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sabato 20 luglio 2019

L'Aquila: cronaca distratta di una sessione di Laurea

L'Aquila.
Laurea specialistica di mia sorella.
Sala gremita di astanti chiassosi e distratti. Distratto anche io, posto che la logopedia, ad oggi, non mi  interessi granché, e che il microfono non amplifichi minimamente la voce delle laureande. Per la loro gioia, immagino.
Quantomeno resto in silenzio e cerco di allietare il mio scorrere del tempo scrivendo quanto segue.
Il viaggio da Gambatesa al capoluogo abruzzese è stato lungo e tortuoso: se in linea d'aria le due località distano poco, lo stesso non può dirsi del chilometraggio stradale, per di più appesantito dal tragitto ascendente e sinuosissimo. Così, partiti alle 3 del pomeriggio, dopo una breve pausa a metà via, siamo giunti a destinazione solo alle 19.00.
Subito ci siamo recati a Collemaggio, pregevole Basilica finemente lavorata all'esterno (l'interno, visto l'orario, aveva già chiuso al pubblico), e alla celebre ed iconica fontana delle 99 cannelle.  Poggiati i bagagli al "BeB" dove trascorreremo la notte, ci dirigiamo in centro: cena in un colorato ristorante dal non vago sapore arnoldiano (quello di Happy Days, per intendersi), dove, per coerenza, ordino un riso basmati con pollo in salsa thai. Buono, forse un po' troppo americano.
Per digerire e soddisfare l' immaginazione oltre che l'appetito, si passeggia in centro, perlomeno nella parte di quello che risulta accessibile. L'Aquila è una bella città, dal passato visibilmente più rilevante (storicamente) rispetto alla nostra Campobasso, testimoniato da eleganti palazzoni, cospicue chiese e ampie piazze; un presente magmatico ma pulsante, con i tanti giovani che, nonostante la ferita ancora sanguinante del sisma, pullulano nelle strade, tra i locali che sprizzano fame di "eros e thanatos", con cocktail di musica e, immagino, qualche pasticca digestiva, non priva di pericolose controindicazioni. Il futuro è un'incognita, qui come altrove, forse più che altrove, ma la sensazione è che, di là dei cliché, questa città abbia la forza per risollevarsi, confidando nella speranza che nuovi sismi non tornino a scuoterla così forte, sempre che la feroce ingordigia di alcuni uomini non si presti meglio e prima allo scopo.
Viaggiare mi piace sempre più, sebbene non sia ancora riuscito a vincere alcune prassi che contrastano quest'avvincente attrazione: abitudinarietà, poco, pochissimo sonno, ansia di vedere, girare, assaggiare, conoscere, e l'inevitabile stanchezza che ne consegue. In compenso, mi adatto un po' più che in passato.
L'Aquila, questo posto così simile eppure diverso da quello in cui sono cresciuto, questo popolo martoriato dalle  doglie della Terra e dall'incuria di diversi suoi abitanti, mi ricorda ancora una volta quanto io sia piccolo, e quanto possa contare ogni gesto dei "piccoli" come me, se consapevoli di non poter controllare per intero la propria esistenza né di esserne inevitabilmente succubi, bensì di poterla in una certa misura influenzare.
Così è quasi giunto il turno di mia sorella, io non so se ho detto quanto avrei davvero voluto, in realtà non so bene nemmeno cos'ho effettivamente detto, ma mi sento come sollevato, ora che ci ho almeno provato.

giovedì 30 maggio 2019

Sono io

Siamo esseri complessi dotati di un'interiorità cui appartengono le nostre esperienze ed ogni sfaccettatura, anche quella apparentemente meno significante, della nostra esistenza. Eppure la stessa interiorità che ci permea, sempre più spesso senza che nemmeno ce ne rendiamo conto, trascende in parte la nostra vita, investendo i legami che in qualche misura ci costituiscono, e i retaggi ambientali, culturali, sociali e dunque genetici che contribuiscono a strutturarci in quanto esseri viventi.
Ecco perché, ogni qual volta accenniamo con superficialità a quella indissolubile "identità" che racchiuderebbe la nostra essenza, applichiamo inevitabilmente una sorta di riduzionismo, una cesura forse indispensabile, ma pur sempre artificiosa e labile in alcune delle sue presunte componenti ed espressioni.
Ciò non autorizza a lasciarsi insidiare dalla facile conclusione che ogni essere umano sia privo di un'articolata sfaccettatura interiore strettamente correlata all'ambiente, al corpo e alle loro relazioni, come invece sempre più spesso si va sostenendo.
Il così detto "uomo modulare", che tanto dettagliatamente critica Miguel Benasayag, è divenuto l'ennesimo mitema nella storia dell'uomo, cui aspirare quale modello d'essere al mondo nei nostri tempi. "Costui" si presenta dunque come il singolo, o meglio il "profilo", costituito da moduli intercambiabili, privo di "interiorità, storia, esperienze. Egli ha, deve avere le qualità di un hard disk".
Ecco che si profilano due visioni agli antipodi, eppure così simili nei loro semplicistici approdi: da una parte l'essere umano è percepito come pura interiorità, un blocco unico insensibile ad ogni afflusso esterno; dall'altro, esso è completamente deprivato di ogni sostanzialità intrinseca, e rappresenta null'altro che una costruzione sulla quale apporre pezzi più "performanti" o detrarre quelli che si ritengono inutili se non dannosi.
Ma noi, come detto, siamo molto più di questo: più di un contenuto stipato in un contenitore, più di un ammasso d'informazioni ed esperienze; più di un blocco d'argilla in cui è soffiato un alito divino. 
Quello che siamo non sono capace di spiegarmelo o di dirlo a parole, forse posso solo intuirlo e lasciarlo cadere.
Siamo parte d'un tutto, di questo sono certo: e in quanto parte non possiamo pretendere di farcela da soli, ponendoci al di sopra d'ogni altra cosa. Abbiamo il dovere di rispettare ciò che ci circonda, e rispettarlo non è facile come sembra. 
Nell'epoca delle mode che banalizzano grandi temi del vivere, dell'esasperazione della forma che svuota il contenuto, è fin troppo comodo scambiare la potenziale parte di un percorso con un approdo.
Sono vegano-rispetto gli animali. Ho l'auto elettrica-non inquino. La lista potrebbe essere assai lunga, ma mi bastano due esempi per dimostrare che le cose sono più complesse di come ce le vogliamo rappresentare.
Recuperare il "senso del Sacro", inteso come ciò che è "aldilà" della nostra consapevolezza, appare essenziale. Equivale a riconoscere la nostra "finitezza" che, lungi dall'essere scusante di ogni nostro errore, ci responsabilizza.
Avere "senso del Sacro" vuol dire, inoltre, rendersi conto che esiste qualcosa che trascende i nostri limiti e allo stesso tempo li integra, qualcosa di più grande: e no, non sto parlando di un essere soprannaturale. Chi ha un figlio o ama una persona si rende ben conto di quello che voglio dire.
In definitiva, la nostra storia personale, per quanto rilevante e sensibilmente riconoscibile, non è che una minima parte di ciò che effettivamente siamo.

martedì 16 aprile 2019

L'ossessione della giovinezza

All'arrivo della primavera, quando le giornate erano abbastanza lunghe e le vecchie mura della casa si lasciavano assuefare dal tepore del sole, i miei nonni paterni lasciavano le buie stanze della loro abitazione cittadina e tornavano al paese.
Io, mia sorella e i miei genitori vivevamo al piano superiore di una palazzina costruita agli inizi del secolo scorso: due camere, un bagno e la cucina. Al piano inferiore si ripeteva grossomodo la stessa divisione: era lì che i miei nonni trascorrevano le loro giornate.
Giù il mobilio era rimasto quello degli anni 60', c'era il caminetto sporco di nero e fuligine, nel bagno solo la tazza e un piccolo lavandino.
Mio nonno paterno, di cui porto il nome, aveva un occhio di riguardo nei miei confronti, così come io serbavo grande stima e affetto nei suoi.
Alla sera ci coricavamo entrambi sul vecchio materasso con cuscini imbottiti di lana di pecora: faceva freschetto nonostante la stagione, date le spesse mura di pietra e la mancanza, al piano inferiore, di altri mezzi per scaldarsi all'infuori del piccolo caminetto. Sotto le massicce coperte pareva che l'animo si scaldasse assieme alle membra, e il nonno mi raccontava i "fattarelli": di quando, in guerra, aveva tentato di fuggire dal campo di concentramento tedesco con il suo compagno entusiasta di mangiare patate crude ed erba fresca che a lui, invece, nonostante la fame, continuavano a non garbare molto; poi l'arrivo degli americani, e ancora il celarsi nelle flautolenti fogne prima della fine della guerra.
Ma raccontava anche storielle della tradizione, come quelle del lupo e della volpe, il primo sempre soggiocato dalla più furba seconda.
Lo avrei ascoltato per ore ed ore, se solo il sonno non fosse soggiunto, ineffabile, ad irretirmi tra le sue accoglienti braccia.
Il rispettoso riguardo che tributavo agli anziani era già stato certamente instillato in me dall'educazione dei miei, ma credo si sia radicato ulteriormente in quei preziosi anni.
Non ho mai guardato ai "vecchi" come fardello da accantonare il prima possibile, bensì quale fonte d'ispirazione, cassetti ricolmi di storie da raccontare e da cui trarre preziosi insegnamenti. Certo, fin da bambino vedevo anche i lati negativi della vecchiaia: gli affanni, i volti segnati dal trascorrere del tempo e degli eventi, le malattie. 
Più di questi ultimi, però, mi spaventa la prospettiva di un mondo fatto di soli "giovani", o di individui molto in là con gli anni che vogliono apparire tali. Non amo i bianchi filamenti che strenuamente continuano a spuntare tra la mia non più foltissima e castana chioma: semplicemente li accetto, sono prolungamento della mia essenza, sarebbe assurdo coprirli o mascherarli. Essere performanti, aggiornati, in voga, appare evidentemente un'esigenza comprensibile in una società tutta puntata all'apparenza e al "funzionamento" come la nostra. Bisogna comunque guardarsi dal divenire la caricatura di se stessi, e aderire più ai bisogni intrinseci del proprio corpo ed estrinseci dell'ambiente, che a quelli oramai completamente artificiosi di una società che ha perso di vista questi due fattori nodali. 
La nostra epoca sembra non poter fare a meno dell'ossessione per la giovinezza, nella speranza di vivere per sempre un'esistenza svuotata di qualsiasi significato.
Rimpiango i miei nonni e la loro fiera saggezza, la dignità dei loro anni, delle loro rughe, la pesantezza dell'esperienza, il dolore degli acciacchi che esprimono ancora tutta la forza della vitalità, per quanto al suo crepuscolo.
Io e i miei coetanei saremo, come peraltro già molti altri sono, esteriorità che inevitabilmente declina senza voler soccombere, burattini che lasciano muovere i propri fili dallo schermo di un cellulare, e dimenticheremo, nel frattempo, di vivere il poco che ci resta.

martedì 26 marzo 2019

"Nel Mondo", a modo mio

Scrivo questa breve riflessione mentre mi trovo in una sala d'aspetto per la visita medica di un parente che ho accompagnato. Avrei avuto innumerevoli e più consone circostanze per farlo, ma, tant'è, all'urgenza d'esprimersi non si danno appuntamenti né orari.
Da qualche settimana ho preso la decisione di eliminare i profili "social" sui quali ero attivo, e che tentavo di utilizzare maggiormente per la condivisione dei miei scritti e di altre esternazioni di minor conto ma ad ogni modo rispettose dell'altrui sensibilità. La vita come ben sappiamo è connotata dal serio e dal faceto, e non ho mai ritenuto opportuno ridurre al silenzio quest'ultimo aspetto, che stimo altrimenti assolutamente connaturale alla mia esistenza. Di più, non ho mai preteso, e sarei stato uno sciocco nel farlo, che i "social" fossero univoca espressione di tematiche esistenziali e profonde dissertazioni sulla realtà che ci avvolge. Pur ponendomi sempre con atteggiamento critico rispetto al tipo di uso che se ne potesse fare, ho inteso adoperarli prima per un'umana esigenza di riconoscimento comunitario, anche laddove questa fosse autoreferenziale, e poi perché sostenevo, e continuo a sostenere, che se ne possano trarre fruttuosi esiti sebbene a discapito di potenziali distorsioni negative. Evidentemente queste ultime, per quel che concerne la mia personale condizione nell'utilizzo di tali canali comunicativi, rischiavano di prendere il sopravvento. Mi sono risolto a cancellare i miei profili, dunque, per un insieme di motivazioni che vado brevemente ad elencare.
In primo luogo essi erano una consistente fonte di distrazione, il che non è di per se un elemento malvagio, ma avendo a disposizione moltissime altre e migliori riserve cui attingere al riguardo, i "social" cominciavano ad essermi d'intralcio. Da qualche giorno stavo infatti cercando di immergermi nella lettura di un libro assai interessante e parimenti scritto in linguaggio specifico di non semplice fruizione: ebbene facevo fatica a riuscirvi, ed ogni qualvolta la lettura diveniva eccessivamente impegnativa fuggivo verso lo schermo del mio cellulare in cerca di più facili  scappatoie. 
Ma (quasi) tutto quel che trovavo urtava la mia intelligenza ed emotività, e non da ultimo il buon senso, al punto che cominciavo a chiedermi cosa ci facessi, io, nonostante i tanti miei difetti, in quel grondaio d'approssimazione e malelingue, assorbito dalla giungla d'estemporanee esternazioni sintomatiche d'indisposizioni fisiche ed emotive mal incanalate, nell'assurda pretesa di sviscerare una verità che si voleva assoluta, e che non poteva essere se non relativa. Ci facevo, forse, quel che pochi altri internauti (quale termine obsoleto), con immani difficoltà, si sforzano di fare, ovvero "stare nel mondo" sapendo di farne piena parte, impegnandosi stoicamente nel non lasciarsene cannibalizzare, bensì relazionandosi, per quanto possibile, in maniera dialettica con esso. 
Ebbene, l'elevata soglia di sopportazione, l'erudita impassibilità ottenuta a colpi di vivida e disincantata esperienza, non è mai stata una delle mie migliori qualità. Così ho ceduto alla volontà di mandare tutto quel ciarpame a farsi benedire, ed eccomi qui, a non crogiolarmi giammai nella vile illusione  d'essermi sbarazzato delle tante brutture che permangono nella nostra società, ma augurandomi, quantomeno, d'essermi tolto d'impiccio da una delle tante incongruenze che mi, e ci, contraddistinguono.
Ora, non ricordo bene quale filosofo disse che bisognava guardarsi dal cattivo gusto di voler essere amici di tutti, ma in effetti aveva le sue buone ragioni. Di amici ne ho davvero pochi, credo anche e soprattutto a causa mia. Nonostante questo non amo esprimermi cinicamente, mi piace invece essere educato anche nei riguardi di chi non apprezzo particolarmente, esimendomi, ovviamente, dal prostrarmi con deferenza al suo cospetto. Ma cos'è leggere post feroci, discriminatori, ignoranti, follemente iracondi, goffamente assurdi, vomitevoli sentenze purificatorie che nemmeno la peggior Inquisizione, e starsene lì buoni in silenzio? Cos'è questa se non deferenza o al più indifferenza?
Rispetto il diritto d'opinione di tutti, ma nel merito, laddove ne vedo l'urgenza, sento l'istinto e l'opportunità d'intervenire. Questo bisogno si scontra con la necessità del "quieto vivere" che ugualmente bramo, come la maggior parte dei miei simili. 
Infine estraniandomi da questa parte di mondo virtuale, stavolta in maniera totale, non posso che guadagnarne in termini di tempo, coerenza e salute.
E a tutti coloro che, genuinamente, si ostinano a prenderne parte, rivolgo la preghiera di segnalarmi le proprie manifestazioni, austere o frivole che siano, in modo che io possa fruirne tramite differenti canali. 
Ancora a loro, con riguardo all'ambito delle "reti telematiche sociali" cui ho fatto riferimento in questo scritto, auguro migliore sorte, e maggior saggezza di quanta ne possa aver usata io.

sabato 9 marzo 2019

La perfezione esiste



Un paio di settimane fa gironzolavo ansioso nei pressi del nostro bel castello, nell'arduo tentativo di realizzare una foto che rendesse il senso del movimento, come richiesto dall'insegnate del corso fotografico che sto frequentando.
Stavo per gettare la spugna, quando d'un tratto mi ha travolto quello che, con un eufemismo, potremmo definire un "gran colpo di fortuna": un bimbo sguscia fuori da un vicoletto, inseguito dal suo cucciolo preferito. Un momento estatico, di gioia assoluta, che parla da solo.
Ho colto quel momento, l'ho fissato nell'obiettivo della mia macchinetta, lasciandone intatto il ritmo, il battito, il senso.
Forse la perfezione esiste, anche se dura solo un attimo, il tempo di non lasciarle crescere attorno altre idee che la soffochino.
Un po' come quando, da bambini, si correva senza alcuna meta,  con il sudore che grondava copioso dalla nostra fronte.
Alla ricerca di nulla.
Tutto quello di cui sentivamo il bisogno, era racchiuso in quell'attimo.

giovedì 7 marzo 2019

Gli affreschi del castello di Gambatesa e un mistero ancora irrisolto



Nel 1656-1657 anche Gambatesa, come tutto il Regno di Napoli, fu colpita dalla peste.
All’epoca nel nostro territorio vigeva l’obbligo, ancor prima che la consuetudine, di ricoprire con la calce viva le mura interne, al fine di “disinfettare l’ambiente”. Tale pratica è testimoniata dai colpi di piccozza visibili ancora oggi su alcune pareti del castello, attuati proprio per permettere alla calce di aderire meglio.
Tradizionalmente, e forse in maniera approssimativa, si ritiene che da quel momento fino al primo intervento di restauro interno, avvenuto tra il 1977 e il 1978, tutti gli affreschi siano stati ricoperti dall’ossido di calcio e da diversi strati d’intonaco addizionati nel corso degli anni. Questa tesi è suffragata dalle testimonianze di chi ha preso parte al primo intervento di restauro, da molti di coloro che frequentarono il castello tra gli anni 50’ e 70’, nonché dalla penuria di documenti storici che facciano menzione delle raffigurazioni pittoriche.
In realtà già nel suo “Apprezzo del feudo di Gambatesa”, realizzato tra il 1697 e il 1698, nel descrivere il nostro castello, Giuseppe Parascandalo affermava: “s’entra in una sala quadra con intempiatura, muro pittato a friso, a destra, ed in testa di detta sala, vi sono quattro stanze con intempiatura”.
A poco più di quarant’anni dall’avvento della peste, dunque, almeno alcune porzioni di affresco dovevano essere nuovamente ben visibili.
Inoltre, spesso le memorie riportate si rivelano discordanti: alcuni anziani con cui ho avuto modo di chiacchierare al riguardo, ricordano che, tra gli anni 50’ e 60’ del secolo scorso, determinati affreschi erano distinguibili.
Oggi, grazie all’instancabile lavoro di ricerca del Prof. Salvatore Abiuso, custode della biblioteca comunale, abbiamo un nuovo elemento che va a complicare ulteriormente questo già intricato enigma: un documento ufficiale del 1933, reperito nell’archivio storico del comune, riporta una descrizione sommaria del nostro maniero, nelle cui righe finali si legge “alcune sale contengono degli antichissimi affreschi, discretamente conservati”.
Ebbene, nel 1933 diversi affreschi si vedevano, e chiaramente.
È possibile che negli anni 70’, come sembra testimoniare la foto riportata a corredo di quest’articolo, non fosse più così? Erano stati nuovamente ricoperti e intonacati? Se così fosse, quale fu il motivo, e quale il periodo della nuova intonacatura?
Allo stato attuale delle cose, non è possibile rispondere univocamente a queste domande.
Quello che appare certo, però, è che i pregiati lavori di Donato Decumbertino abbiano traversato alterne vicende, uscendo in qualche modo “vincenti” e, per lo più, indenni dall’incessante scorrere del tempo e degli eventi.

La vecchia bottega d'un sarto



Intonaci color catrame chiaro tappezzati di ritagli di giornale, calendari di un'altra era, foto ingiallite ma più vive del ragazzetto con l'iphone che attraversa la strada.
Le grandi e scure macchine da cucire forgiate in ferro pesante, busti di manichini imbottiti, carichi di cappotti cammello e tessuto scozzese.
L'aria odora di tabacco bruciato, che fuma da una sigaretta di cui è rimasta per lo più cenere. Un uomo sulla sessantina lavora placido e accorto: pare che al di fuori di questo momento, di questo spazio fiabesco e inafferrabile, non esista null'altro.
Sarà l'effetto che trasmette chi ama ciò che fa.
Il sentore di un mondo che, lentamente ma in maniera inesorabile, continua a scomparire.

Il suono del noce



C'era un grande noce che affondava le sue robuste radici affondo nell'aspro terreno, di fronte alla radura.
Le sue fronde si muovevano grevi al debole soffio del rovente vento estivo.
Piccoli uomini dalla forza erculea dissodavano il suolo intorno: affondavano con veemenza i propri arnesi nella terra riarsa dal sole cocente.
La pelle scura cotta dal duro lavoro quotidiano, le piaghe sul volto, i calli sulle grosse mani.
I bambini si riposavano nell'ora più calda, giocando ad acchiapparella sotto l'ombra refrigerante del "grande vecchio".
Le donne stendevano la tovaglia su un timido prato pagliericcio, poco discosto. Tagliavano il pane e il formaggio fresco di capra, versavano il vino.
Si lavorava poi ancora, per ore ed ore, e giungeva il tramonto, che illuminava i lunghi passi che conducevano al ritorno, a casa. Poco più che un ovile.
Una partita a carte, una zuppa di fave, due chiacchiere prima di coricare le proprie membra stanche, per attendere un nuovo giorno.
Il grande noce restava lì silente, quieto. Solo le foglie bisbigliavano qualche mormorio di tanto in tanto.
E quando lo facevano, il loro suono giungeva alle finestre aperte dei braccianti: così sentivano la voce del vecchio, imperturbabile  arbusto, che tenue augurava loro un po' di riposo, durante la breve notte.

Dove stiamo andando?



"Ci sono storie da raccontare che non sono canzoni".
Così leggevo qualche anno fa, in un bel libro del giornalista musicale Niall Stokes. Una frase lapidaria per riaffermare che non tutto può essere condensato in una rappresentazione artistica della realtà, sia essa un dipinto, un'opera lirica o una qualunque altra manifestazione "estetica".
L'arte, in tutte le sue variegate sfaccettature, ha sempre avuto molto a che fare con la vita quotidiana, con le problematiche umane, più o meno profonde.
In un periodo storico in cui l'arte preponderante da un punto di vista mediatico ha smesso di occuparsi di questioni esistenziali, se non con vaghi riferimenti di circostanza a dir poco approssimativi, non mi stupisco affatto della deriva generale che sta prendendo la società in cui viviamo.
C'è chi si riferisce agli "altri" come a dei "barbari", ovviamente nell'accezione deteriore del termine, da scacciare a qualunque costo. D'altro canto c'è anche chi inauditamente non percepisce, o finge di non percepire, tensioni tumultuose in seno alla comunità, non certo giustificabili nelle loro aberranti esternazioni di ignoranza, ma comprensibili alla luce di mancate risposte e assordanti silenzi da parte delle istituzioni e della migliore "intelligentia" globale.
Alcune questioni affondano le proprie radici nella natura stessa dell'uomo, oltre che in processi storici lunghi secoli se non millenni. E sono complicate da affrontare.
Non sarò mai dalla parte di chi dimentica innanzitutto di essere Umano, di dover usare la ragione e la coscienza, puntando sempre alla migliore soluzione possibile per il bene comune (ovvero di tutti, nessuno escluso).
Chi, d'altra parte, snobba tali problematiche ergendosi sul tetto del proprio benessere, coltivando la non curanza, non fa altro che fomentare posizioni di odio e rancore.
Dove stiamo andando? Esattamente dove ci portano due nemici agli antipodi, ma che lavorano bene insieme: l'indifferenza e la rabbia.

Non di solo pane, ma anche



Siamo nel periodo di raccolta delle olive (tempo meteorologico permettendo), e dunque mi pare opportuno esternare una considerazione che mi porto dietro da qualche anno.
Non di rado mi è capitato di leggere e sentire sedicenti intellettuali apostrofare sarcasticamente l'olivicoltura o la vendemmia, lasciando intendere che si tratti di attività da villani (nel senso deteriore che il termine ha assunto) ignoranti.
Certo, nessuno vuol mettere in dubbio che esistano questioni estremamente più importanti e dirimenti, e che bisogni nutrire il proprio intelletto anche con ben altri contenuti.
Ma è giusto mancare di rispetto, senza fare alcuna distinzione, a chi si impegna personalmente per la raccolta e trasformazione dei prodotti della propria terra?
Fin dall'antichità l'olio di buona qualità era considerato foriero di proprietà benefiche, se non addirittura terapeutiche, per il nostro organismo.
Alla luce delle più moderne ricerche, tale tesi è stata rafforzata, e un misurato consumo di tale prodotto è altamente consigliato dagli specialisti.
Senza considerare la portata sociale e culturale che tali pratiche rivestono, specie se ancora attuate in maniera tradizionale, consiglio a questi arroganti tuttologi di rimboccarsi le maniche, salire su un albero, cogliere il frutto, riporlo nelle cassette e trasportarlo al frantoio per la molitura.
Il loro fisico e la loro mente non potranno che trarne benefici.
Se poi preferiscono l'olio "lampante" venduto a 3 euro nei supermarket o il vino colmo di solfiti, beh ognuno ha i suoi gusti e la sua salute!
Un'ultima cosa: a volte si impara più da una dura giornata di lavoro in campagna, che in un tanto sofisticato quanto banale convegno.