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sabato 27 agosto 2016

Motta: "La fine dei vent'anni"



Ascoltare un album che s'intitola "La fine dei vent'anni", quando di anni ne hai quasi venticinque, potrebbe essere un' arma a doppio taglio, oltre che un grave errore. Bé in questo errore mi ci sono buttato a capo fitto, e devo dire che ne sono più che contento.
Sì, perché quello del giovane Motta è probabilmente uno dei migliori album italiani del nuovo millennio, e visto che mi ci sono imbattuto quasi per caso, cercherò di far sì che lo stesso destino, un po' meno casuale stavolta, tocchi anche qualcuno di voi.
Chi ha avuto la pazienza e il "masochismo" di leggere qualcun'altra delle mie recensioni, sa bene che la prima cosa che cerco in un album di musica è la sua unità musicale e testuale, il suo essere coeso ed omogeneo, l'impressione di ascoltare dieci, undici canzoni che parlino della stessa cosa, ma che suonino diverse tra loro. Ecco, questo disco ha sicuramente un pregio: dalla prima all'ultima traccia si ha l'impressione di affrontare un unico viaggio a vele spiegate, di attraversare luoghi tra loro simili, ma ognuno con il suo motivo d'essere, ognuno che aggiunge qualcosa di nuovo al precedente.
L'ascoltatore declina a suo piacimento l'interpretazione di un testo o di un'atmosfera, e così mi sono permesso di fare anch'io. 
La traccia che dà il nome all'intero lavoro ha accarezzato le mie orecchie con una dolce chitarra acustica, sporcata in parte dalla voce acidula del cantautore: "la fine dei vent'anni è un po' come essere in ritardo". Quanto è vero, anche se ai trent'anni te ne manca ancora qualcuno. Quanto è necessario trovare quel parcheggio di cui parla il buon Motta; poi ci diciamo che "Prima o poi ci passerà", e ce lo ripetiamo ossessivamente, senza renderci conto che invece di trovare soluzione al problema, lo stiamo accentuando. E non basta la bravura poli-strumentale del nostro cantante a far sembrare questa terza canzone un pezzo dal messaggio positivo. "Sei bella davvero" è una ballata romantica solo in apparenza, leggere altre recensioni per capirne il motivo. Non mancano pezzi più tirati qua e là, con la bravura dei musicisti coinvolti e del produttore Riccardo Sinigallia che viene a galla.
Onestamente, però, non ho voglia di sezionare questo lavoro egregio per vendervelo come fossimo al mercato. Voglio solo dirvi che chi dice di apprezzare la buona musica, difficilmente non amerà questo grande disco, soprattutto perché Motta ci ha messo l'anima, oltre che tutta la sua immensa bravura.
L'indecisione, lo spaesamento, l'ansia, le speranze, la tristezza e le paure dei nostri giovani sono tutte racchiuse in questi trentacinque minuti e poco più. Se non avete voglia di leggere le righe di Schopenauer o Kierkeegard, perdete almeno mezz'ora ad ascoltare questa musica. Prima o poi potrebbe tornarvi utile, o quantomeno potreste riscoprirvi un po' meno soli.


venerdì 5 agosto 2016

Cento pecore, un lupo.

immagine presa da internet

Prendo spunto da un'affermazione proferita da sedicenti professoroni, che ieri sera ho avuto il dispiacere di ascoltare durante una trasmissione televisiva pubblica.
"Nessuno si lamenterebbe se un dirigente guadagnesse 100 volte più di un normale operaio, se questi facesse bene il suo lavoro".
Ebbene mi trovate in assoluto disaccordo con quest'affermazione. 
Sin dall'antichità, persone infinitamente più sagge e colte di me hanno asserito e sostenuto che in una civiltà ,che si possa serenamente definire tale, un uomo, per quanto più competente e colto di un altro, non dovrebbe mai arrivare a guadagnare quattro volte più del suo consimile. Partendo dal presupposto che questa misura è sicuramente indicativa e non vada presa in maniera letterale, trovo quantomeno assurdo, se non addirittura vergognoso, che alcuni dirigenti, manager ecc, percepiscano un utile che i dipendenti di questi ultimi non raggiungerebbero nemmeno laddove dovessero unirsi tutti assieme. Per quanto un ruolo di responsabilità debba essere remunerato proporzionalmente alla sua rilevanza, come è giusto che sia, è immorale e disumano creare differenze di tale portata, che non fanno altro che inasprire una tensione sociale tra gli individui, già di per sè altissima.
Parliamo di risolvere i problemi della comunità, dalle migrazioni alla mancanza di lavoro, ma come si può convivere civilmente se alcuni continuano ad arricchirsi in maniera spropositata sulle spalle della povera gente?
Il merito va premiato, cosa che in Italia ovviamente non accade, ma bisognerà anche rendersi conto che è deleterio per una collettività creare delle disuguaglianze così abnormi. Non può esistere giustizia in un posto dove un muratore e un insegnante guadagnano milleduecento euro al mese, e i direttori di un canale televisivo percepiscono almeno dieci volte tanto, per non parlare poi di alcuni manager che arrivano a centuplicare questa cifra.
Dal mio punto di vista un paese civile è quello in cui si rispetta la dignità del lavoro e dell'individuo, particolare che nel nostro occidente viene troppo spesso accantonato. Si tratta di una questione umana prima ancora che economica e sociale: chi fa di più, guadagni di più, ma di quanto? e soprattutto, chi fa di più?
Lasciare una libertà eccessiva al mercato non solo ha dimostrato tutti i suoi limiti e le disastrose conseguenze che ne possono conseguire, ma rischia addirittura paradossalmente di annullare la libertà stessa dell'individuo, come peraltro accade ormai da più di un paio di secoli a questa parte. 
Forse non esistono più le classi sociali, l'aristocrazia, la borghesia, e il proletariato per come li si intendevano un secolo addietro. Non esiste più la monarchia nè un regime totalitario, perlomeno qui da noi; ma alla dittatura degli uomini si è sostituita la dittatura del danaro, che incontrollabile e svincolata da ogni regolamento o principio decide della vita di milioni di persone. E dietro al danaro c'è sempre qualcuno pronto ad arricchirsi a discapito di qualcun'altro che pagherà per lui le colpe che non ha mai avuto. Questo crea tensione, disordine, disuguaglianza, rabbia. 
Basterebbe poco per migliorare la situazione attuale, basterebbe proporzionare i guadagni all'effettivo lavoro che ciascuno svolge, senza che questi superino in maniera così sregolata quelli di un altro lavoratore, tanto da rubargli la giustizia sociale e la dignità. Ma a qualcuno tutto questo non sta bene, perchè esistono da sempre e forse sempre esisteranno, i lupi e le pecore. Solo che le pecore non sono poi tanto sciocche come tanti vanno blaterando, forse sono solo più deboli, o magari più corrette. Quello che da sempre manca ,invece, sono dei buoni pastori che ne salvaguardino l'integrità. 
Vi apparirà strano, ma nel nostro mondo quelli che dovevano essere i pastori sono diventati dei lupi affamati, e sguinzagliano i propri cani contro il loro stesso gregge. 
Tutto questo è assurdo e, se solo si avesse un minimo di conoscenza e lungimiranza, anche i lupi si renderebbero conto che senza il gregge non avrebbero più nulla da mangiare.

sabato 16 luglio 2016

Simple minds, "New gold dream (81-82-83-84)"



Ci sono band che hanno fatto la storia della musica con carriere ultra-decennali, durante le quali sono riuscite a partorire diversi album memorabili, i quali hanno influenzato indelebilmente le composizioni del pop per anni a seguire.
Ci sono, poi, altri gruppi che hanno prodotto pochi dischi, ma che allo stesso modo hanno lasciato un marchio indelebile nel campo musicale. 
I Simple minds, pur essendo una delle formazioni a mio avviso più rilevanti degli anni 80', non fanno parte né dell'una né dell'altra categoria. Gli scozzesi hanno continuato a produrre brani fino ai giorni nostri, ma hanno dato il loro meglio agli esordi, tra la fine degli anni settanta e i primissimi ottanta.
E "New gold dream",pubblicato nel 1982 è forse il loro canto del cigno, sebbene alcuni album dignitosi li abbiano realizzati anche nel lustro successivo. Ma nulla di così rilevante, niente di così ispirato.
"New gold dream" contiene e sintetizza le due anime della band capitanata da  Jim Kerr: quella più sperimentale ed atmosferica, strettamente legata agli esordi new wave e post-punk, e quella sfrontatamente "poppettara" che culminerà con la prescindibile ed ingiustamente acclamata "Don't you forget about me", che non rende assolutamente giustizia all'importanza che questi ragazzi hanno avuto nell'ambito pop-rock.
E allora se proprio sentite l'esigenza di ascoltare qualcosa di smaccatamente PoP che derivi dagli anni 80', con suoni di sintetizzatori e tastiere a tavoletta, vi consiglio di partire dalla genuina "Someone Somewhere in Summertime", che oltretutto ha mantenuto intatta una freschezza tutta estiva, nonostante i suoi trentaquattro anni suonati, differentemente da quella "Don't you.." alla quale accennavo prima, che a mio parere risente in maniera pesantissima della patina del tempo e dell'eccessivo "airplay" che le è stato concesso. 
Il basso di Derek Forbes si fa spazio soavemente tra le tastiere sempre ispirate e centrali del buon Mick MacNeil, sino ad arrivare alla futuristica e orecchiabile "Promised you a Miracle".
Lo stesso Kerr si distacca leggermente dal suo solito modo di cantare, sino ad allora piuttosto cupo e verosimilmente ispirato al mitico Ian Curtis (ad ogni modo ancora integro e rintracciabile in tutto l'album e in particolar modo nella title-track "New gold dream") , per aprire alle armoniose sferzate di "Glittering prize". 
Non mancano momenti riflessivi, come la successiva "Hunter and the hunted", dove l'atmosfera crepuscolare torna a riappropriarsi della scena, e a regalarci cinque minuti e cinquantacinque secondi di puro godimento post-punk-wave, a cui miriadi di gruppi moderni devono gratitudine, non ultimi gli ottimi Metronomy di "The english riviera", gli straripanti Future Islands di "Singles", e i briosi Foster the people di "Torches".
Si chiude con l'ipnotica "King is white and in the crowd", che ha "un non so che" di tribale e misterico, e ci lascia giusto con quel senso di indefinito che ogni capolavoro dovrebbe  instillare nell'ascoltatore.
Dunque, se come me amate la musica impegnata e con un certo peso specifico, ma non volete rinunciare alla spensieratezza che dovrebbe contraddistinguere il periodo estivo (nonostante queste parentesi metereologiche "lugliembrine" come qualcuno le ha già definite) allora mettete su questo bel disco, e lasciatevi trasportare. E, per favore, balordaggini del tipo "Vorrei, ma non posto" lasciamole ai quattordicenni in crisi d'identità, che loro sì, certi "errori" se li possono ancora permettere!



martedì 14 giugno 2016

Quanti anni hai?



Quanti anni hai?

immagine presa da internet

Tra due mesi e poco più concluderò la mia esperienza di assistenza agli anziani nell'ambito del Servizio Civile.
Inutile spendere molte parole su quanto mi abbia insegnato quest' esperienza, al di là di qualche momento non facile, che si è presentato, come del resto capita in tutte le cose della vita.
Colgo questa occasione, però, per dare adito ad una riflessione che mi portavo dentro già da lungo tempo, e che ora ho modo di espletare in maniera compiuta e maggiormente convinta.
L'inarrestabile scorrere degli anni potrà anche incanutire i nostri capelli, per quelli che ancora ce li hanno, farci sentire dolori alle ossa, o patimenti d' altro genere.... eppure mi appare ormai chiaro come l'invecchiare sia più una questione mentale che fisica, e per quanto banale questo possa apparire, non è di certo semplice che avvenga per i più.
E qui mi riferisco in particolar modo alla mia generazione: io, che giovane in un certo senso non lo sono mai stato, mi riscopro spesso più anziano degli "anziani" con cui ho a che fare tutti i giorni.
Qualche tempo fa ho scambiato due chiacchiere con un giovane di novant'anni: questo giovanotto ha il potere di emanare un'immane forza vitale, anche solo trascorrendoci assieme qualche minuto. E come lui ne conosco molti altri!
Certo, sarà anche una questione di carattere, ma la forza di individui di tal lega noi giovani d' oggi ce la possiamo amabilmente sognare.
La nostra abitudine alla "vita facile", il nostro finto, perenne movimento, non è che un' illusione, se paragonato alla potenza costruttiva di chi ha scalato l'esistenza come fosse l'Everest, ed ora se ne sta seduto sul ciglio della montagna a guardarci tentare, malamente, una scalata per la quale non siamo preparati. Invano tentano di allungare verso di noi le proprie mani per aiutarci... loro sono troppo in alto, e noi troppo lontani.
Ad ogni modo, è stato (ed è) per me un immenso privilegio poter conoscere queste persone, condividere con loro alcuni momenti, e perché no, tentare di aiutarli a mia volta.
Prima o poi ogni ramo si secca, e le sue foglie cadono inesorabilmente al suolo. Ma ci sono foglie da cui nasce un nuovo seme, che germoglierà forte e vigoroso.
Io ho avuto modo di vederle e sfiorarle quelle foglie, e spero di aver tratto anche solo un pizzico della loro linfa.
Quanti anni ha il ragazzetto che se ne sta seduto per ore davanti al suo iPhone? E l'anziano che si sforza ancora di andare in campagna, a respirare l'aria buona, a sentire il soffio dell'esistenza?
Io un'idea me la sono fatta, e anche se forse è diversa dalla vostra, sono felice di poter cogliere il paradosso di un mondo che vuole essere sempre più giovane, ma che a me pare sempre, inesorabilmente, tristemente, più vecchio. 

venerdì 13 maggio 2016

Amore, sete di giustizia, passione

Amo scrivere, ma non sono uno che scrive ogni giorno. Il più delle volte sento lo stimolo di farlo, ma poi cambio idea e lascio perdere. Il mio è un approccio problematico alla scrittura, un po' come alla vita d'altronde. Se scrivessi sempre tutto quello che mi passa per la testa non sarei più fedele all'idea della persona che credo e voglio essere. Forse è giusto così, forse un po' tutti noi dovremmo riflettere bene prima di "vomitare" sentenze o pensieri mal riposti su una piattaforma così immensa come il web.
Non voglio dilungarmi sull'importanza del silenzio e della riflessione, poiché è argomento ritrito e già noto a tutti. Ma lasciatemi dire che credo sia necessario avere DAVVERO qualcosa da dire, per postarlo qui sopra.
Tre sono gli argomenti che per lo più cerco di portare avanti ed approfondire tramite questo blog: l'Amore, i problemi sociali, e la musica. Sono le tre cose che più mi stanno a cuore.
L'Amore: non certo inteso come l'infatuamento adolescenziale che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita, e che pure ha una sua rilevanza. Ma visto, bensì, sotto la forma più universale ed indefinibile che lo contraddistingue, ovvero quella forza vitale di andare avanti, di superare gli ostacoli della vita. L'amore per una ragazza, per la propria famiglia, per le proprie passioni, per le proprie cause. L'amore è da sempre, e sarà sempre, la più grande fiamma che guida l'esistenza di un uomo. Per quanto mi riguarda, se non ci fosse l'amore per come lo intendo io, non varrebbe la pena di fare più nulla.
I problemi sociali: non so perché, ma è da quando sono un ragazzino che ho questo pallino: mi fa letteralmente incazzare che al mondo ci siano delle disuguaglianze così enormi, delle ingiustizie atroci, certamente perpetrate dal lato più meschino degli uomini, ma per di più avallate da un ordinamento politico, e spesso anche giuridico, che si celano dietro una falsa modernità democratica, sregolata e svuotata di ogni principio etico e morale. Gli uomini sono palesemente imperfetti, ma spesso nella storia le leggi che sono state prodotte si sono rivelate migliori dei loro creatori. Ovviamente è accaduto anche il contrario, ma credo che sia nostro dovere darci delle regole che siano voce del meglio delle nostre più grandi menti, e non del peggio delle nostre più mediocri menti, come purtroppo sempre più spesso accade.
Infine la musica: la musica è da sempre la mia più grande passione assieme alla scrittura, e un uomo senza passioni è un deserto arido dal quale è inutile cercare di far germinare anche la più insulsa forma vitale. Quindi per me è la musica, ma per qualcun'altro potrebbe essere la pittura, la danza, la lettura, il disegno, la recitazione ecc.
Non ho la pretesa di parlare di null'altro, se non di queste poche, cruciali cose. Ovviamente lo faccio a modo mio, senza offrire molte risposte, ma disseminando molti altri interrogativi. Le risposte le lascio a chi è più saggio ed esperto di me; a me l'unica risposta che basta ed avanza per andare avanti, e cercare di comportarmi come meglio posso, sono queste tre cose: L'Amore, la sete di giustizia, la passione. Spero che ognuno di voi trovi le proprie "ragioni".

lunedì 25 aprile 2016

"Running to stand still"


Prendo in prestito il titolo di un brano che ho sempre amato, per descrivere qualcosa di molto diverso: la situazione della società attuale.
Sì, perché la sensazione che ho, è proprio quella: "correre per restare fermi".
Squarciando il velo della superficialità che ci avvolge, mettendo da parte le poche buone cose che sono migliorate, ci si rende conto che la tanto decantata modernità in cui crediamo di vivere, non è altro che una forma più artificiosa e complessa dell'ingiustizia che ha sempre imperato nella società umana.
I deboli soffrono sempre di più, i poveri hanno sempre di meno. E che non ci si azzardi a dire la verità su questi temi, altrimenti si viene messi alla gogna!
L'ipocrisia regna sovrana in questo mondo dove il ritmo vitale è dettato unicamente dal profitto, senza  limiti morali ed etici.
Denuncio con forza questa deriva. Io sto dalla parte degli ultimi, e ne rivendico i diritti. Sto dalla parte di chi critica lo stato attuale delle cose, proponendo soluzioni fattive. Sto dalla parte di chi non ha paura di gridare al mondo la sua indignazione. Sto dalla parte di quelli che corrono per andare avanti, e non per restare fermi, come ci vorrebbero alcuni politici e lobbisti. Basta ipocrisie!


mercoledì 23 marzo 2016

Sixto Rodriguez e gli strani casi della vita




Diverso tempo addietro ho avuto il piacere di imbattermi in un bel documentario intitolato "Searching  for sugar man".
Il "docu-film" in questione trattava dell'epopea che due fan sudafricani avevano intrapreso per rintracciare, o almeno conoscere le sorti, di un cantautore americano molto apprezzato nel loro paese d'origine: Sixto Rodriguez.
Quest'ultimo era stato dato per suicida, ma i nostri giovani supporters non si sono persi d'animo, e non solo sono riusciti a scoprire che Sixto era ed è ancora vivo e vegeto, ma hanno avuto modo di svelargli il suo crescente successo in Sud Africa, regalandogli una sorta di seconda vita, parallela a quella di operaio dei sobborghi di Detroit.
Ebbene si, Rodriguez non era affatto a conoscenza della sua celebrità, in quanto in America i suoi fantastici due dischi non avevano venduto più di qualche copia.
Mi sono appassionato a questa storia e a questo personaggio. 
Innanzitutto perché trovo le sue composizioni colme d'ispirazione e di quella malinconia empatica, che solo i grandi artisti possono avere. Ma poi, anche perché Sixto Rodriguez rappresenta una sorta di riscatto per tutti coloro che non ce l'hanno fatta, per tutti coloro che non ce la faranno mai.
Il mondo è pieno di gente capace, di poeti, scrittori, musicisti, artisti in genere che non sono mai stati baciati dal "successo", pur avendoci provato.
Sixto (chiamato così poiché sesto bambino nato dai suoi genitori) sembra non essere molto interessato al successo; è un tipo schivo, oggi ha più di settant'anni e di tanto in tanto tiene qualche concerto in giro per il mondo. Non si è mai atteggiato a star, e ancora oggi, vedendolo, pare di aver difronte il figlio di un immigrato messicano, discendente da qualche nativo americano, che non sa vestirsi bene. 
Proprio questo è il motivo per cui mi piace quest'uomo. Ha fatto della sua arte l'obiettivo di una vita, senza esserne riuscito a cavarne un dollaro, almeno fino a qualche anno fa. Un fallito, direbbe qualche arrivista dei giorni nostri. Il figlio di un "giusto errore", dico io.
A differenza di Rodriguez centinaia di grandi artisti muoiono senza veder riconosciuto il proprio talento. Il talento non è merce, e purtroppo non sempre in molti decidono di "acquistarne" i "prodotti".
Sfrutto questo post per consigliare, a chiunque ne abbia voglia, di cercare il vero talento, che sia dentro o fuori di noi; di riconoscerlo, di apprezzarlo. Di non lasciarlo morire invano. Che poi questo ci permetta di vivere da nababbi, bé è tutta un'altra storia. 
Solitamente tutto ciò che è quantificabile economicamente, ha un valore piuttosto esiguo nella vita dell'uomo.
E poi, chi lo sa, potrebbe capitarvi di fare la bella "fine" di Sixto Rodriguez... 
Intanto, non lasciate che il vostro talento vi scivoli tra le dita.


sabato 19 marzo 2016

17 Aprile 2016: Perché voterò sì al referendum, per dire no alle trivelle

Come non troppi di voi sapranno, a causa del (sino ad ora) quasi totale silenzio al riguardo da parte dei mass media, il prossimo 17 d'Aprile saremo chiamati ad esprimerci sul seguente quesito referendario: "Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c'è ancora gas o petrolio?" 
Ebbene, cercherò di spiegarvi le ragioni per cui ritengo sia importante partecipare a questo voto, e le motivazioni per le quali io voterò sì, e mi auguro che la maggior parte degli italiani la pensino come me.
Partiamo dalle motivazioni più strettamente "pratiche" e materiali: "Secondo i calcoli di Legambiente, elaborati su dati del ministero dello Sviluppo economico, le piattaforme soggette a referendum coprono meno dell'1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas. Se le riserve marine di petrolio venissero usate per coprire l'intero fabbisogno nazionale, durerebbero meno di due mesi." Punto uno.
Punto due: Avremo ancora bisogno, e per bisogno intendo una stretta necessità, di estrarre petrolio (tralasciando il gas per cui vale un discorso diverso) nei prossimi trenta, cinquant'anni?
A mio parere no. Gran parte delle auto che si stanno immettendo già da oggi sul mercato, sono dotate di sistema ibrido; un'altra bella fetta gode di propulsione tramite metano o Gpl; nei prossimi anni questa tendenza andrà sempre più crescendo, e le auto a benzina o gasolio verranno pian piano accantonate. Deve essere così, perché se non fosse così si rivelerebbero ridicole tutte quelle chiacchiere che in primis i nostri politici decantano sulla necessità di abbassare il livello d'inquinamento delle nostre città; non avrebbe senso far fermare le auto nei maggiori centri urbani per due giorni, per poi progettare future estrazioni petrolifere volte ad aumentare ancora questo insostenibile inquinamento nel quale versiamo. Non avrebbe, e non ha alcun senso continuare a sfruttare i nostri mari più per estrarne petrolio e gas, che per valorizzarne le ingenti potenzialità turistiche e naturali. Ci lamentiamo dei tumori, dello smog, delle polveri ultra fini, e poi abbiamo paura di dire no al proseguimento indiscriminato di questo falso progresso? il progresso è un altro, soprattutto in campo energetico. Sono ormai vent'anni che santifichiamo le energie rinnovabili, e invece di incentivare la ricerca in tal senso, il nostro governo che fa? Finanzia le multinazionali dell'energia che speculano sulle risorse e sulla bellezza dei nostri mari, per riempirsi le tasche, e riempirci di veleni.
La mia auto va a benzina, e la uso abbastanza, soprattutto per andare a Campobasso. Ma cerco ,quando posso, di non prenderla, e spero che un domani potrò cambiarla con un mezzo che sia alimentato da una fonte energetica più pulita; troppo spesso, anche per fare venti metri, ci  spostiamo con la macchina, e la cosa dovrebbe allarmarci. Siamo fatti per camminare, e non so voi, ma io quando cammino a piedi mi sento anche molto meglio.
Si perderanno posti di lavoro votando sì e dicendo no a nuove trivellazioni? Assolutamente no! Di posti di lavoro da creare in Italia ce ne sarebbero così tanti che non basterebbero milioni di trivelle per pareggiare il loro numero. Nostro malgrado è sempre la scelta più facile, e più conveniente per loro, che i nostri politici amano prendere. La strada più semplice, più veloce, più conveniente al momento. Ma a che prezzo? Al prezzo di pagarne lo scotto tra dieci, venti o trent'anni, così come stiamo pagando ora a causa di scelte errate fatte in passato. Almeno, cinquant'anni fa non c'era ancora la consapevolezza che le loro scelte (quelle di alcuni politici) ci avrebbero fatti ammalare tutti, e avrebbero messo in ginocchio le nostre città, le nostre campagne, le nostre vite. 
Oggi , invece, Renzi lo sa, i suoi amici lo sanno. Ma a loro infondo non importa. A loro importa solo dare il contentino a ognuno, e scontentare tutti.
Per quanto mi riguarda, non ho bisogno di alcun contentino. L'unico bisogno che sento è quello di coerenza, un valore che dalle nostre parti non è mai stato considerato. La coerenza per cui si cerchi di fare il bene del proprio paese e dei suoi abitanti, guardando non solo al presente ma anche al futuro.
Allora non commettiamo anche noi il grave errore di fare la scelta più semplice e scontata. 
Tutti sappiamo che per ottenere dei grandi risultati bisogna impegnarsi a fondo, e fare anche qualche sacrificio. 
Non ci siamo lasciati prendere in giro quando volevano il nucleare in Italia, e l'acqua di proprietà esclusiva di qualche oscuro padrone, che traesse le sorti delle nostre vite.
Non lasciamo che ci prendano in giro neanche questa volta. 
Il 17 Aprile prossimo alziamoci dai nostri divani e andiamo a votare sì a questo referendum, per il bene della nostra aria, della nostra terra, del nostro futuro, e del futuro dei nostri figli.

giovedì 3 marzo 2016

L'amore è anche rinuncia

Vogliamo sempre più di ciò che abbiamo. Siamo infelici, insoddisfatti. Ci arroghiamo diritti che per natura non ci appartengono, e dimentichiamo di batterci per quelli che dovremmo avere.
Siamo ingordi, avidi, incontentabili. Siamo irrispettosi di chi, e di quello che ci circonda.
Pensiamo di avere il controllo assoluto sulle nostre vite, quando tutt'al più possiamo sentirci complici di un destino che dipende solo parzialmente dalla nostra volontà.
Siamo arroganti, oltre che falsi e opportunisti.
Ci sentiamo in dovere di giudicare qualunque cosa, senza mai giudicare noi stessi.
Spesso siamo avidi, menefreghisti, intolleranti, insensibili.
Siamo umani.
Non siamo perfetti e non lo saremo mai, ma cerchiamo almeno di seguire con maggiore interesse ciò che la Natura ci insegna.
La Natura non è vittima né assassina, la Natura non si cura di noi; noi siamo solo parte di un cosmo immenso che corre parallelo alle nostre vite, inglobandole.
Rispettare le nostre esistenze non può che voler dire rispettare ciò che ci circonda. Smettiamola di pensare che tutto sia funzionale al nostro volere!
Chiunque abbia davvero amato, almeno una volta nella vita, sa bene una cosa: l'amore è anche rinuncia.
Amiamo condividendo, sorridendo e soffrendo assieme, nell'espletazione piena di tutte le nostre sacro-sante libertà, e di tutti i nostri diritti.
Ma, per favore, smettiamo di bramare ciò che non possiamo in alcun modo avere, se non prevaricando la nostra stessa Natura.
Ci sono alcune cose che non possiamo, e forse non dobbiamo cambiare.
L'amore è anche rinuncia, la vita è anche rinuncia ed accettazione.
Accettiamo questo dato di fatto, dando valore a ciò che invece abbiamo, ed è nostro diritto avere.

lunedì 22 febbraio 2016

Gambatesa e Vipera: due facce della stessa medaglia?

Premessa: Gambatesa, le origini di un popolo e del suo territorio
Una località di nome "Gambatesa" appare nelle fonti storiche solo dalla seconda metà del XII secolo. La vita del nostro paese è dunque così, relativamente, breve?
Si sa che la storia è colma di sfumature, e affermare che non esistesse nessun nucleo abitato nei pressi dell'attuale centro urbano, sarebbe quanto meno affrettato e superficiale.
Ma partiamo dalle testimonianze "materiali": che si giri in un lungo ed in largo il nostro paese, che lo si indaghi da ogni punto di vista, è impossibile non notare quanto la sua sia una conformazione strutturale e geografica prettamente medievale. Per di più non sono presenti, all'interno del centro abitato, aree archeologiche antiche, né reperti d'epoca romana o sannita, nemmeno nei materiali di riporto con cui poi furono costruiti il castello e tutti gli edifici più antichi.
Abbiamo però, credo approssimativamente a 4-5 km dal centro urbano di Gambatesa e precisamente in Contrada Piana delle Noci, i resti di una necropoli romana, purtroppo ancora nascosta dalla terra.
Abbiamo inoltre un ulteriore indizio che ci porterebbe a dedurre che il nostro territorio sia stato abitato e frequentato sin dai tempi più remoti: il tratturo Lucera- Castel di Sangro, uno dei tratturi più importanti nella pastorizia, ma anche crocevia, punto cardine e di passaggio tra i territori montuosi abruzzesi e le floride pianure della Puglia. E voi saprete meglio di me dell'importanza che questo tragitto ha ricoperto nel corso della storia, ancor prima della venuta dei romani. E sebbene non possiamo essere certi che il tratturo abbia continuato ad essere praticato e praticabile, almeno durante la prima parte del medioevo, appare quanto mai improbabile che un percorso che sia arrivato con tutta la sua fama sino ai giorni nostri, fosse stato del tutto ignorato e lasciato in disuso dai nostri avi nel medioevo.
Da questo momento in poi c'addentreremo nel campo delle ipotesi, ma badate bene che si tratta di ipotesi suffragate da varie fonti e soprattutto dalla logicità delle loro motivazioni.

Vipera e Gambatesa


Dicevamo che dalle fonti non abbiamo notizia di Gambatesa prima della seconda metà del XII secolo.
Abbiamo però vari riferimenti, precedenti al periodo sopra citato, ad un abitato di nome Vipera, più precisamente "Guiperanum".
Ebbene cosa centra Vipera con Gambatesa, vi chiederete. Si dà il caso, e chiunque sia nativo del nostro borgo lo sa bene, che proprio difronte al nostro paesino si erga una collinetta dalla forma peculiare, da tutti chiamata "Toppo della Vipera".
Vi sembrerà che io stia forzando i termini della questione, in quanto una semplice omonimia non può bastare per dimostrare alcunché. E in effetti avreste ragione, se solo non ci fossero alcuni punti interessanti, che vi vado ad elencare.
Nelle fonti scritte la nostra Vipera è sempre citata senza Gambatesa, e cronologicamente prima di essa. Meno un caso: in questo specifico caso, riportato da Francesco Rossi prima, da Franco Valente (grazie al quale ne sono venuto a conoscenza) poi,  in un  appunto ripreso dai "distrutti Registri angioini" si legge che nel 1330 Margherita di Gambatesa, moglie di Riccardo Caracciolo e figlia di Riccardo di Gambatesa, possedeva il "castrum" di Gambatesa e tra gli altri quello di "Tofarie et Vipere".
Appare singolare che l'unica volta in cui Gambatesa e Vipera sono citate contemporaneamente, esse siano in qualche modo strettamente correlate tra loro, vuoi per una vicinanza territoriale, vuoi per i feudatari che ne traevano le sorti.
Il buon Franco Valente, che a differenza mia ha fatto una vera e propria ricerca storica e ha già discusso di queste tematiche nel suo volume dedicato al castello, si è recato al nostro "Toppo della Vipera", spinto dalla possibilità di rinvenirvi i resti dell'antica Guiperanum, è ne è tornato vedendo i suoi dubbi "aggravati dopo un'attenta ispezione dei luoghi...." infatti "con esclusione dell'impianto di una piccola cisterna-serbatoio, non sono stato capace di trovare una benché minima traccia di una muratura di qualunque tipo". 
Valente continua affermando che sebbene l'ultima volta in cui Vipera sia stata menzionata risalga a settecento anni fa, appare strano che non vi sia alcuna sua traccia. 
Dunque Vipera doveva trovarsi in un altro luogo, oppure... oppure potrebbe  aver rappresentato un primitivo nucleo abitato dell'odierna Gambatesa, in epoca longobarda chiamata Guiperanum, e da cui ha preso nome il vicino "Toppo". Questo è possibile, ma ad oggi non è dimostrabile, e a me non pare del tutto logicamente accettabile, almeno in questi termini.
Ma se proviamo ad immaginare che i primi abitanti dell'odierna Gambatesa provenissero da un altro luogo ad essa attiguo, magari chiamato Vipera, e che si fossero spostati, vuoi per motivazioni geo-politiche, alimentari, climatiche, per danni provocati da terremoti o frane, verso l'altura che oggi ospita il nostro villaggio, allora tutto appare più plausibile.
Torniamo per un attimo al Toppo della Vipera. Se è pur vero che non è stato rinvenuto alcun reperto in zona, è altrettanto vero che la ricerca si è soffermata solo sul colle specifico, e non è andata oltre, nelle zone adiacenti. Dietro il suddetto colle esiste una necropoli romana, che non disterà più di un paio di km dallo stesso. Che la zona sia stata abitata anche successivamente? Potrebbe essere.
Ma indaghiamo più affondo questo Toponimo: perché Vipera?
Il culto della vipera e, più precisamente, quello della Vipera Anfisbena, mitico serpente dotato di due teste, era largamente diffuso tra i longobardi, e specie nel territorio giuridico beneventano, di cui all'epoca il nostro Fortore faceva parte. Come non supporre dunque che tale nome sia strettamente legato al periodo di frequentazione longobarda? 
Degli insediamenti longobardi, seppur minimi, dovevano essere presenti in quella zona, tanto più che nelle sue vicinanze fu poi costruita la chiesetta oggi intitolata alla "Madonna della Vittoria". Ci siamo mai chiesti come mai quella chiesa si trova proprio lì, in un luogo evidentemente diverso e relativamente distante dall'attuale centro abitato? Se teniamo presente che San Barbato, fece di tutto per sopprimere il culto idolatro della vipera, possiamo immaginare che la chiesetta della Madonna della Vittoria sia stata posta in quel luogo proprio come "rimedio" alle credenze, che visto il nome del colle, dovevano lì essere fortemente radicate. Non è da escludere che l'edificio potesse essere in un primo momento collegato proprio al culto della vipera, prima di esserne "liberato" e ristrutturato dall'ortodossia della fede cristiana. Ma se c'era una religione, doveva anche esserci qualcuno che la praticava o che comunque ne seguiva i precetti. 
Ecco che torna calda l'idea che una Vipera esistesse, e che fosse nei pressi dell'attuale Gambatesa. E che forse gli abitanti di questo antico borgo furono i primi ad insediarsi sull'altura su cui oggi sorge il nostro bel paese. 
Tutto quello che ho detto non è dimostrabile, ma di certo è ragionevole e in un certo senso intrigante.
Ad ogni modo, ai posteri l'ardua sentenza!