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martedì 19 agosto 2014

Recensione: Fabrizio De Andrè e PFM in concerto



Fabrizio De Andrè & PFM: “Fabrizio De Andrè & PFM in concerto”




Questo disco me lo regalò una persona cui devo molto, e che per me è stata e rimane una sorta di fratello maggiore (volevo scrivere zio, Gianni, ma poi ci ho ripensato… sto scherzando!).
Gli devo tanto anche in ambito musicale, poiché mi ha reso noti artisti che non avevo apprezzato fino quel momento.
Di De Andrè avrei dovuto “recensire” Non al denaro non all’amore né al cielo, ma così facendo avrei ignorato proprio quel mondo che il mio amico era riuscito a farmi ammirare: il prog rock italiano.
Se c’è un genere in cui noi italiani ci siamo distinti a livello internazionale, oltre alla musica popolare ovviamente, è quello del progressive rock nostrano, secondo solo a quello britannico.
Tramite queste parole voglio anche rendere omaggio a tutti i protagonisti di quella fantastica epopea e in particolar modo a una band che s’è distinta in quest’ambito, grazie a qualità tecniche sopraffine e ad una tenacia comunicativa unica: la Premiata Forneria Marconi, che è oltretutto riuscita nell’ardua impresa di migliorare le già magnifiche canzoni di Fabrizio De Andrè.
Registrato dal vivo durante i concerti di Firenze e Bologna nel gennaio del 1979, questo disco dovrebbe essere ascoltato da chiunque ami la buona musica.
Per fare un paragone, ovviamente dissacrante ma non per questo erroneo, è come ascoltare le composizioni di Wagner con le parole di Nietzsche.
Concedetemi una digressione calcistica per spiegare meglio.
Capita a volte che quando un grande club acquista due fuoriclasse, le loro prestazioni invece di migliorare peggiorano. Due grandi campioni spesso si pestano i piedi, e involontariamente si annullano a vicenda.
Lo stesso può capitare nella musica.
In questo caso accade l’esatto contrario.
Inutile che io stia qui a declamarvi le doti del miglior cantautore italiano. Le parole delle sue canzoni le conosciamo tutti quasi a memoria, e pesano come macigni ancora oggi, ancora oggi intaccano la nostra coscienza, corrodono le nostre certezze, nutrono le nostre menti.
L’atmosfera è quella tipica dei live, carica di energia, con il cantautore genovese che abbozza qualche discorso qua e là.
I nuovi arrangiamenti rinfrescano le canzoni e le arricchiscono, senza appesantirle.
I grandi classici ci sono tutti: da Bocca di rosa a Amico Fragile, da Un giudice al Testamento di Tito.
Adoro questi ultimi due brani e senza sminuire le altre tracce, che hanno fatto storia (Il pescatore, Andrea, La guerra di Piero, Volta la carta, Verranno a chiederti del nostro amore”), è a questi che vorrei dedicare le ultime righe.
“Passano gli anni, i mesi, e se li conti anche i minuti, è triste trovarsi adulti senza essere cresciuti; la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo, fino a dire che un nano è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo.”
Il testo di Un giudice è tra i più belli mai partoriti dalla mente di un cantautore, e affronta un tema in sostanza dimenticato da tutto e da tutti: quello dei difetti fisici e del veleno che la gente sputa addosso a coloro che li portano.
De Andrè getta al rogo il culto dell’immagine, dimostrando che anche un nano può raggiungere una posizione di preminenza all’interno della società, e ottenere il proprio riscatto.
Un bel calcio alla superficialità, che coinvolge l’ascoltatore con un ritmo incalzante.
Il testamento di Tito stravolge le regole della scrittura, proponendo il punto di vista di Tito (ladrone pentitosi e parimenti crocefisso al fianco di Gesù) sui dieci comandamenti.
In un crescente vortice musicale, ove gli strumenti si aggiungono poco a poco conferendo maestosità al pezzo, si attraversa la sconsacrazione di alcuni principi ipocriti, fino al raggiungimento dell’apoteosi: la canzone culmina in un inno d’amore per l’umanità, e nell’esortazione (a prescindere dall’esistenza o meno di un Dio) a considerarci tutti fratelli, figli di una vita che ci mette a dura prova, e che solo nella sintesi di storie e uomini diversi troverà il suo fondamento.
Giacomo Leopardi sarebbe andato molto d’accordo con Fabrizio De Andrè, ne sono convinto.
Mi piace chiudere questa riflessione su Fabrizio De Andrè e PFM in concerto, con un verso di Amico Fragile, che terrò per sempre stipato nel pertugio più profondo del mio animo:
“Pensavo, è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”.

Voto: 9/10

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