Le "cose" non hanno un valore intrinseco, se non quello che noi attribuiamo loro. È banale, ma ogni tanto bisogna ricordarsene.
Essere eccessivamente attaccati ad un oggetto può essere sintomo di superficialità, o addirittura di avarizia, come nella novella di Verga.
Ma anche l'atteggiamento inverso ha in sé qualcosa di deleterio. Una pratica che, specie nel 2018, nonostante la crisi di valori e il venir meno di un retroterra solido su cui porre delle basi progettuali d'esistenza, è sempre più accentuata dall' esasperato consumismo che ci contraddistingue.
Per questo mi piace "prendermi cura" delle mie cose: pensare che alcune di queste mi accompagnano da tanti anni, e sono ancora in buone condizioni, mi aiuta a riconciliarmi con i sacrifici che i miei nonni e i miei genitori hanno affrontato per farmele avere.
Ecco che alcuni oggetti acquistano valore, e ovviamente non si tratta tanto di un valore economico, quanto affettivo collegato a sua volta ad un atteggiamento "etico".
No, di qui a cent'anni non la porterò certo via con me "la roba", come voleva fare Mazzarò.
Ma nemmeno la getteró il giorno dopo nel cestino, in nome dell'iphone all'ultimo grido o di un maglione griffato da 300 euro.
La novella di Verga che studiammo a scuola è ancora estremamente istruttiva, dal mio punto di vista, e rileggendola nel contesto odierno vi scorgo una doppia critica: l'una rivolta a chi enfatizza il valore dei beni materiali, l'altra a chi li dà per scontati.
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