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giovedì 18 febbraio 2016

Festival di Sanremo 2016: Cosa resterà?

Torniamo a discutere di qualcosa di più leggero.
Anche se amo altri generi e contesti musicali, è mia abitudine seguire il Festival di Sanremo, non fosse altro che è l'unico momento in cui la televisione statale si concentra principalmente sulla musica dal vivo. Al riguardo, tra l'altro, non posso che consigliare a chiunque abbia problemi a prendere sonno e sia amante della buona musica, di sintonizzarsi su su Rai 5 verso la mezzanotte. Qui spesso a quell'ora mandano in onda documentari e concerti di artisti che hanno fatto la storia della musica, e che, con tutto il rispetto, hanno poco da spartire con gli artisti dei giorni nostri, che si recano a Sanremo.
Ma bando alle ciance, e basta fare i criticoni. Cercherò di parlare di quest'ultimo Sanremo esulando, per quanto possibile, dai miei gusti personali, che sono evidentemente molto distanti da quelli proposti dalla Kermesse in questione.
Partiamo però dalla conduzione: quattro persone che si occupano di questo aspetto sono palesemente troppe, soprattutto se due di queste risultano quantomeno irrilevanti nel loro apporto dato al programma. Ovviamente sto parlando di Madalina  Ghenea e Gabriel Garko. Due bellissimi ragazzi, per carità (specialmente la Ghenea), ma noi pubblico avremmo fatto volentieri a meno di vedere queste comparse, spesso (soprattutto nel caso di Garko) impacciate e fuori luogo; e altrettanto bene avrebbe fatto la loro assenza alle casse della Rai, e conseguentemente alle nostre. Soldi buttati, diciamocelo.
Bene invece Carlo Conti e Virginia Raffaele. Il primo ha saputo, come sempre, mantenere un bel ritmo, nonché un naturalissimo e piacevole aplomb, che ne fanno ad oggi il miglior conduttore italiano. Magari un conduttore un po' "piatto", ma forse il ruolo di chi conduce questo tipo di manifestazioni è proprio quello di essere presente ma non "invadente". Infondo si sta pur sempre parlando di una gara tra canzoni, tra artisti, quindi è bene che il conduttore sia funzionale a questo fine, e non viceversa.
Per quanto riguarda la Raffaele, lei è probabilmente stata il vero "pepe", la mossa televisiva azzeccata di questo Sanremo. Memorabile la sua parodia della Fracci, un po' meno quella della Versace e delle altre messe in scena. Ad ogni modo un "brava" se lo merita tutto, tralasciando ovviamente i cachet ancora esorbitanti e vergognosi che percepiscono i conduttori e gli ospiti.
Passiamo proprio agli ospiti allora: tra i grandi nomi è da segnalare solo quello di Elton John, con la sua buona esibizione. E poi, ovviamente, il magico intervento di Ezio Bosso, con parole d'amore per la musica e grandi insegnamenti di vita, sui quali non ritorno poiché se n'è ampiamente parlato.
"Sciapite" le altre ospitate, soprattutto non riesco a capire perché continuino ostinatamente ad invitare attori che non hanno nulla da dire, regalandogli altri soldi, oltre a tutti quelli che già hanno, per venti minuti di chiacchierata insulsa.
Infine, passiamo alle canzoni: non me n'è piaciuta nemmeno una, ma come ho già detto, devo sgombrare la mente da quello che ascolto di solito e cercare di giudicare in maniera oggettiva.
Allora benino i rapper, Rocco Hunt e soprattutto Clementino, che hanno riproposto tematiche sociali ritrite, un po' banalizzate, ma che sembrano averlo fatto in maniera sincera, con pezzi simpatici. Benino i vincitori Stadio, se non altro perché a differenza di molti altri, hanno alle spalle anni ed anni di concerti e di contatto diretto con il pubblico. E poi anche perché mio padre metteva sempre una loro cassetta in macchina, quand'ero piccolo.
Benino Dolcenera, non per la canzone, come sempre abbastanza odiosa, ma per la sua magnifica voce ed ottima esibizione. Bene Elio e le Storie Tese, che si riconfermano grandi musicisti e riescono anche a farci sorridere.
Non pervenuti tutti gli altri. Onestamente non ce la faccio proprio a parlare bene di canzoni che mi lasciano tanto indifferente.
Simpatico il pezzo di Francesco Gabbani, vincitore tra le nuove proposte, e una menzione particolare per il giovane Ermal Meta, che a mio parere ha presentato quella che rimane la canzone più bella di questo festival. Lasciando per inteso, che non è certo un pezzo che rimarrà negli annali.
Cosa resterà allora di questo Sanremo? Ovviamente nulla, ma faccio comunque i complimenti al lavoro di tutti gliu artisti e musicisti che vi hanno preso parte. Cantare e suonare bene non è mai frutto di un semplice caso.Detto questo Sanremo rimane inscindibilmente legato alla tradizione più classica della musica italiana, quella di Claudio Villa o Modugno per intenderci, quindi ha poco a che vedere con la musica moderna, e soprattutto con la buona musica moderna. Non mancano ovviamente le eccezioni, penso a Rino Gaetano con Gianna, o a Vasco Rossi, e tanti altri che si sono dimostrati al di sopra del "contenitore tradizionalista" di Sanremo. Ma ad oggi non consiglierei a nessun musicista che voglia fare musica "seria" di partecipare al Festival ligure, o quanto meno gli consiglierei di parteciparvi un po' come fece il buon Rino: facendo tutti "fessi e contenti". 

giovedì 11 febbraio 2016

Gli "ingessati" e i "disfattisti militanti".

Non molti giorni addietro ho assistito ad un interessante convegno, nel quale si è parlato, per farla breve, del futuro del nostro territorio e quindi di noi giovani.
Uno dei relatori, per la verità una persona che mi è parsa preparata sul tema e colta, ha però accennato ad una definizione rivolta ad alcuni ragazzi d' oggi, che non mi è piaciuta affatto, se non altro per il modo superficiale in cui è stata proferita: "gli ingessati".
Gli ingessati ,secondo questo signore, sarebbero molti dei miei coetanei (forse anche io), che non riescono o non vogliono porsi in maniera attiva e costruttiva nei confronti della società che li circonda.
Fin qui sono d'accordo, l'appellativo è assolutamente centrato. Perché è vero noi siamo, o quantomeno spesso ci sentiamo, degli ingessati, soprattutto rispetto a chi negli anni ottanta o ancora più addietro aveva la nostra età. Ma ci siamo posti la domanda, qualcuno dei nostri concittadini più in là con l'età, se l'è mai posta la domanda del perché di tutto ciò? Perché siamo così legati, immobili, inetti come lo Zeno del buon Italo Svevo?
Sempre lo stesso signore del convegno sosteneva di non volersi rivolgere a questo tipo di persone.
A parte che escludere a priori degli interlocutori, per di più ragazzi e quindi linfa vitale del nostro divenire, senza nemmeno ascoltare le loro opinioni, o almeno dargli la possibilità di esprimere le proprie presunte ragioni, è di per sé un atto fascista, e mi stupisce che a proferire questa sentenza sia stato uno che si è lasciato tranquillamente definire "compagno". Inoltre il nostro relatore si è dimenticato una fase fondamentale della costruzione di una risposta, e conseguentemente di una proposta: una domanda. Ovvero il nostro non si è chiesto la ragione per cui questi ragazzi, noi ragazzi siamo spesso "ingessati", e ci ha sbattuto in faccia le porte di ogni presa d'iniziativa.
Io credo che se molti di noi si sentono inermi nell'attuale situazione socio-economica-politica, la responsabilità prima debbano prendersela coloro che potrebbero essere i nostri genitori, zii o anche nonni. E no, non è la solita storia dello scarica barile, perché sono convinto che noi abbiamo delle pesanti responsabilità al riguardo, ma non possiamo ignorare il gravoso fardello della pedagogia, della forza dell'esempio, della necessità di un dialogo.
Mio padre da ragazzino partecipava alle manifestazioni, faceva il rappresentante d'Istituto, s'interessava alla propria contemporaneità. Anche io ho fatto queste cose più o meno come lui, ma ci divide un' enorme differenza: dagli anni novanta in poi i giovani hanno perso sempre più quel ruolo di voce sociale che rappresentavano prima, e lo hanno fatto anche e soprattutto perché nessuno dava più loro tanta importanza. Nessuno (o davvero qualcuno) ha dato loro il buon esempio, nessuno si è mai posto il problema che la società sprecona e immorale che stavano costituendo potesse porre le basi per la presunta "immobilità" giovanile in cui versiamo.
Non condivido l'atteggiamento di chi se ne frega del proprio presente, né lo giustifico. Io stesso mi sono scagliato spesso contro queste persone, ma non tanto per demonizzarli, quanto per tentare di risvegliarli, di risvegliarmi, dal torpore che ci circonda.
Pensionamenti a 50 anni, stipendi fissi e liquidazioni abnormi garantite senza dare alcuna garanzia, pensioni di invalidità regalate, parlamentari che hanno preso e continuano a prendere vitalizi  "vita natural durante", avendo lavorato (in molti casi rubato) si e no per una legislatura, consiglieri regionali che continuano a percepire 10.000 euro e rotti al mese mentre un'operaio, un piccolo imprenditore, un agricoltore, un "call-centerista" non arrivano a fine mese, e questi vengono a dirci che siamo degli ingessati??
Non è che prima queste cose non esistessero, ma di certo nel corso degli anni 60' fino ad arrivare ai giorni nostri si sono acuite terribilmente, fino a surclassare lo status di semplice fenomeno "occasionale". Questa ad oggi, e per almeno gli ultimi 40 anni, è stata ed è la normalità.
Allora per poter dire qualcosa che abbia un senso ed un peso, bisogna anche avere degli interlocutori eticamente  presentabili e rappresentativi. E diciamoci la verità, in molti casi (ovviamente questo non vale per tutti, lungi da me generalizzare) chi oggi ha 50 o 60 anni, e magari ha anche avuto la possibilità di legiferare e decidere in qualche modo delle nostre vite, non lo è.
E noi sì, questo è vero, dovremmo incazzarci molto di più, e costruire un' alternativa a questa deriva. E qui mi assumo tutta la mia, la nostra responsabilità.
Ah dimenticavo... sono stati citati negativamente anche dei presunti "disfattisti militanti". Evidentemente nella cornice di un convegno che tratta di proposte per il futuro non è possibile disquisire per ore su tematiche tanto delicate, ma è dovere della persona intelligente pesare le proprie parole: un conto sono quelli che dicono no a prescindere e sanno solo criticare, un conto sono coloro che si pongono giustamente delle domande, e approcciano in maniera critica alle proposte provenienti dall'alto.
Se non ci fossero stati certi "disfattisti militanti"  oggi saremmo ancora sotto la monarchia, o tutt'al più ad un regime totalitario, dove un qualsiasi idiota avrebbe potuto decidere a suo piacimento della sorte dei suoi consimili.
Ora che ci penso però, anche se all'apparenza tutto sembra più confortante e sbrilluccicante, non ci siamo poi così lontani.  

sabato 6 febbraio 2016

Un'idea di futuro, la consapevolezza del presente, la conoscenza del passato.

Ieri si è tenuto a Gambatesa un convegno dal titolo "Territori che pensano il futuro, il Fortore". 
Avrei dovuto leggere alcune mie considerazioni in quest'occasione, ma a causa di un contrattempo occorsomi durante gli ultimi minuti della discussione, e presa inoltre coscienza del fatto che molti dei temi che mi sarei apprestato a toccare erano già stati ampiamente discussi e s'era dunque passato a discorsi più specifici, non ho potuto farlo, e ho quindi pensato di riproporle sul mio blog. Quello che segue è il mio pensiero.

Quando il nostro sindaco, Carmelina Genovese, mi ha proposto di fare un piccolo intervento durante quest’importante occasione, in un primo momento mi sono sentito spiazzato.
 Sì, spiazzato perché oggi appare sempre più raro che un amministratore chieda ad un semplice cittadino, peraltro un giovane, di esprimere la propria opinione riguardo temi cruciali che ci riguardano tutti, come quello che si sta trattando qui oggi.
L’input che la nostra amministratrice mi ha dato, è stato il seguente: “cosa manca a voi giovani in un paese come il nostro? Sarebbe utile se un ragazzo come te dicesse la propria su questo tema.”
Ebbene è proprio questo il motivo per cui, nonostante la mia iniziale reticenza, ho deciso di non mancare quest’opportunità, scrivendo queste poche righe che mi appresto a leggervi.
Proprio perché la prima risposta che mi è venuta in mente riguardo alla domanda “cosa manca a voi giovani?” è stata la seguente: essere maggiormente coinvolti nel nostro presente e futuro, e conseguentemente, in quello del nostro territorio. E quando il primo cittadino del tuo comune, non solo ti offre l’opportunità di esprimere la tua opinione al riguardo, ma ti sprona inoltre a farlo, ritengo che sia un dovere non tirarsi indietro. Questo è il motivo per cui mi trovo qui a parlarvi, non in veste di esperto del settore, né di politico, ma in quanto semplice e giovane cittadino, che come voi ha a cuore il suo avvenire, e quello dei luoghi in cui vive.
Inutile negare che la piaga che maggiormente affligge la nostra terra è quella della mancanza di lavoro. Non sta a me dare soluzioni a questa problematica, poiché  non ne ho le competenze né le capacità, ma ritengo che le iniziative come quella odierna, che ci troviamo a discutere, vadano nella giusta direzione.
In un territorio che, come il nostro, non gode di una posizione geomorfologica favorevole, per la conformazione stessa delle nostre colline, monti e valli, e per la sua marginalità rispetto ai centri economici più importanti della Nazione, è a mio parere necessario puntare a valorizzare quello che abbiamo, piuttosto che a costruire quello che comunque non ci renderebbe tanto quanto rende in zone più centrali e adatte al suo sviluppo. E qui mi riferisco in particolare alla vocazione agricola e rurale del nostro territorio.
È allora giusto investire le risorse economiche che ci vengono concesse in due principali ambiti, a mio modo di vedere, tra loro correlati: la cultura e l’agricoltura.
Dunque incentivare un tipo di agricoltura, e perché no, di turismo gastronomico e culturale che potremmo definire “eco-sostenibile” diventa una priorità.
Cosa intendo per turismo ed agricoltura “eco-sostenibili”? Ebbene, un turismo ed un’ agricoltura che rispettino le conformazioni e le vocazioni del proprio territorio, e che le valorizzino senza stravolgerle. Un turismo ed un’agricoltura responsabili dunque, perché dobbiamo puntare a preservare quell’ ”incontaminazione” della natura, dell’arte, dei luoghi e dei prodotti, che contraddistingue l’intera nostra regione. Quando un turista, un passante o un semplice viaggiatore viene qui, quello che cerca è la purezza dell’aria e del territorio, la semplicità e bellezza dei borghi, la genuinità del nostro cibo e dei nostri vini. Ovvero tutto quello che ha difficoltà a reperire in altri contesti, come possono essere quelli delle grandi città o comunque delle regioni più densamente popolate.
E su questo, che dir se ne voglia, si può costruire tanto lavoro, basti pensare ai più noti esempi della Valle d’Aosta o del Trentino, dove un territorio stupendo è stato valorizzato enormemente, e dove molte persone vivono di turismo, cultura e agricoltura eco-sostenibili.
Detto ciò, al di là del discorso prettamente lavorativo, che sappiamo bene essere la motivazione principale per cui molti giovani vanno via da questa Regione, cosa manca (secondo me) a Gambatesa? Perché io e i miei coetanei abbastanza spesso decidiamo di spendere più tempo a Campobasso o altrove, piuttosto che qui? Forse abbiamo bisogno di più stimoli, che certamente in parte dobbiamo essere noi stessi a costruire, ma d’altro canto credo sia dovere di chi ci governa recepire le necessità della propria cittadinanza. Poi ovviamente sta a noi renderla una cittadinanza attiva e non passiva.
Ad esempio un’altra delle vocazioni di questo territorio, in particolare del nostro paesino, è quella della musica: sarebbe allora bello poter usufruire di un luogo in cui esercitare questa nobile arte, e con essa altri campi della cultura, come la lettura ed il cinema. Ovvero, sarebbe bello avere una struttura adibita a questi fini, dove i ragazzi possano incontrarsi, non solo per svagarsi, come purtroppo sempre più spesso accade solo nei bar e nei locali, ma anche e soprattutto per costruire qualcosa di importante riguardo al proprio futuro, al nostro futuro, e questo lo si può fare solo prendendo ulteriore consapevolezza del nostro presente, grazie alla cultura. E cosa sono la musica, la letteratura, il teatro, il cinema se non cultura?
Ecco cosa mi spronerebbe ulteriormente a passare molti dei miei pomeriggi qui, soprattutto nel periodo invernale, quando troppo spesso i nostri piccoli centri sembrano diventare quasi lande desertiche e desolate.
Abbiamo una struttura scolastica invidiabile, e forse tra non molti anni saremo costretti a vederla vuota a causa della decrescita demografica in cui versiamo. Rivalutarla e sfruttarla sempre di più anche nell’orario pomeridiano, come in effetti si sta già provando a fare, sarebbe di certo un’ottima cosa.
I ragazzi avrebbero una possibilità in più per suonare liberamente, vedere film, leggere romanzi, fare recite e spettacoli.
Ed oltre ad un castello di inestimabile valore storico-artistico, che a onor del vero l’attuale amministrazione sta già tentando di valorizzare il più possibile, avremmo anche un altro importante luogo d’incontro culturale.

Cos’altro posso aggiungere? Qualcuno potrebbe obiettare che il nostro futuro è in gran parte già deciso, ma a quest’affermazione potrei controbattere che siamo noi cittadini in primis, e i giovani più di tutti, a dover implementare e sorvegliare il lavoro di chi ci governa, ed è quindi troppo semplice scaricare le colpe della difficile situazione attuale solo sui politici e sugli organismi di governo, che pure dovrebbero essere i baluardi della giustizia economica e sociale, sebbene in molti casi siano solo i baluardi del proprio rendiconto personale. Dobbiamo imparare ad essere più civili, e a capire che i nostri interessi privati spesso coincidono con quelli del nostro prossimo, e solo perseguendo il bene collettivo potremmo raggiungere anche il nostro personale benessere. Non è una questione di buonismo o filantropia cristiana, ma di pura e semplice logica. E non lo dico io che sono solo un ragazzo qualunque, ma ce lo insegnano la storia e i suoi protagonisti. Armiamoci dunque di buona volontà e d’ impegno civile. Una delle mie massime preferite è “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Tentare di seguire questa semplice regola ci aiuterebbe a dare valore alla nostra terra, ai nostri usi e costumi, ai nostri concittadini, e in ultima analisi, a noi stessi.

martedì 2 febbraio 2016

Quelli come te

Un paio di strofe (quelle che mi ricordo) da una delle canzoni che ho scritto tra i sedici e i diciott'anni... Dedicate a quelli che.. ogni tanto si sentono così:

Quelli come te non servono a niente,
cantano i sogni finiti della gente,
guardano in fondo al mare e sognan di trovarci pietre rare

Quelli come te sono  un pò strani,
li vedi sempre fare gesti con le mani,
parlano con le nuvole e talvolta credono anche alle favole

però...

"And I must be an acrobat, to talk like this and act like that"



giovedì 19 novembre 2015

Soli

Soli

Siamo soli a questo mondo,
se ci guardiamo l'un l'altro senza riconoscere una scintilla comune nei nostri sguardi.
Siamo soli,
se costruiamo muri e barriere,
invece di ergere ponti.

Siamo soli,
se generalizziamo, se giudichiamo senza conoscere, 
se ci estraniamo, se molliamo senza tentare.
Siamo soli,
se non compatiamo il nostro prossimo,
che sia a noi vicino oppure lontano,
è pur sempre un essere umano.

Siamo soli se lasciamo correre
e se non ci uniamo contro il terrore,
ma siamo altrettanto soli
se l'odio penetra i nostri cuori
e non lo sappiamo elaborare.

La giustizia non ha nulla da spartire con l'odio.
La giustizia è sete di pace,
l'odio è sete di guerra.
La guerra non ha mai risolto nulla.
La guerra non ha vinti né vincitori.
La guerra genera solo vittime,
spesso innocenti.
E sarà sempre la scelta "dei prediletti che non dovranno combattere".

giovedì 5 novembre 2015

Caro lettore

Caro lettore,
io non ti conosco, e diciamocelo, neanche tu conosci me. Nella migliore delle ipotesi sei un mio "amico" che da qualche social network legge queste mie divagazioni.
Ma non sai davvero chi sono, né come sono fatto o quali siano i miei sentimenti più profondi. Allo stesso modo, io non so niente di te. Ma questo potrebbe essere uno di quei momenti in cui ci confrontiamo senza filtri, senza falsi perbenismi, senza subdoli luoghi comuni.
Scrivere è sempre un rischio, e lo è tanto più se decidi di postare i tuoi pensieri in rete. No, non come fa la maggior parte di noi, scopiazzando malamente frasi di grandi autori, accompagnandole con una ridicola foto.
"Il falso sapere da copertina di Facebook" non  mi è mai interessato e mai mi interesserà. Questo è un piccolo spazio dell'anima, nel quale mi sento libero di esprimermi, al di là delle convenzioni e di ciò che gli altri possano pensare di me. Sarebbe molto più facile farlo sotto un finto pseudonimo, ma alla fine cosa mi importa? Tu non sai nulla di me, e se pensi di sapere qualcosa e ti sei fatto un'idea sbagliata, questa sarà l'occasione buona per ricrederti.
Ho ventiquattro anni dallo scorso 19 ottobre. Da bambino pensavo che a questa età sarai diventato "grande", avrei vissuto per conto mio, magari con una famiglia mia, con un lavoro mio. Poi sono cresciuto davvero, ed ho capito che la realtà è un pizzico più complicata di come te l'aspetti a dieci anni.
Specialmente per chi è come me. Come?, mi chiederai.
A scuola ci hanno insegnato, o quantomeno qualche anima pia ha provato a farlo, il valore della coerenza, della virtù, dell'etica. Mi domando perché affannarsi in tematiche tanto difficili se poi una volta entrati nel "mondo degli adulti" tutto sembra assumere il valore opposto di ciò che ci avevano detto.
Ed è lì che si crea un conflitto dentro di te, tra ciò che ti hanno sempre passato come buono e giusto, e ciò che invece è in realtà: un mondo dove ognuno cerca di fregare il prossimo, dove le regole sono solo inchiostro su un foglio, dove la falsità vince sull'onestà, dove i poveri pagano per i ricchi, dove ti conviene fare la voce grossa se non vuoi essere schiacciato come un moscerino.
Certo le persone per bene esistono, ma sono rare come le mosche bianche.
E dopo averci infarcito di cotanta grandiosità di ideali, letture della Costituzione, dei diritti dell'uomo, di Kant, Voltaire, Madre Teresa e compagnia bella, da un giorno all'altro ci buttano in questa babele di caproni, dove dobbiamo scornarci per ritagliarci un posticino in quest'esistenza.
No, caro lettore, io non mi tiro indietro. Anche io ho paura, ma quando hai dei buoni motivi per combattere, lo fai fino in fondo. E resisti ai soprusi, alle maldicenze, ai torti che la vita di tanto in tanto ci riserva. Solo che mi chiedo perché continuare a raccontare bugie ai nostri ragazzi? Perché crescerli per il paradiso e poi gettarli in mezzo ad un rogo di fiamme infernale? é ovvio che i più sensibili tra di loro incontreranno crescenti difficoltà ad integrarsi in una sì fatta società.
E poi ci domandiamo esterrefatti come mai i giovani di oggi abbiano tante difficoltà ad inserirsi nel mondo degli adulti, quando la risposta ce l'abbiamo scritta a caratteri cubitali sotto gli occhi: siamo falsi, falsi come i sogni che ci propinano da bambini, false come le storie che ci raccontano i politici in televisione.
Cosa fare allora? Mandare tutto all'aria? No, amico lettore, te l'ho detto io voglio combattere. Non con le armi, non con le molotov, né con i pugni: con la forza della ragione e dell'anima, due cose che troppo spesso sono state messe in contrapposizione nella storia della filosofia, e che invece vanno assolutamente di pari passo. Con la forza delle cose che mi hanno insegnato i miei genitori e  pochi buoni maestri, e che vedo realizzarsi giorno per giorno in chi non ha affossato la propria dignità per asservirsi a coloro che ci vorrebbero come un gregge senza pastore.
Con la forza dell'amore, fiamma vitale che guida ogni moto dell'esistenza, con la forza della voglia di vivere di un ragazzo che vorrebbe solo fare il proprio cammino senza calpestare le cose in cui crede. Questa non è utopia, ma richiede di certo un grande sacrificio. Io ho ancora voglia di combattere, caro lettore, e tu?
Non posso cambiare il mondo, ma posso cercare di cambiare il mio mondo. Siamo complici del nostro destino, non padroni, né vittime. Non buttiamo all'aria anche quest'ultima possibilità.

lunedì 26 ottobre 2015

Halloween con la musica dei Sushafire e il cibo della Cantinella Vagabonda!

Sabato 31 ottobre il ristorante itinerante "La Cantinella Vagabonda" di Marco D'Antonio organizza un party in occasione della serata di Halloween.
La cantinella vagabonda è un ristorante rivoluzionario, dove lo street food si fonde con la migliore tradizione nostrana, il tutto contornato da una magica atmosfera di socialità e divertimento; e ovviamente ci sarà da bere per tutti!
Ad allietare la serata ci saranno ancora i "famelici" Sushafire, stavolta in versione un pizzico più dark....
A breve vi darò altre news riguardo l'orario dell'evento, e tanti altri particolari....
Stay Susha!

venerdì 9 ottobre 2015

Grazie!

Per chi ama la musica, come me, avere la possibilità di suonare davanti ad un pubblico venuto solo per ascoltarti e ricevere un applauso alla fine di una canzone è sempre stato un sogno. Per me sarebbe stato un sogno già solo avere una band, figuriamoci poi suonare col mio incredibile maestro di chitarra e con il miglior bassista che conosco! In quanto al batterista, Giovanni, bè quando avevamo più o meno sei o sette anni ed andavo a trovare mia nonna, ci incontravamo sotto casa sua e ci fingevamo musicisti. Lui suonava già la batteria, ma battendo due pezzi di legno su uno scalino, e io cantavo accompagnandomi con una vecchia mazza di scopa, una vera e propria Stratocaster! Sono passati più di dieci anni, ed infine entrambi siamo riusciti a realizzare il nostro sogno. Lo abbiamo realizzato, in vero non per la prima volta, domenica scorsa. Solo che questa volta abbiamo suonato nella piazza del nostro paese, nel punto nevralgico del posto in cui siamo nati, davanti a tante persone che conoscevamo. E forse anche per questo la soddisfazione è stata ancora maggiore. Poi riuscire addirittura a cantare assieme al pubblico il ritornello di Knockin’on Heaven’s door era al di fuori di ogni mia più rosea previsione. Ed infine ricevere i complimenti di tutti quelli che c’erano, anche dei più insospettabili, di gente per cui la nostra musica è un mondo inesplorato del tutto distante dai propri gusti musicali…. È stato a dir poco fantastico! Voglio allora ringraziare tutti quelli che c’erano; chi ci ha stretto la mano regalandoci un sorriso, chi ci ha voluti…. Salvatore, Jay Pee e Giorgio per l’impegno e la gioia con cui abbiamo suonato assieme in questi ormai due anni, e sono certo continueremo a fare. Grazie alla gente di questo paese, che spesso riesce ancora a stupirmi per l’apertura mentale che dimostra in molte situazioni; grazie ancora a tutti gli amici, parenti, e sconosciuti che sono venuti ad ascoltarci. Ed infine il grazie più grande a chi con il suo amore mi sta sempre accanto e non manca mai di essere la prima fan di questa band: Chiara. Non potrò mai ringraziarti abbastanza! A presto, Sushafire!

giovedì 1 ottobre 2015

SushaFire live in Gamba! Domenica 4 ottobre

E questa volta il tempo non dovrebbe metterci il bastone tra le ruote (facciamo corna!). Nella cornice dei festeggiamenti per la Madonna del Rosario, il comitato ha deciso di riconfermare anche quest'anno i due gruppi che a causa del maltempo non hanno potuto esibirsi nel 2014. Gli amici Strenght Leg saranno i primi ad esibirsi, con il loro repertorio di rock moderno, per poi lasciare spazio a noi "soffioni" nella parte finale della serata. Il tutto avrà inizio attorno alle 18:00, e amici, paesani, e appassionati di musica in genere sono tutti invitati a venire in Piazza Riccardo a condividere con noi questa bella giornata. Vi attendiamo numerosi per saltare e cantare tutti assieme! Con affetto, Sushafire!

lunedì 14 settembre 2015

U2, "The Unforgettable fire"




Tra i vari album degli U2 "The Unforgettable fire" è quello che a mio parere rappresenta più di tutti gli altri l'anello di connessione tra gli esordi più marcatamente "New Wave" e il rock epico che venne dalla fine degli anni ottanta in poi.
Questo è il motivo per cui tale disco è stato da me completamente rivalutato, sino a rappresentare la nascita, e per certi versi anche la fine, del sound più autentico della band di Dublino.
Perchè? Cerchiamo di scoprirlo assieme.
Se qualcuno di voi ha avuto la fortuna di ascoltare i primi tre album uduìani, quella che io ho deciso di chiamare "la trilogia del bambino", noterà un netto cambiamento già dalla prima traccia di questo nuovo lavoro: "A sort of homecoming" è un pezzo decisamente atipico nel panorama rock dell'epoca. Ritrae perfettamente lo stampo impressionistico dell'intero album: melodie che prendono il sopravvento su una struttura canzone solamente abbozzata, quasi a non voler essere troppo precisi, lasciarndo una sorta di interpretazione libera al pubblico. Il "furor" dell'artista pare surclassare la necessità di fermi canoni descrittivi, e così invece che un semplice strofa-ritornello ci ritroviamo ad ascoltare un inesorabile incedere che diventa sempre più appassionato e grandioso.
Si tratta del ritorno dei nostri ancor giovanissimi dublinesi verso le vie della loro Irlanda, alla propria intimità artistica, dopo aver esplorato soprattutto attraverso "War" un rock più muscolare e politico.
Ciò non sarebbe nemmeno lontanamente immaginabile senza l'apporto unico della chitarra di The edge, che assume qui quel ruolo cruciale che rappresenterà per tutta la musica degli anni ottanta. Più che di un chitarrista, il capelluto ragazzo della Mount Temple School prende le sembianze di un pittore che lancia pennellate di colore sulla tela fabbricata dal basso di Clayton e dalla batteria di Larry. Usa il riverbero, il delay, il chorus, semplici note piuttosto che accordi, ricamate tra loro tanto da costruire un perfetto intreccio.
Arriva "Pride" e pensi che si torna agli U2 dei vecchi tempi, quelli delle canzoni da tre, massimo quattro minuti, con uno sfondo fortemente radicato nell'attualità. E in effetti la canzone parla dell'omicidio di Martin Luther King e gli rende omaggio con un appassionato canto: Un uomo nel nome dell'amore. Ma gli stilemi non sono più quelli di un tempo, e alla rabbia punk (che pur rimane intatta nella voce di Bono sul ritornello) si è sostituita ormai una versione più universale del concetto canzone, decisamente più Pop. Un Pop colto e raffinato, ma pur sempre incisivo e diretto. Non è un caso se almeno fino al 1987 questo brano rappresenterà la hit di maggior successo per i quattro giovinetti della Northside. Un inno puro e semplice declinato in canto popolare accessibile a tutti. (Sia ben chiaro, niente a che vedere con il Pop scevro di oggi).
Ma se dovessi scegliere un pezzo che più di tutti rappresenta quest'album, un consiglio per l'ascolto diciamo, vi citerei senz'ombra di dubbio la folgorante "Bad".
Il tema dell'abuso di droghe e delle problematiche che ne possono discendere viene qui toccato più che con le parole, con la musica. La canzone parte con un semplicissimo fraseggio dell'"uomo col cappellino", che solo lui poteva riuscire a trasformare in un "must" per tutti gli appassionati di chitarra: un paio di accordi diventano l'apertura sinfonica, oseri dire, del brano. L'effetto "eco e  ritardo" pensato da Edge la rendono unica, facendo apparire ciò che sarebbe banale esageratamente ricercato. E se credete che sia facile, provate a rifarlo!
La canzone prosegue poi in un continuo incessante incedere, in una scalata impervia verso l'alto, verso il divino, con cui Bono sembra voler dialogare con le sue debordanti ripetizioni nel finale. Non è un caso se nel Live Aid del 1985 la canzone arriva a durare oltre dieci minuti, togliendo spazio alla più famosa Pride, con un Paul Hewson scatenato ed il resto del gruppo che sta quasi per abbandonare il palco. Ma alla fine Bono fa cenno di chiudere il pezzo, e dalla platea  arrivano applausi scroscianti: è la consacrazione definitiva degli U2 nell'Olimpo del rock, e da quel giorno Bad verrà suonata quasi sempre dal vivo come cavallo di battaglia.
Una cazone strana che rappresenta un album decisamente strano, ma intrigante. Dove si assapora la maestria "ambient" di Brian Eno (vedasi Promenade o 4th of july), ma anche la verve spirituale e allo stesso tempo viscerale dei giovani U2 (The unforgettable Fire, MLK).
I nostri ragazzi non dimenticano comunque da dove vengono e gli ideali che li hanno ispirati, regalando una nuova perla a Martin Luther King : MLK è un canto sognante, una vera e propria ninna nanna che chiude il disco in maniera soave, augurandosi che il reverendo al quale "hanno preso la vita, non potendo togliergli l'orgoglio" riposi finalmente in pace sotto una dolce pioggia autunnale.
E il fuoco indimenticabile altro non è che il fuoco della bomba atomica sganciata su Hiroshima, e che in quegli anni (1984-85) a causa della Guerra fredda si sarebbe potuto veder brillare nuovamente, con tutta probabilità. Gli U2 si schieravano dall'altra parte della barricata, con quelli che la guerra non la volevano, con chi stava con i più deboli.
E allora ecco che i quattro ragazzi fotografati davanti allo Slane Castle (dove è stato in parte registrato il disco) si avviano a diventare delle star mondiali, e non li ritroveremo mai più con questo mix di carica artistica e genuinità.
Faranno canzoni più belle, dischi più completi ed ispirati, ma mai più così poco a fuoco e quindi così da scoprire, come questo The Unforgettable Fire.