"Ci sono storie da raccontare che non sono canzoni".
Così leggevo qualche anno fa, in un bel libro del giornalista musicale Niall Stokes. Una frase lapidaria per riaffermare che non tutto può essere condensato in una rappresentazione artistica della realtà, sia essa un dipinto, un'opera lirica o una qualunque altra manifestazione "estetica".
L'arte, in tutte le sue variegate sfaccettature, ha sempre avuto molto a che fare con la vita quotidiana, con le problematiche umane, più o meno profonde.
In un periodo storico in cui l'arte preponderante da un punto di vista mediatico ha smesso di occuparsi di questioni esistenziali, se non con vaghi riferimenti di circostanza a dir poco approssimativi, non mi stupisco affatto della deriva generale che sta prendendo la società in cui viviamo.
C'è chi si riferisce agli "altri" come a dei "barbari", ovviamente nell'accezione deteriore del termine, da scacciare a qualunque costo. D'altro canto c'è anche chi inauditamente non percepisce, o finge di non percepire, tensioni tumultuose in seno alla comunità, non certo giustificabili nelle loro aberranti esternazioni di ignoranza, ma comprensibili alla luce di mancate risposte e assordanti silenzi da parte delle istituzioni e della migliore "intelligentia" globale.
Alcune questioni affondano le proprie radici nella natura stessa dell'uomo, oltre che in processi storici lunghi secoli se non millenni. E sono complicate da affrontare.
Non sarò mai dalla parte di chi dimentica innanzitutto di essere Umano, di dover usare la ragione e la coscienza, puntando sempre alla migliore soluzione possibile per il bene comune (ovvero di tutti, nessuno escluso).
Chi, d'altra parte, snobba tali problematiche ergendosi sul tetto del proprio benessere, coltivando la non curanza, non fa altro che fomentare posizioni di odio e rancore.
Dove stiamo andando? Esattamente dove ci portano due nemici agli antipodi, ma che lavorano bene insieme: l'indifferenza e la rabbia.
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