Fabrizio De Andrè & PFM:
“Fabrizio De Andrè & PFM in concerto”
Questo disco me lo
regalò una persona cui devo molto, e che per me è stata e rimane una sorta di
fratello maggiore (volevo scrivere zio, Gianni, ma poi ci ho ripensato… sto
scherzando!).
Gli devo tanto anche
in ambito musicale, poiché mi ha reso noti artisti che non avevo apprezzato
fino quel momento.
Di De Andrè avrei dovuto
“recensire” Non al denaro non all’amore
né al cielo, ma così facendo avrei ignorato proprio quel mondo che il mio
amico era riuscito a farmi ammirare: il prog rock italiano.
Se c’è un genere in
cui noi italiani ci siamo distinti a livello internazionale, oltre alla musica
popolare ovviamente, è quello del progressive rock nostrano, secondo solo a
quello britannico.
Tramite queste parole voglio
anche rendere omaggio a tutti i protagonisti di quella fantastica epopea e in
particolar modo a una band che s’è distinta in quest’ambito, grazie a qualità
tecniche sopraffine e ad una tenacia comunicativa unica: la Premiata Forneria
Marconi, che è oltretutto riuscita nell’ardua impresa di migliorare le già
magnifiche canzoni di Fabrizio De Andrè.
Registrato dal vivo
durante i concerti di Firenze e Bologna nel gennaio del 1979, questo disco
dovrebbe essere ascoltato da chiunque ami la buona musica.
Per fare un paragone,
ovviamente dissacrante ma non per questo erroneo, è come ascoltare le
composizioni di Wagner con le parole di Nietzsche.
Concedetemi una
digressione calcistica per spiegare meglio.
Capita a volte che
quando un grande club acquista due fuoriclasse, le loro prestazioni invece di
migliorare peggiorano. Due grandi campioni spesso si pestano i piedi, e
involontariamente si annullano a vicenda.
Lo stesso può capitare
nella musica.
In questo caso accade
l’esatto contrario.
Inutile che io stia
qui a declamarvi le doti del miglior cantautore italiano. Le parole delle sue
canzoni le conosciamo tutti quasi a memoria, e pesano come macigni ancora oggi,
ancora oggi intaccano la nostra coscienza, corrodono le nostre certezze,
nutrono le nostre menti.
L’atmosfera è quella
tipica dei live, carica di energia, con il cantautore genovese che abbozza
qualche discorso qua e là.
I nuovi arrangiamenti
rinfrescano le canzoni e le arricchiscono, senza appesantirle.
I grandi classici ci
sono tutti: da Bocca di rosa a Amico Fragile, da Un
giudice al Testamento di Tito.
Adoro questi ultimi
due brani e senza sminuire le altre tracce, che hanno fatto storia (Il
pescatore, Andrea, La guerra di Piero, Volta
la carta, Verranno a chiederti del nostro amore”), è a questi che vorrei
dedicare le ultime righe.
“Passano gli anni, i
mesi, e se li conti anche i minuti, è triste trovarsi adulti senza essere
cresciuti; la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo, fino a dire che
un nano è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo, troppo vicino al
buco del culo.”
Il testo di Un giudice
è tra i più belli mai partoriti dalla mente di un cantautore, e affronta un
tema in sostanza dimenticato da tutto e da tutti: quello dei difetti fisici e
del veleno che la gente sputa addosso a coloro che li portano.
De Andrè getta al rogo
il culto dell’immagine, dimostrando che anche un nano può raggiungere una
posizione di preminenza all’interno della società, e ottenere il proprio
riscatto.
Un bel calcio alla
superficialità, che coinvolge l’ascoltatore con un ritmo incalzante.
Il testamento di Tito stravolge le regole della scrittura,
proponendo il punto di vista di Tito (ladrone pentitosi e parimenti crocefisso
al fianco di Gesù) sui dieci comandamenti.
In un crescente
vortice musicale, ove gli strumenti si aggiungono poco a poco conferendo
maestosità al pezzo, si attraversa la sconsacrazione di alcuni principi
ipocriti, fino al raggiungimento dell’apoteosi: la canzone culmina in un inno
d’amore per l’umanità, e nell’esortazione (a prescindere dall’esistenza o meno
di un Dio) a considerarci tutti fratelli, figli di una vita che ci mette a dura
prova, e che solo nella sintesi di storie e uomini diversi troverà il suo
fondamento.
Giacomo Leopardi
sarebbe andato molto d’accordo con Fabrizio De Andrè, ne sono convinto.
Mi piace chiudere
questa riflessione su Fabrizio De Andrè e
PFM in concerto, con un verso di Amico Fragile, che terrò per sempre
stipato nel pertugio più profondo del mio animo:
“Pensavo, è bello che
dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”.
Voto: 9/10
Bravo fratellino!!!
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