli Exit Verse riescono a far sembrare una sciocchezza quello che la maggior parte delle band si affatica invano a cercare per tutta la carriera: hanno un bel tiro, davvero un bel tiro. Tanto che viene voglia di mettere sù "Under The satellite", girare le chiavi della macchina, passare a prendere la tua ragazza (Addò vaglie senza Chiarett) e partire per un viaggio senza meta, giusto per il gusto di viaggiare, di sentire questa musica che ti abbraccia e tira avanti, che ti fa dimenticare, che ti fa battere la mano sul volante a ritmo di Rock and Blues.
(Possibilmente munirsi di macchina a metano!)
I tre ragazzi non si trastullano a mettere in mostra tutte le loro potenzialità, tirano solo un dannato groove trascinante che sembra durare all'infinito, o quantomeno per l'intera durata del disco. Farina mette giù poche note delle sue, che bastano a rendere il tutto più raffinato e smisuratamente al di sopra della media. Poi arriva "Seeds" e per un attimo sembra di risentire i Karate dei tempi d'oro, con quei ritmi sincopati e dannatamente innovativi nella loro disarmante frammentazione. Ma ti rendi subito conto che si tratta di una semplice impressione. Qui non c'è più nulla di celebrale ed estremamente ricercato, c'è solo la potenza scrosciante e irrefrenabile del miglior rock made in USA, con un tocco di malinconia e sensibilità prettamente europei.
"Pull out the Nails" piacerebbe pure a una quattordicenne invaghita dei One direction, e probabilmente anche a mia nonna Pasqualina che ama le tarantelle di paese. Ma come fa a non piacerti!!?? Senti quella voce così sciolta e densa allo stesso tempo, senti questo ritmo che ti chiama, senti questa chitarra che si divincola allegra tra la morsa incessante del charleston e del basso.
Senti i Power Chord di "Silver Stars" che ti accompagnano ad un ritornello che si apre in un canto sprizzante gioia e vitalità, salvo poi fermarsi nuovamente, lasciandoti con quel maledetto sapore d' amaro in bocca, che però stavolta è un pò meno amaro.
Si annusa anche qualche nota del John Mayer di Continuum in queste esaltanti cavalcate blues.
Ma Geoff, con tutto il rispetto del prodigioso John, è un'altra cosa per quelli come me.
Lui figo non lo è e non lo è stato mai. Non ha avuto relazioni con dive di Hollywood e dintorni, non ha i capelloni castani ondulati, anzi di capelli gliene sono rimasti piuttosto pochi. E non ha nemmeno la faccia rilassata e fresca di uno che ha ricevuto più sì che no nella vita.
Direi che ha lo sguardo di un ragazzo un pò cresciutello della periferia di Boston, che non ha mai avuto l'ambizione di conquistare il mondo con le sue canzoni.
Ha lo sguardo di uno che puoi tranquillamente incontrare al bar del tuo paese o del tuo quartiere, nascosto dietro una pinta di birra, pronto a tirarti fuori da un momento all'altro il segreto assoluto dell'esistenza.
E tu stai li fermo ad ascoltarlo con la bocca aperta e con gli occhi sgranati di chi non aspetta altro che una rivelzione.
E poi, quando arriva il momento cruciale e tu sei pronto per lasciarti folgorare dalla sola ed unica verità, quello stronzo ti guarda dritto dritto nelle palle degli occhi, ti mette una mano sulla spalla, tira giù un altro sorso di birra, ti rimette le palle degli occhi dritte nelle tue, e sorridendo sornione ti dice.... "Sai amico, non c'è nessun cazzo di segreto, ma se vuoi posso suonarti una bella canzone!"
E allora suonamela questa canzone stronzo di un saggio!
Sabato sera se non siete troppo distanti da San Salvo, potreste conoscerlo anche voi un tipo così, e magari ascoltare esterrefatti le sue rivelazioni sulla vita, o meglio, le vibrazioni della sua normalissima voce, le note della sua suadente chitarra, la semplicità (che forse rivela più d'ogni altra ricerca psico-filosofica) di queste sue canzoni.
Talvolta bisogna parlare anche di cose serie. Non che la musica sia un argomento futile, è carburante essenziale dell'esistenza umana e di molte sue sfumature. Ma poi, dalle note e i testi si dovrà pur passare ai fatti.
Io ho ventitrè anni, e come molti miei coetanei (e non) un'enorme difficoltà ad inserirmi nel mondo del lavoro. Quel mondo che paradossalmente è ,ad oggi, indispensabile per creare i presupposti di un'esistenza che meriti di essere definita "dignitosa". Dico paradossalmente, perchè proprio quando ce ne sarebbe grande bisogno, i nostri politicanti (e in questo momento il governo Renzi in particolare) fanno di tutto per rendere pressochè inadempibile questa necessità tanto cruciale in una società che tra spese, bollette, alte aspettative di vita, non può fare a meno della progettualità per esplicarsi.
Ma cosa si può progettare nel mondo d' oggi? A dire il vero poco o nulla.
Questo è scontato lo so, e qualcuno potrebbe obiettare che ai nostri nonni in fondo è andata molto peggio di noi. E in effetti avrebbe ragione. Ma i nostri nonni erano abituati a vivere alla giornata, combattendo giorno per giorno per un tozzo di pane, sacrificandosi contro il freddo, condizioni di vita durissime, che noi oggi non siamo più in grado di affrontare. Soprattutto considerando che ci è stata propinata un'innegabile abitudine alla comodità.
E poi cosa potrebbe giustificare un ritorno al passato tanto deleterio? Non c'è la possibilità di stare bene, o è una precisa scelta politica di chi ci governa?
Il problema della mancanza, precarietà, instabilità del lavoro non è solo una piaga sociale, come i nostri "accorati governanti" vanno blaterando ormai da anni. La mancanza di lavoro crea mancanza di fiducia in se stessi, crea disagi abnormi ai più e ai meno giovani, crea uno scompenso vitale nella società che annulla tutte le potenziali energie costruttive di cui è capace l'uomo.
Cerco di entrare sempre nel merito delle cose di cui parlo, ed è per questo che non mi piace parlare di ciò che non conosco davvero. Io non sono un esperto di politica; di leggi e di burocrazia me ne intendo davvero poco. Ma qui non c'è bisogno di essere dei dotti per comprendere che Renzi e i suoi amichetti, al pari di Berlusconi e chi lo ha preceduto, ci stanno prendendo in giro, fingendo di fare tante cose, ma cambiando davvero poco e spesso in peggio.
Non posso tollerare lo sguardo spavaldo e indifferente di Renzi che mentre assottiglia ulteriormente i diritti dei lavoratori con il suo Jobs act, fa battute e si diverte compiaciuto ed apparentemente sereno e sicuro, mentre migliaia di famiglie vivono drammi anche a causa della sua e della loro non curanza, della sua mancanza di coraggio, del suo essere un politico del compromesso che frega tutti alla stregua del peggior Giolitti d'annata.
Non posso tollerare che noi giovani non facciamo nulla difronte a tutto questo. Bisognerebbe alzarsi ed andare alla manifstazione indetta dalla Fiom sabato 28 Marzo.
Renzi è ancor più colpevole di Berlusconi, poichè ha tradito le speranze di migliaia di persone che s'illudevano ancora (per fortuna io non sono e non ero tra quelle) che il PD potesse rappresentare un baluardo dell'equità, dell'attenzione per il sociale. Il PD ha ampiamente volatilizzato quel pizzico di dignità ch'era rimasta alla sinistra dopo la dissoluzione del suo unico vero partito di rappresentanza in Italia il PCI, già dai tempi di D'alema, Veltroni e compagnia bella.
Infatti, se da una parte c'è Renzi che si crogiola nei suoi deliri d'onnipotenza, spartendo il futuro degli italiani con Lupi, Alfano, Quagliariello e il peggio dei ruderi della DC prima e di Berlusconi poi, dall'altra ci sono i vari Cuperlo, Fassina e non ultimo Bersani che si lamentano ma non hanno il coraggio di dare un segnale contro questa deriva. E se è vero che lascerebbero il partito nelle mani del premier, è anche vero che chi aveva un anelito di fiducia in loro preferirebbe questo gesto di dignità, che una lunga serie di chiacchiere e compromessi che scontentano tutti.
Io Landini non lo conosco personalmente, non so se sia effettivamente una brava persona o meno, ma so che quello che dice è ciò che si avvicina di più a quello che penso, che ha dimostrato nel corso di questi anni di combattere (unico negli ultimi anni) strenuamente per difendere i diritti dei più deboli, ottenendo in realtà più sconfitte che vittorie;; ma credo ancora che sia più giusto combattere per ciò in cui si crede davvero e perdere, piuttosto che vincere e ottenere qualcosa in cui non si crede.
La sinistra è scomparsa ormai da anni, e Renzi ne ha scritto il manifesto funebre. Ma prescindendo dalle "obsolete"" categorie politiche (qualche pseudo-esperto mi darebbe del vecchio sentendomi parlare ancora di destra e sinistra, facendo il verso a Gaber, che si rivolterebbe nella tomba vedendo le sue tematiche tanto banalizzate da questi falsi intenditori), io, e come me sono sicuro milioni di individui, sentono ancora lo smisurato bisogno di qualcuno che urli con forza, e che sbatta anche i pugni sul tavolo, che rappresenti il sacro santo diritto della gente a crearsi un'esistenza serena, o quanto meno normale, senza il bisogno di clientelismi, favoritismi, malsani aiutini in cambio di qualcos'altro. Di qualcuno che cambi davvero le cose e che non viva di vacui slogan, come facevno i fascisti. Di qualcuno che dia di nuovo la possibilità ad un padre di famiglia, di sperare per il futuro dei figli. Di qualcuno che dia a questi figli la possibilità e la voglia di ripercorrere il cammino dei propri genitori. Questa, ad oggi, è la sola vera utopia.
Qualche giorno fà è stato pubblicato uno short-film girato dall'irlandese Aoife McArdle, ispirato alle parole e alla musica del nuovo singolo degli U2 "Every breaking wave". Il video s'incentra sulla questione terroristica irlandese vista dagli occhi di due ragazzi innamorati nei primissimi anni ottanta, l'uno cattolico e l'altra protestante (come Bono e la moglie d'altronde), e lascia intuire tutte le difficoltà e le tensioni di quel periodo, vissute da due poco più che adolescenti. L'impatto visivo eccezionale, la maestria con cui sono state girate e montate le scene, e non ultima l'apparente contraddizione tra la dolcezza musicale del brano che fa da sottofondo e la crudezza del film, mi hanno spinto a riproporvi questo piccolo gioiellino. Perchè non si dimentichi il sangue che stupiamente è stato versato, in questo ed altri conflitti "civili", tra coloro che fondamentalmente erano vicini di casa, talvolta amici d'infanzia, fratelli partoriti sullo stesso brandello di terra. Buon ascolto e buona visione.
Giuseppe Peveri (in arte Dente) è un artista spiazzante.
Oltrepassata da più di un decennio la soglia del ventunesimo secolo, non ci si aspetta un cantautore all'apparenza così "delicato", talvolta addirittura asfissiante quando si lascia scientemente andare a vezzosi virtuosismi letterari, al limite della diabetologia.
Un pò per volta però viene fuori l'argutezza di questo folletto, che solo il buon ascoltatore può apprezzare pienamente.
Le sue canzoni si lasiano scoprire lentamente; vengono fuori sillogismi, doppi sensi, e sfumature che testimoniano una particolare cura, cultura ed intelligenza.
Ciò accade per i testi, che pure sono parte preponderante della produzione del cantautore, ma anche per le melodie, sapientemente amalgamate in un suono semplice, diretto, orecchiabile, ma mai banale.
"L'amore non è bello" è probabilmente uno dei dischi di cantaurato italiano più belli dal duemila ad oggi.
L'album si presenta come un lavoro solido musicalmente, una catena in cui i brani non possono essere scissi l'uno dall'altro, poichè si tengono alla perfezione solo se messi tutti assieme, sia concettualmente che musicalmente.DaLa presunta santità d'Irenea Solo andata si ha l'impressione di aver ascoltato sempre la stessa canzone, di aver parlato con la stessa persona, solo che indossava vestiti diversi, aveva un'acconciatura diversa, parlava in maniera sempre diversa.
Dente è anche un ottimo chitarrista, e mette in mostra le sue doti con cuciture acustiche essenziali e incisive, con suoni morbidi e sinuosi che difficilmente non intaccano l'orecchio dell'ascoltatore.
In quanto ad atmosfera è l'unico cantautore contemporaneo ad aver raccolto il testimone dell'indimenticato Lucio Battisti.
Attenzione però, non vi sto dicendo che se amate Battisti amerete anche Dente; Quest'ultimo è molto più dissacrante e meno nazional-popolare. Ma di certo riscontrerete un'assonanza nella ricercata delicatezza del suono, nell'orecchiabilità delle canzoni, e nella voluta precarietà d'intonazione, che non fa altro che aumentare la potenzialità vocale di entrambi. (Ovviamente la voce di Dente non è neanche lontanamente paragonabile a quella di Battisti.)
Un disco consigliato fortemente a chi ama la melodia italiana, magari anche farsi una bella risata (ascoltare Quel mazzolino), e soprattutto a chi ama sorprendersi della complessa semplicità della musica, e dell'amore. Voto: 7.5/10
Siamo ormai giunti alla fine di questo 2014, e come ogni buon blog di musica che si rispetti, mi sono cimentato nello stilare la mia personalissima classifica dei migliori dischi dell'anno, sperando che questa possa essere di consiglio a qualche ascoltatore.
L'unica premessa che vorrei fare è che ovviamente inserirò solo album che ho ascoltato e metabolizzato completamente, dovendo necessariamente tralasciare altri lavori dei quali ho sentito parlare benissimo, ma che purtroppo non ho ancora avuto modo di "analizzare" pienamente. D'altronde scrivo su questo blog per hobby, non essendo un critico musicale di mestiere.Dunque chiunque non fosse d'accordo con questa classifica è libero di dirlo, e di aggiungere quelli che ritiene siano i migliori lavori pubblicati negli ultimi 365 giorni. A voi i miei preferiti:
6- This is all yours, Alt-j. Questo è l'ultimo che ho ascoltato in ordine di tempo, ed entra di diritto nella top six per la ricercatezza dei suoni e dei cori, per l'originalità degli Alt-j che rimane intatta dopo il meraviglioso "An awesome wave" (e non era cosa facile). Un lavoro ermetico, leggermente meno diretto rispetto al precednte, ma che va ascoltato tutto d'un fiato, e regala splendide suggestioni già dal primo ascolto, per poi diventare nelle successive ripetizioni un piccolo gioiello imprescindibile.
5- Present Tense, Wild Beasts. Sulla falsariga degli Alt-j, i Wild Beasts è possibile incontrarli sul binario della sperimentazione, che qui è però ancor più orientata verso l'elettronica. Falsetti e voci baritonali sovrapposte e talvolta contrapposte, sintetizzatori utilizzati in maniera sapiente e mai banale, e qualche melodia da far mozzare il fiato anche al peggior scettico.Ascoltare Mecca per credere. Quinto posto decisamente meritato.
4-Il padrone della festa, Fabi, Silvestri, Gazzè. Non potevo lasciare da parte il panorama musicale nostrano che quest'anno ci ha riservato una squisita sorpresa: tre dei nostri migliori cantautori si sono uniti per dar vita ad un disco dalle atmosfere nostalgiche, di ampio respiro, ispiratrato nei testi quanto nelle melodie, cantato dannatamente bene, e per giunta registrato ancor meglio. Da far venire l'acquolina in bocca ad un audiofilo incallito!
3-Songs of innocence, U2. Dopo quasi quarant'anni di onorata carriera, è già un miracolo se una band è ancora unita, se fa ancora tour, figurarsi se riesce a creare undici canzoni coese ed ispirate. Questo è esattamente quello che è successo con questo ottimo album, raccordato con gli albori del gruppo, ma completamente immerso (specie musicalmente) nel presente. Grazie anche al lavoro di produzione di Danger Mouse e dei tanti colleghi, il disco è un connubio di mestiere rock e freschezza pop, rivelandosi il migliore realizzato dagli irlandesi dal controverso e potente "Pop". I Fasti del passato rimangono lì, ma nel presente gli U2 riescono ancora a dire la loro, battendosela tranquillamente con i migliori gruppi del momento.
2- Morning Phase, Beck. Il folletto Beck torna a stupirci con un'opera degna del suo nome, che mixa perfettamente le tre anime del cantautore: quella più sperimentale, tesa a pochi ma giusti tocchi elettronici, quella più intimista, tutta concentrata in linee armoniche semplici e basate fondamentalmente su strumenti acustici, e quella orchestrale riconoscibile nelle cruciali sfumature di quasi tutte le canzoni. Il tutto è completato dai suoi testi brillanti e profondi, e da un lirismo mai esagerato, che non fa una piega.
1-Lost in The dream, The war on drugs. La palma d'oro di disco più bello dell'anno, stavolta se l'aggiudicano (per quanto mi riguarda) The war on drugs, progenitori di un disco sulfureo, notturno, sognante, ai limiti del mistico se me lo permette. Sentito dalla prima all'ultima traccia lascia l'ascoltatore inebriato e sazio di un viaggio non solo musicale, ma fatto per lo più di atmosfere magiche e suggestive, inglobate perfettamente nel complesso di un panorama indefinito. Come affacciarsi da un promontorio, e vedere una valle pianeggiante al
culmine della quale l'occhio non riesce più a distinguere tra cielo e
terra. Certi dischi vanno ascoltati con attenzione, anche solo per
vivere un'esperienza appagante per la nostra anima.
Ieri sera si è tenuto il compleanno del nostro amico Daniele Leonardi. E noi SushaFire siamo stati chiamati ad animare la serata, e dunque ad esibirci col nostro repertorio.
Innanzitutto mi preme ringraziare Francesco, Daniele e tutta la famiglia per aver pensato a noi, che speriamo di aver ricambiato dando il massimo, e cercando di divertirci e far divertire.
Di certo la festa è andata benissimo, con grande divertimento degli invitati, e con uno strepitoso coinvolgimento nel finale di serata da parte di tutti i ragazzi, che avvicinatisi alla nostra band, hanno condiviso assieme a noi le strepitose improvvisazioni di Giorgio, Salvatore e Jp, i quali attraversando il rock, la dance, la musica popolare, il reagge, e il funcky hanno accontentato praticamente tutti!
Dunque cos'altro aggiungere... un'altra esperienza positiva per i SushaFire, una splendida serata condivisa con gli amici.
Un abbraccio ed un ringraziamento a tutti, e aspettando di rivederci molto presto, non dimenticate di continuare a soffiare su questo fuoco, affinchè continui a rimanere acceso!
Quando gli U2 non erano ancora gli U2, c'erano solo quattro ragazzetti capelloni e un pò "sfigatelli" che vivevano nella periferia di una delle città più roventi in quegli anni: Dublino.
Girare per le strade era pericoloso, poichè le tensioni interne tra l'IRA e i rappresentanti per i diritti civili erano altissime.
Non c'erano ancora mega tour iper-pubblicizzati ed oltremodo costosi, non c'erano i famosi occhiali da sole di Bono, sul capo del buon Edge non troneggiava il mitico cappellino di lana, ma una folta chioma di lunghi capelli castani; Larry non aveva ancora il fisico da palestrato nè lo sguardo da duro, ma un dolce visetto da bimbo, colmo di speranze e paure; e in quanto ad Adam, bè... lui sembrava appena tornato da un lungo viaggio in Afghanistan, con dietro un grosso carico di Kefieh e Narghilè.
I diciasettenni "Feedback"(così s'erano chiamati sino ad allora) provavano tra cucine e garage, e durante uno dei loro primi concerti chiesero al pubblico di scegliere tra due nuovi nomi: The Hype, e quello strano nomignolo consigliatoli da un loro caro amico, ed ispirato ad un aereo spia americano: U2.
Quello che scelsero i ragazzi che li ascoltavano, è ormai storia.
Un paio di anni dopo i quattro dublinesi ebbero l'opportunità di registrare il loro primo LP, un disco dalla copertina grigia e sfocata, con la foto di un bambino ancora innocente: Boy. Quale titolo migliore per l'album d'esordio di quattro individui che fondamntalmente erano ancora degli adolescenti?
Le linee di basso di Clayton sono essenziali, ma estremamente ficcanti, d'altronde suona quello strumento giusto dal tempo necessario per estrapolarne le basi.
Bono cerca ancora la sua voce, ma ci mette dentro una carica assurda, la rabbia di un quattodicenne che ha perso la madre troppo presto, e il carisma che l'ha sempre contraddistinto.
Mullen e the Edge sono gli unici a sapere davvero quello che stanno facendo; il primo è una vera e propria forza della natura, suona con una grinta e quella disinvoltura tipica di chi è nato per fare quella cosa e basta.
Il secondo non ha grande istintività, una tecnica ancora in elaborazione, ma ha tutto quello che serve ad un grande chitarrista degli anni 80': la creatività e il sentimento.
Queste poche, ma essenziali doti si riversano già nella prima traccia del disco, la storica I will follow, dedicata proprio alla madre di Paul Hewson,che si apre con il riff martellante di the Edge sovrapposto ad uno Xilofono che crea un'atmosfera straniante per il rock consueto, e ci trascina in pieno ambiente New Wave.
Post punk, New wave, e Punk-rock sono i tre generi che ritroviamo nettamente all'interno degli undici brani. Twilight è una dimostrazione di come queste fonti d'ispirazione si fondano alla perfezione all'interno del sound "uduiano", richiamando al nostro orecchio gruppi quali Joy Division, Siouxsie and The Banshees, ma anche Clash. An Cat dubh ci mostra il lato più "dark" della band, con il basso di Clayton che prende il sopravvento, accompagnandoci alla successiva Into the Hearth. Entrambe le canzoni fannopartedella stessa suite, ma la seconda ha addirittura un certo accento prog-rock, ed un cantato più gioviale, ma non meno melanconico.
Due parole a parte le merita il primo singolo, Out of control, dove incontriamo le influenze più apertamente punk, quelle dei Ramones per intenderci. Il pezzo è incredibilmente trascinante, e ci dimostra come la batteria di Larry sia fondamentale nell'economia sonora del gruppo, quasi quanto la splendida chitarra del buon Dave Evans, qui più squillante che mai con l sua Gibson Explorer. Ma soprattutto ci ricorda che questi quattro giovani sono animali da palcoscenico; la loro comunicatività è l'arma fondamentale.
Sullo stesso binario prosegue Stories for boys, dalla quale esce ancora una volta trionfante il ritmo indomabile delle percussioni, e la voce potente di Bono. The Ocean è forse il brano più riflessivo dell'intero album, fortemente New Wave, con leggere contaminazioni di suoni elettronici, specie nel finale. A day without me è invece una canzone tutta basata su un tipico ritmo anni 80' ed una melodia decisamente virante verso un fresco pop, sebbene il testo riguardante l'idea del suicido in età giovanile e dedicato in particolare a Ian Curtis (che da poco s'era tolto la vita), sia tutt'altro che spensierato. Another Time, another place lascia spazio ai tipici cori di Edge e Bono che ci accompagneranno per tutta la prima parte della loro carriera, e ancora una volta alle poche, ingegnose, taglienti, spiazzanti note della chitarra. La voglia di trovarsi in un altro posto e in un altro luogo, tipica dei giovani, raccontata dai giovani ma con una maturità insolita, e con una chitarra che talvolta ricorda più i rintocchi di una campana d'un enorme cattedrale. Una canzone struggente.
The electric Co. tocca il tema dei disagi psichici, e di come fossero maltrattati coloro che ne soffrivano all'epoca, costretti a sopportare la brutalità dei manicomi, talvolta dell'eletroshock, finendo così coll'aggravare ulterirmente la propria salute mentale.Il pezzo è ancora oggi un classico nei concerti del gruppo, tant'è forte la sua carica emotiva.
Chiude questo splendido album d'esordio l'unica (se così la si può definire) ballata: Shadows and tall trees.
Ballata atipica poichè basata sui colpi di rullante della battertia, ma unico pezzo che mette in risalto una chitarra acustica ancora poco usata dal buon Edge. Il cantato ha qualcosa di poetico e conturbante, che lascia l'amaro in bocca.
I giovani U2 hanno appena finito di raccontarci la propria innocenza, e già la stanno perdendo. Stanno diventando degli uomini, e di qui a poco, saranno star internazionali.
Mai nella storia della musica, o almeno di quella rock, era stato fatto un racconto così lucido su cosa volesse dire avere 18 anni, le paure, le speranze, la rabbia di un'età tra le più difficili, di certo quella che si ricorda per sempre con maggiore nostalgia.
Perdere l'innocenza, questo è il tema centrale del disco.
Una tematica incredibilmente nuova nell'immaginario rock, contraddistinto sino ad allora soprattutto da temi come il sesso, la droga, o paradossalmente da argomenti "troppo pesanti" per inglobare compiutamente i sentimenti di intere generazioni, che lungo il cammino di differenti e lontanissime epoche hanno sempre tentato di sembrare più grandi, di diventare presto adulti, per riscoprirsi poi cresciuti troppo in fretta, ed accorgersi in fine di quale immensa poesia volesse dire essere dei "semplici" ragazzi.
A me il buon Pop, quello di qualità, quello che parla alla mente e all'anima, attraverso il talento, è sempre piaciuto.
Non sono fra chi, per partito preso, scarta un genere poichè ritenuto troppo "di massa".
Ecco perchè ho pensato fosse giusto segnalarvi quest'ottima band.
Una band che miscela all'interno delle sue trame sonore generi completamente diversi tra loro, ma che grazie alla bravura dei suoi componenti e ad un suono ricercato ma semplice, si tengono a meraviglia.
Aggiungete poi la versatilità e la comunicatività di una voce come quella del cantante Samuel T. Herring, e le sue (non si sa quanto volute) goffe ma simpatiche movenze, e la magia è presto fatta.
Dal loro ultimo lavoro Singles, la "commercialissima" Season....
Questi sono i Future Islands, l'esempio di come il Pop possa non essere banale!