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lunedì 10 aprile 2017

Paul Weller, "More modern classics (vol.2)"


La rilevanza storica dei Jam è cosa nota ai cultori della buona musica. I giovani inglesi, capitanati dal carismatico e talentuoso Paul Weller, seppero dare testimonianza del lato più "cool" (se vogliamo) del punk britannico, con composizioni secche, veloci, potenti. Riuscirono cioè a coniugare, probabilmente meglio di chiunque altro in quell'ambito, le potenzialità pop del genere dei Sex Pistols con la sua anima più selvaggia.
La forza di fuoco orientata alla coerenza delle melodie e alla loro infallibilità, già ben visibile da questi albori, venne coltivata da Paul lungo la sua carriera con gli Style Council, e portata all'apice negli album solistici. Da questi ultimi lavori straripa con forza eclatante la verve più fortemente soul, nera, blues, R'n B, dell'ormai maturo cantautore britannico, che s'era vista imbrigliata dal fulgore punk dei primi anni.
I Jam resteranno sempre la scelta migliore per ascoltare un bel pezzo rock del buon Weller (che da questo punto di vista deve molto ad alcune sonorità dei compatrioti Who), ma se volete perdervi tra i meandri del suo animo, allora vi consiglio di acquistare questa deliziosa collezione di singoli avvincenti e trascinanti, impossibili da non cantare a squarciagola. "Modern classics vol.2" placherà la vostra sete di melodie e armonie senza tempo.
Dalle dolci carezze acustiche di Sweet pea, My sweet pea, al soul semi elettronico di Wishing on a star, passando attraverso le reminiscenze punk di From the flooboards up, vi stupirete della versatilità di questo artista, che continua a giocare con le note ed i generi a suo piacimento, producendo (quasi) sempre e comunque ottime canzoni.
E, come continuo a sostenere ormai da diversi anni, anche il pop, se fatto bene, può essere esempio di grande musica. Ascoltare la semplice e incisiva All I Wanna do (is be with you) per credere!


giovedì 23 marzo 2017

10 album dei miei anni, gli anni 90'.

Gli anni 90', a parer mio, sono stati un periodo estremamente prolifico per la musica. Non posso certo vantarmene, ma in quel del 1991, anno della mia nascita, venivano stampati una sfilza di album impressionanti per qualità e contenuti. Giusto per citarne alcuni: Loveless dei My Bloody valentine, Spiderland degli Slint, Blood sugar sex magic dei Red Hot, Ten dei Pearl Jam, Nevermind dei Nirvana, Acthung Baby degli U2, Screamadelica dei Primal Scream, il "Black album" dei Metallica, e la lista sarebbe ancora lunga. Tralasciando per un attimo la mia annata d'oro, mi preme qui citare brevemente alcuni degli album che ho maggiormente apprezzato di quel decennio:

-Automatic for the people, R.E.M: questo incredibile lavoro, che ha visto la luce nel 1992, rappresenta a mio avviso uno dei picchi massimi raggiunti dalla musica moderna, condensando al suo interno undici pezzi ispirati, malinconici, curati ed imprescindibili. Il miglior album della band georgiana, assieme all'esordio "Murmur". Una discografia completa non può prescindere da questo capolavoro.

-Frigid stars, Codeine: apologia della slow-core, assieme a Spiderland degli Slint, questo disco rappresenta, con i suoi rintocchi cadenzati e ricolmi d' enfasi, un manifesto della decadenza di fine millennio. Una decadenza mai così dolce.

-Ok Computer, Radiohead: nel 1997 Tom Yorke e soci producevano quello che con ogni probabilità è il loro disco più equilibrato, non il migliore, ma quello dove tutte le influenze del gruppo, dalla musica elettronica al punk-rock, fino ad un certo grunge, trovano il giusto peso e si tengono perfettamente tra loro. 



-Zooropa, U2: di Acthung Baby ho già ampiamente parlato in passato, e ritengo che rimanga il loro apice insuperato. Ma appena due anni dopo la  sua uscita, ed in pieno ZooTv tour, i quattro dubliners lanciano sul mercato quello che è probabilmente il loro disco più sperimentale (con il rinnegato e potente Pop). Zooropa contiene perle come Stay, Numb, Lemon, The first time, e ancora oggi ha un suono tremendamente attuale.



-No Code, Pearl Jam: non mi linciate, ma a me i Pearl Jam piacciono più dei Nirvana. E ritengo questo disco superiore a Nevermind, e alla stregua di Ten. Vitalogy rimane un gran lavoro, ma No Code tira giù tutto. La migliore band grunge di sempre.

-Different class, Pulp: quando il mio negoziante di fiducia mi ha proposto questo album, sono rimasto letteralmente sbigottito: è del 1995, e suona come se fosse stato registrato ieri! I temi sociali non tolgono energia ai dodici brani della tracklist, durante i quali si balla, si salta e ci si diverte da paura. E quanto mi piace disco 2000...



-Dire Straits, Live at the BBC: registrato live nel 1978, con la sola aggiunta di Tunnel of Love eseguita qualche anno dopo, Live at BBC rientra a tutti gli effetti tra le pubblicazioni degli anni 90', essendo stato lanciato sul mercato nel 1995. Non sempre le operazioni commerciali sono prive di levatura artistica, e questo ne è l'esempio più emblematico, restituendoci una band nel pieno della sua vitalità rock, con un basso roboante ed un suono dannatamente dirompente. E otto delle loro migliori canzoni, suonate con perizia, intenzione, e tanto sudore.



-Californication, Red hot chili peppers: giusto in tempo per non essere escluso da questa breve lista, usciva nel 1999 il lavoro più celebre della band californiana. Celebre e celebrato, a ragione, poiché se Blood sugar sex Magic rimane insuperabile per originalità ed incisività, Californication, con la sua lunghissima fila di ottimi singoli, ha comunque il pregio di aver segnato l'adolescenza di milioni di individui sulla faccia della terra, tra cui quella del sottoscritto.



-Parklife, Blur: i Blur sono stati uno dei gruppi mainstream più strambi degli ultimi trent'anni. Strambi nel senso nobile del termine, ovvero originali e mai banali. Tra le loro uscite discografiche, assieme all'omonimo disco, non potrei che scegliere questa bellissima opera, crocevia ineludibile della musica anni 90'.


-(What's the story) morning glory?, Oasis: Quale scelgo? Definitely Maybe o questo? Alla fine ho scelto questo, anche se di poco, lo preferisco al primo. Alfieri del nuovo corso pop rock, gli Oasis si saranno anche resi antipatici in molte occasioni, ma di talento ne avevano, e tanto. Basta scorrere la tracklist di questo album per capirlo.



lunedì 6 febbraio 2017

Nello spazio di sette note

Immagine presa da internet

Tra le varie forme d'arte cui l'uomo ha dato adito e nutrimento nel corso della sua storia, la musica è la mia preferita. Non è una questione di campanilismo a prescindere, e non pretendo di definire una qualunque forma di preminenza tra un campo o un altro, tra quelle che sono le meravigliose e varie discipline artistiche: semplicemente la musica ha un posto particolare nel mio cuore, poiché suscita in me sensazioni che null'altro è in grado di risvegliare.
Forse ,in parte, ciò è dovuto al fatto di essere figlio di un "dilettante" musicista, di essere cresciuto in una casa dove il sapore della domenica era accompagnato dalle note di una canzone, dove strumenti e dischi sono sempre stati parte integrante della quotidianità. In più sono un pessimo disegnatore, un ridicolo ballerino (quelle poche volte in cui ho osato muovere qualche passo ritmato, sembravo sempre un bradipo sotto l'effetto di allucinogeni), e per quanto concerne la scrittura, bé con tutto il rispetto per le lettere, ma le note hanno un impatto molto più devastante sulle nostre emozioni.
C'è uno spazio, tra una nota e la seguente, che tiene in sé molti più segreti di quanti ne possa svelare una frase: in quello spazio milioni di persone, divise tra loro da migliaia di chilometri, da esperienze personali e aspetti caratteriali, possono riconoscersi allo stesso modo. Cosa c'è di più potente del linguaggio musicale? Cosa riesce ad unire miriadi di volti amorfi, condensandoli in un'unica grande emozione? Sono pochissimi i retaggi dell'uomo che hanno questo immenso potenziale, e tra questi forse solo la religione e gli ideali possono battersela alla pari con la musica. Purtroppo, però, sempre più spesso la religione e gli ideali sono fulcro di divisioni, talvolta anche aspre, oltre che di unione.
Effetto collaterale che, fortunatamente, la musica non conosce.

sabato 4 febbraio 2017

Vuoi la verità?


Quando avevo quattordici o quindici anni scrivevo spesso. Molto più alacremente di quanto non faccia adesso. Avevo sempre qualcosa da dire su ogni argomento, perché m’illudevo di conoscere “la verità”. Quello che era giusto o sbagliato, bello o brutto, per me era facilmente distinguibile all’epoca.
Oggi, paradossalmente, sono molto più insicuro di quando ero ancora un adolescente.  “The more you see, the less you know”, c’è qualcosa di terribilmente vero in questa frase banale. Almeno nel mio caso.
Le “chiacchiere vuote” hanno perso rilevanza nel mio modo di intendere le cose, ed ha acquisito enorme preponderanza “il fare”. Ho smesso di idolatrare i  miti della parola scritta, della filosofia, del pensiero, ed ho cominciato a spostare la mia attenzione sulla gente che fatica ogni giorno, e che con il suo sudore conduce un’esistenza “normale”, ai limiti della banalità. Una vita fatta di sacrifici incastonati con momenti di tenerezza ed effimera gioia. I miei eroi sono i padri e le madri di famiglia che lavorano, crescono la propria prole, si divincolano tra le redini di una società ingarbugliata e fatua.
Che senso ha occuparsi di ciò che va oltre queste tematiche?
Qui, tra questi anni di vita spesi nell’ordinaria routine del lavoro (o della sua ricerca), dei lutti, delle nascite, delle tasse da pagare, degli esami da superare, delle malattie da affrontare, si cela tutto ciò che di più alto e basso possa esserci nell’animo umano. Non mi interessano le storie straordinarie, mi interessano quelle ordinarie, quelle che tutti potremmo avere.
Ecco perché non scrivo più tanto, e come prima: le parole non mi attraggono quanto una volta, i fatti le schiacciano con il loro peso inevitabile.
Mi sveglio ogni mattina, e mi chiedo come possa migliorare la mia vita, e quella di chi mi sta attorno: non trovo risposta più adeguata se non quella di sforzarmi, di fare, di esserci nei momenti brutti e in quelli belli. Esserci, come una roccia che resiste tra le violente onde di una mareggiata, che si sgretola sì, ma poco a poco, senza lasciarsi spezzare. Non ho ambizione più grande che essere quella roccia.

Le verità assolute ed elevate le lascio a chi ha bisogno di  carezzare il proprio ego: le persone di cui ho stima sono quelle che percorrono una via disseminata di buche da saltare, e dossi su cui salire. E in questa vita “la verità” la si scopre passo dopo passo, incontro dopo incontro, risalita dopo caduta, e non è un insieme di piccole o grandi rivelazioni, ma la sintesi di un travagliato percorso personale, prima ancora che attraverso il mondo, dentro se stessi.

martedì 3 gennaio 2017

Lasciateli sognare


Quando ero un bambino spesso giocavo da solo: immaginavo battaglie cosmiche e mondi paralleli, che per me avevano un' incidenza incredibile sulla realtà. Credo sia capitato a molti di fare giochi del genere, anche se a me durò un po' più della norma quella fase, tanto che iniziai a vergognarmi.
Col passare del tempo ho capito quanto sia importante nella mia vita l'immaginazione: non ho smesso di creare universi concomitanti, ho solo smesso di correre su e giù per il corridoio di casa, emettendo strani versi.
La fantasia è un'arma potente non solo per i bambini, ma ancor più per gli adulti. Essa ci permette di realizzare quello che in realtà è inattuabile, sublimando frustrazioni e preoccupazioni, rendendo le asprezze della vita un fardello meno pesante da sopportare. Ecco perché amo i film fantasy e tendo sempre più a "regredire" nei miei gusti culturali: la realtà è diventata un posto banale e asfissiante, col quale bisogna certamente fare i conti, ma di cui preferisco dimenticarmi ogni tanto, o quanto meno rielaborala a modo mio.
I luoghi della realtà sono diventati più irreali dei luoghi della fantasia: si passa più tempo davanti al proprio cellulare che in mezzo alla strada. Così l'immaginazione è diventata un'ancora di salvezza contro il degrado di un mondo tridimensionale postato in bella vista sulla rete.
Sono ancora convinto che il futuro stia nascosto negli occhi di un bambino che non sa ancora parlare. 
Un futuro migliore. 
Peccato che gli si sbatta davanti uno schermo, ancor prima che possa immaginarlo quel futuro.

domenica 13 novembre 2016

In guerra per amore: un' accurata analisi storica, scandita da emozioni e tante risate



Non sono un esperto di cinema, ma credo di poter serenamente affermare d'aver visto un gran bel film ieri sera.
Si tratta di "In guerra per amore", di Pierfrancesco Diliberto (Pif). 
Premetto che non sono un amante di gran parte del cinema contemporaneo italiano, e per lo più mi appassionano i film di fantasia, ma ieri sotto la "pressione" della mia saggia e dolce Chiaretta mi sono lasciato tentare da questo lungometraggio, e sono uscito dalla sala davvero felice di aver speso sette euro, e meno di due orette del mio tempo a guardare quest'opera sorprendente.
Senza svelare la trama, vi dico solo che la pellicola riesce a condensare in un'ora e quaranta di proiezione uno spaccato importantissimo della storia del nostro paese, in particolare dello sbarco americano in Sicilia durante la seconda guerra mondiale, e delle connessioni che ciò ha comportato con la rinascita e il rafforzamento della mafia, e dei suoi rapporti con la politica e lo Stato.
Il tutto raccontato in maniera oserei dire eterea, senza alcuna pesantezza, lasciando intatta la rilevanza e profondità del tema trattato. Per di più Diliberto riesce a farci morire dal ridere con i suoi personaggi stravaganti ma quantomai realistici, a tenerci attaccati allo schermo, con uno svolgimento della trama serrato e per nulla banale, e soprattutto riesce a farci riflettere, e a spiegare in un film tutto sommato "leggero" una parentesi storica che perdura ancora oggi, facendolo meglio di molti libri scolastici. Ecco, se fossi un insegnante di storia non perderei nemmeno un attimo, e porterei i miei allievi a guardare questo film, a prescindere dalla loro età, perché la narrazione è accessibile anche ai più piccoli.
Col sottofondo costante della storia d'amore, attraversando situazioni comiche e farsesche tipiche della migliore commedia italiana, "In guerra per amore" in realtà non è altro che un avvincente film storico, analitico e puntuale nel racconto dei fatti. 
Concedete una chance a questo regista e a questo film, non ve ne pentirete!

sabato 5 novembre 2016

Chitarra, voce e magia: dieci pezzi acustici imprescindibili

Avvolto dalla noia che di sabato pomeriggio s'addice al falso venticinquenne che sono, ho pensato di far in qualche modo fruttare questo tempo, proponendovi una lista di dieci canzoni acustiche che a me piacciono molto, e che magari non tutti conoscete. Siccome ce ne sono centinaia bellissime, preferisco omettere quelle che mi paiono più scontate. Senza dilungarmi troppo, eccovi le tracce:

- Society, Eddie Vedder


-Hurt, Johnny cash (cover Nine Inch Nails)


-Mr.Tambourine man, Bob Dylan


-Fat old sun, Pink floyd


-Creedence Clearwater Revival, Have you ever seen the rain


Fink, Perfect Darkness


-Sixto Rodriguez, Crucify your mind


-Led Zeppelin, Stairway to Heaven


-The blower's daughter, Damien Rice



-Green eyes, Coldplay





giovedì 27 ottobre 2016

Ecco perché il Nobel a Bob Dylan non è giusto, ma Sacro-Santo!



Ora che i toni si sono abbassati, che non se ne parla quasi più, mi sento di tirare giù due righe sulla questione "Premi Nobel per la letteratura 2016", come tutti sapete assegnato al cantautore Robert Allen Zimmerman.
C'è stato un marasma di polemiche su tale decisione, e ad oggi non ho ancora capito bene quale sia il motivo.
Dylan non è uno scrittore? Ma scherziamo?! Uno che nella sua ormai cinquantennale carriera ha scritto centinaia, forse migliaia di testi, libri e quant'altro, credo possa autorevolmente definirsi un autore, e più prolifico di molti altri suoi colleghi che si dedicano solo all'arte della penna! (O meglio, oggi tastiera!)
Ci sono scrittori contemporanei migliori di lui? Io non sono un grande lettore, e potrebbero essermi sfuggiti narratori talentuosi tanto quanto il nostro Bob, o più di lui. Ma al di là della questione del gusto personale (grazie al quale tutto in questo campo è arbitrario), lascio che siano le parole di Zimmerman a difendere la sua bravura, citando giusto qualche verso:



"Guardo il tuo mondo di persone e cose, i tuoi poveri, i contadini, le principesse e i re.
Ti ho scritto una canzone che parla del buffo mondo che abbiamo davanti.
Sembra ammalato, è affamato, stanco, dilaniato... sembra morto ma è appena nato." (Song to Woody).


"Quante strade deve percorrere un uomo
prima che tu possa definirlo un uomo?
E su quanti mari deve volare una colomba
prima di riposare sulla terraferma?
E quante volte devono fischiare le palle di cannone
prima di essere proibite per sempre?
La risposta, amico mio, ascoltala nel vento,
la risposta ascoltala nel vento." (Blowin'in the wind).





"..la mia stanchezza mi sorprendei miei piedi sono segnati
non ho nessuno da incontrare e le antiche strade vuote
troppo morte per sognare.
Portami in viaggio sulla tua nave magica ondeggiante,
i miei sensi sono denudati le mie mani non sentono la presa,
i piedi insensibili per camminare
aspettano soltanto che i tacchi
incomincino a vagare.
Sono pronto ad andare ovunque
sono pronto a svanire
nella parata di me stesso" (Mr. Tambourine man)


Ho messo le prime tre che mi passavano per la testa, ma la lista sarebbe lunghissima. Ecco cos'era e cos'è ancora oggi Bob Dylan (scrive testi incantevoli tutt'ora, a settantacinque anni), un artista e un poeta, prima che un menestrello e cantautore. 
Quindi, per favore, prima di vomitare sciocchezze su chi ha compartecipato a sdoganare la letteratura contemporanea, soprattutto rendendola fruibile anche alle grandi masse, ascoltatela un po' questa buona musica, queste intense parole. 
E, rivolgendomi agli scrittori che si sono risentiti e hanno commentato sbigottiti la notizia ricevuta, smettetela di rosicare... e come direbbe il buon Robert "non criticare quello che non puoi capire!"


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venerdì 30 settembre 2016

Domenica 2 ottobre: SushaFire e Streight Leg in concerto a Gambatesa!



Questa domenica i SushaFire tornano ad esibirsi live, in Piazza a Gambatesa.
Prima di loro suoneranno i giovanissimi Streight Leg, accompagnati per l'occasione dall'esordiente Marco Scocca.
Non mancheranno le sorprese, con esibizioni di altri musicisti che avrete modo di scoprire quel giorno stesso!
L'appuntamento è alle 17-17 e 30, sulla rotonda della villa.
Vi aspettiamo numerosi, per passare assieme un pomeriggio pieno di rock, funky, blues, e tanto divertimento!!! A domenica!


mercoledì 21 settembre 2016

"Francesco di Bella & ballads Cafè"



Dopo aver "attraversato" lo stretto della manica per disquisire amabilmente di alcuni protagonisti musicali di quei luoghi piovosi ed umidi, mi sento di tornare alle colline e agli orizzonti nostrani, non meno bagnati ultimamente.
Torniamo in Italia, ma in effetti, almeno figuratamente, non ci allontaniamo troppo da quelle atmosfere dense di nebbia e pioggerellina battente, tipiche delle terre britanniche.
Già, perché l'egregio lavoro di Francesco di Bella, ("Francesco di Bella & Ballads Café") ha più il suono del vento mentre addensa le nuvole, che del sole che le dirada.
I cantanti malinconici mi sono sempre piaciuti tanto: in realtà non oso nemmeno immaginarlo un'artista che non sia melanconico; sarebbe come vedere un leone che non ha fame, una lepre che non corre, un pesce che non nuota. In sintesi, sarebbe il venir meno di un istinto naturale, senza il quale ognuno di questi animali non sarebbe ciò che è in realtà. E per come la vedo io un artista o è malinconico, o semplicemente non è. Punti di vista.
Venendo a noi, e alla musica, ci troviamo difronte ad undici brani, per lo più acustici e in dialetto napoletano, confezionati con maestria e cura, ma soprattutto scritti sull'anima e cantati con la pancia e con cuore.
L'empatia ha molto a che vedere con quello che amiamo o meno, e canzoni come "Vesto sempre uguale", "La costanza", "Luntano" "L'alba" riescono a suscitare in me un'inconsueta unità di vedute e sentimenti col cantautore partenopeo. Francesco di Bella si mostra, a mio parere ancora meglio di quanto avesse fatto con i 24 Grana, come arguto autore, grande interprete, e fine musicista.
La semplicità strutturale della sua opera, e il fatto che senza alcun orpello stia in piedi perfettamente, denota una bravura sopra alla media, e una sensibilità fuori dai canoni della normalità.
Con il suo volto giovanile e fresco, nonostante un' età non più giovanissima,come un novello Peter Pan, Di Bella attraversa, senza alcuno sforzo e con considerevoli risultati, tutte le sfumature che sono la cifra del suo stile musicale: dal folk di matrice americana ("Accireme"), passando per le atmosfere New wave inglesi, il Reagge, la canzone d'autore italiana (con tanti riferimenti musicali al conterraneo Pino Daniele), fino ad arrivare alla tradizionale canzone popolare napoletana, intrisa di quella tristezza viscerale, che così bene racconta le sfumature più profonde dell'animo umano.
Se pensate che la frivolezza sia l'essenza della vita, sebbene non avrete mai il coraggio di ammetterlo, lasciate perdere questo disco, lasciate perdere questa "recensione". Il blog di Selvaggia Lucarelli, o chi per lei, saprà sicuramente rendervi più incoscienti e felici, così come le canzonette di Justin Biber.
Ma se avete voglia di conoscere e condividere gli stravolgimenti e le dinamiche del nostro lato più recondito, per tornare in superficie un po' più maturi e consapevoli, o semplicemente, se avete voglia di ascoltare qualcuno che "canta pe' nun suffrì", allora mettete su questo disco, e magari  accompagnatelo ad un buon bicchierino di vino nostrano. La vostra salute, mentale e fisica, ve ne sarà grata.