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giovedì 7 marzo 2019

Il suono del noce



C'era un grande noce che affondava le sue robuste radici affondo nell'aspro terreno, di fronte alla radura.
Le sue fronde si muovevano grevi al debole soffio del rovente vento estivo.
Piccoli uomini dalla forza erculea dissodavano il suolo intorno: affondavano con veemenza i propri arnesi nella terra riarsa dal sole cocente.
La pelle scura cotta dal duro lavoro quotidiano, le piaghe sul volto, i calli sulle grosse mani.
I bambini si riposavano nell'ora più calda, giocando ad acchiapparella sotto l'ombra refrigerante del "grande vecchio".
Le donne stendevano la tovaglia su un timido prato pagliericcio, poco discosto. Tagliavano il pane e il formaggio fresco di capra, versavano il vino.
Si lavorava poi ancora, per ore ed ore, e giungeva il tramonto, che illuminava i lunghi passi che conducevano al ritorno, a casa. Poco più che un ovile.
Una partita a carte, una zuppa di fave, due chiacchiere prima di coricare le proprie membra stanche, per attendere un nuovo giorno.
Il grande noce restava lì silente, quieto. Solo le foglie bisbigliavano qualche mormorio di tanto in tanto.
E quando lo facevano, il loro suono giungeva alle finestre aperte dei braccianti: così sentivano la voce del vecchio, imperturbabile  arbusto, che tenue augurava loro un po' di riposo, durante la breve notte.

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