Questa domenica i SushaFire tornano ad esibirsi live, in Piazza a Gambatesa.
Prima di loro suoneranno i giovanissimi Streight Leg, accompagnati per l'occasione dall'esordiente Marco Scocca.
Non mancheranno le sorprese, con esibizioni di altri musicisti che avrete modo di scoprire quel giorno stesso!
L'appuntamento è alle 17-17 e 30, sulla rotonda della villa.
Vi aspettiamo numerosi, per passare assieme un pomeriggio pieno di rock, funky, blues, e tanto divertimento!!! A domenica!
Dopo aver "attraversato" lo stretto della manica per disquisire amabilmente di alcuni protagonisti musicali di quei luoghi piovosi ed umidi, mi sento di tornare alle colline e agli orizzonti nostrani, non meno bagnati ultimamente.
Torniamo in Italia, ma in effetti, almeno figuratamente, non ci allontaniamo troppo da quelle atmosfere dense di nebbia e pioggerellina battente, tipiche delle terre britanniche.
Già, perché l'egregio lavoro di Francesco di Bella, ("Francesco di Bella & Ballads Café") ha più il suono del vento mentre addensa le nuvole, che del sole che le dirada.
I cantanti malinconici mi sono sempre piaciuti tanto: in realtà non oso nemmeno immaginarlo un'artista che non sia melanconico; sarebbe come vedere un leone che non ha fame, una lepre che non corre, un pesce che non nuota. In sintesi, sarebbe il venir meno di un istinto naturale, senza il quale ognuno di questi animali non sarebbe ciò che è in realtà. E per come la vedo io un artista o è malinconico, o semplicemente non è. Punti di vista.
Venendo a noi, e alla musica, ci troviamo difronte ad undici brani, per lo più acustici e in dialetto napoletano, confezionati con maestria e cura, ma soprattutto scritti sull'anima e cantati con la pancia e con cuore.
L'empatia ha molto a che vedere con quello che amiamo o meno, e canzoni come "Vesto sempre uguale", "La costanza", "Luntano" "L'alba" riescono a suscitare in me un'inconsueta unità di vedute e sentimenti col cantautore partenopeo. Francesco di Bella si mostra, a mio parere ancora meglio di quanto avesse fatto con i 24 Grana, come arguto autore, grande interprete, e fine musicista.
La semplicità strutturale della sua opera, e il fatto che senza alcun orpello stia in piedi perfettamente, denota una bravura sopra alla media, e una sensibilità fuori dai canoni della normalità.
Con il suo volto giovanile e fresco, nonostante un' età non più giovanissima,come un novello Peter Pan, Di Bella attraversa, senza alcuno sforzo e con considerevoli risultati, tutte le sfumature che sono la cifra del suo stile musicale: dal folk di matrice americana ("Accireme"), passando per le atmosfere New wave inglesi, il Reagge, la canzone d'autore italiana (con tanti riferimenti musicali al conterraneo Pino Daniele), fino ad arrivare alla tradizionale canzone popolare napoletana, intrisa di quella tristezza viscerale, che così bene racconta le sfumature più profonde dell'animo umano.
Se pensate che la frivolezza sia l'essenza della vita, sebbene non avrete mai il coraggio di ammetterlo, lasciate perdere questo disco, lasciate perdere questa "recensione". Il blog di Selvaggia Lucarelli, o chi per lei, saprà sicuramente rendervi più incoscienti e felici, così come le canzonette di Justin Biber.
Ma se avete voglia di conoscere e condividere gli stravolgimenti e le dinamiche del nostro lato più recondito, per tornare in superficie un po' più maturi e consapevoli, o semplicemente, se avete voglia di ascoltare qualcuno che "canta pe' nun suffrì", allora mettete su questo disco, e magari accompagnatelo ad un buon bicchierino di vino nostrano. La vostra salute, mentale e fisica, ve ne sarà grata.
Considerato che la mia
mini classifica riguardante le migliori cinque cover rock sia stata
apparentemente apprezzata, e che in questi giorni non ho né la voglia né
l’ispirazione per affrontare tematiche più rilevanti, ho deciso di continuare
in questo simpatico passatempo di raccontarvi alcuni attori della scena
musicale che mi stanno particolarmente a cuore.
E visto che ciò non
mi comporta alcuna fatica mentale, e mi sento piuttosto convinto delle mie
preferenze in tale "categoria", ho deciso di parlarvi delle mie dieci band “Brit
rock” preferite.
Ho ritenuto più opportuno dividere,
del tutto arbitrariamente, il Brit rock in due distinte categorie temporali, al
fine di semplificarmi il “lavoro”, e anche di non mischiare la carne col pesce:
Gruppi Brit-rock moderni (nati o
comunque consacratisi musicalmente dopo la fine degli anni 80’), e Gruppi Brit-rock classici (ovvero tutti
quelli che sono venuti prima).
Oggi butterò giù la
mia personale classifica della prima serie, e mi riprometto (chissà, tra un
paio di giorni o forse un paio di mesi) di stilarne successivamente una tutta
dedicata alle formazioni più “esperte”.
Dunque bando alle
ciance, e lasciamo spazio alla musica!
10-The Verve: della band originaria di Wigan possiedo in realtà un solo
album, il celebre “Urban Hymns”, e onestamente mi è bastato per porli alla base
della mia personale classifica. Ciò per tre fondamentali considerazioni:
innanzitutto i Verve trascendono l’etichetta di semplice gruppo brit, tenendo in sé un respiro musicale molto più ampio ed internazionale; in secondo luogo
la band Richard Aschroft non era poi così “figa”, e a me quelli che passano tre
quarti dei propri dischi a vantare le proprie presunte qualità adulatorie ed il
proprio essere “in”, hanno sempre un po’ annoiato (forse perchè sono invidioso!).
E ultima, e più importante motivazione, i Verve hanno scritto almeno cinque
pezzi che vanno molto al di là della canzone mediamente bella (per chi fosse
curioso li cito: “A New decade, History, Sonnet, The drugs don’t works, Bitter
sweet symphony).
9-Mogwai: Se i Verve rappresentano per molti versi l’aurea Pop della musica brit,
i Mogwai, almeno inizialmente, hanno incarnato le tensioni più decisamente
Post-rock dell’ambiente britannico. Dischi come “Mogway young team” e “Come on
die young” sono imprescindibili per coloro che si dicono amanti della cultura post-rock.
8-Travis: gusto personale e dl tutto opinabile, ma i Travis a me sono
sempre piaciuti molto: sarà per la dimensione intima delle loro composizioni
(ascoltare l’album “The man who” su tutti), sarà perché il mio maestro di
chitarra mi faceva suonare spesso “Sing”, ad ogni modo per me l’ottavo posto è
il loro.
7-The Libertnes: alla band del “tenebroso” Pete Doherty va riconosciuta un’indubbia
rilevanza storica, anche se forse (almeno al principio) non se n’erano accorti
nemmeno loro! Sì, perché in un periodo in cui (i primi anni duemila) band
americane come Strokes e White Stripes si contendevano il piedistallo della
scena musicale giovanile internazionale, i buoni Libertines si sono
prepotentemente intromessi in quella stessa scena, con la vitalità e l’entusiasmo
che solo gruppi rock loro connazionali hanno avuto in passato (The Jam, Clash
ecc. ecc.), e hanno ribaltato i riflettori nuovamente sul rock d’oltre manica.
E poi, sono il gruppo ,così detto Brit, che forse più di tutti gli altri ha
portato con sé gli stilemi e la grande eredità del Punk.
6-Franz Ferdinand: alla prorompente energia elettrica dei The Libertines, i
quattro ragazzi di Glasgow devono sicuramente tanto, ma probabilmente devono
ancora di più a quegli stessi gruppi “punk” che citavo prima, i Jam su tutti, e anche un po’ alla classe dei crooner anni 50’.
Aggiungete un pizzico di funky, post-punk e New wave, e la magia è fatta: non
potrete non amare i Franz Ferdinand!
5-Coldplay: questa era l’unica posizione sulla quale non mi sentivo del
tutto convinto. Posso sbattere, mi dicevo, i Coldplay al quinto posto!?
Insomma, probabilmente parliamo della band inglese che ha avuto più successo
negli ultimi quindici anni. Poi mi sono detto che dovevo farlo, perché i primi
cinque semplicemente, ad oggi, mi piacciono di più. Chris Martin and co., come
tanti altri loro colleghi, si sono lasciati forzare la mano dalla sete di
successo, e dal volerlo mantenere. Così, diciamocelo, hanno fatto dei dischi
davvero al di sotto delle loro possibilità (Ghost stories vince in assoluto il
cucchiaio di legno del peggiore). Questo però non toglie che abbiano realizzato
capolavori come “Parachutes” e “A Rush of blood to the head”, e, che nonostante
si siano dati ad un Pop sempliciotto e troppo commerciale, rimane ancora
difficile cambiare stazione quando alla radio passano un loro brano.
4-Oasis: della controversa storia dei fratelli Gallagher potremmo parlare per ore.
Ma io sono un fan degli U2, ed in onore alla storica rivalità tra le due band
(sebbene seconda a quella con i Blur), taglierò corto: gli Oasis avevano delle
enormi potenzialità, e in più di un’occasione l’hanno dimostrato. Che
ascoltiate “Definitely Maybe”, o “(What’s the story) Morning glory?”, vi sarà
comunque ben chiaro che siamo di fronte alla band dalla caratura pop più
elevata dopo i coldplay. Solo che a differenza loro hanno compiuto meno passi
falsi. Poi il resto lo lascio alle riviste di gossip…
3-Muse: Sicuramente sono (o quanto meno sono stati) la band maggiormente
influenzata dal Ghotic e dalla New wave che abbia avuto (e matenga) successo
dai primi anni duemila sino ad oggi.
Anche loro si sono
lasciati svezzare dallo showbuisness, ma va riconosciuto che lo abbiano fatto
in maniera più coerente e poliedrica dei sopracitati Coldplay. Proprio la loro
eterogeneità musicale, affiancata ad una bravura senza confini (che dire di
Matthew Bellamy come cantante e chitarrista?!) mi ha spinto a concederli questo
meritato terzo posto.
2-Blur: Stiamo parlando di Brit-rock, no? Bè per me loro sono quelli che da
sempre hanno corrisposto di più a questa definizione, pur lasciandosi andare a
sperimentazioni e innovazioni. Il loro sound
è unico e riconoscibile, e hanno saputo sfilarsi dalla definizione di gruppo Brit-Pop
adolescenziale, per diventare qualcosa di molto più grande.
Con tutte le cadute
che ne sono poi conseguite, per me “Parklife” e l’omonimo “Blur” rimangono in
assoluto i capisaldi del genere di cui stiamo parlando.
1-Radiohead: Quando penso alla musica mi viene sempre in mente qualcosa di
piccolo che sa diventare grande nell’animo di chi l’ascolta. È un po’ quello
che capita con i Radiohead.
Nell’arco di oltre vent’anni di onorata
carriera ci hanno saputo far emozionare, arrabiare, sentire spaesati e a casa
nostra, e rimangono ancora oggi uno dei gruppi più moderni che ci siano in giro.
Per di più, sebbene
abbiano raggiunto un successo planetario, hanno saputo rimanere fedeli a quello
che facevano sin dagli inizi, facendolo magari anche meglio: realizzare musica
che piacesse prima di tutto a loro: e credetemi, già solo questo varrebbe il
primo posto!
Diverse volte mi sono posto questo interrogativo, trovandomi difronte a reinterpretazioni di brani, più o meno famosi, a dir poco eccezionali.
In generale credo sia difficile superare l'incisione di chi una canzone l'ha scritta, pensata, vissuta, e composta. Fare musica e creare una composizione musicale è un po' come crescere un figlio e lasciargli fare la sua strada quando viene il momento: difficile che qualcuno gli voglia più bene dei propri genitori (sebbene non impossibile), ma una volta diventato grande sta a lui decidere in che modo esplicare al meglio le proprie capacità.
Così capita con la musica: si può realizzare una grande canzone, ma una volta che la si lascia andare (pubblica) in un certo senso è lei stessa a decidere se e da chi farsi reinterpretare (ovviamente col consenso dei genitori naturali), richiamando il presunto artista tramite le sue qualità sonore, di scrittura, ecc.
Per farla breve ho deciso di stilare una sorta di classifica delle mie cover preferite, alcune più conosciute ed altre meno, nella speranza che, se qualcuno di voi non avesse già avuto modo di apprezzarle, possa farlo attraverso questo piccolo articolo: Buon ascolto!
5- Love (J. Lennon) cantata da Beck:
Per puro caso ho trovato in rete questa bella ballad dell'indimenticato John Lennon, reinterpretata da uno dei cantautori contemporanei più apprezzati: Beck. La sua soave delicatezza, e il sound ipnotico ed accattivante, mi hanno spinto ad inserirla tra le mie migliori cinque
4- Helter skelter (Beatles) suonata e cantata dagli U2:
Potevo escluderli dalla mia personale classifica? Lo sapete che in fondo sono un nostalgico! Al di là delle battute a mio modesto parere il pezzo è stato ulteriormente arricchito da questa reinterpretazione, molto rispettosa dell'originale ma in pieno stile U2 di fine ottanta!
3-Space Oddity (D. Bowie) cantata da Chris Hadfield:
Forse è un'eresia, e qualche fan accanito di Bowie mi lincerà per questo, ma trovo la versione di Hadfield ripulita da tutti quei suoni kitsch dell'originale, e più diretta al cuore
2-Hey joe! (Canzone popolare) cantata e suonata dai The Jimi Hendrix Experience:
Una delle interpretazioni di puro rock più belle di sempre!
1-Hurt (Nine Inch Nails) cantata da Johnny Cash:
Rick Rubin alla cabina di regia, The Men in Black con la sua chitarra, la sua voce, la sua interpretazione, i suoi settant'anni, al microfono... devo aggiungere altro? Non credo, basta ascoltare
Grazie ad un amico, appassionato di musica come me, ho avuto la possibilità di conoscere Giorgio Canali e i Rossofuoco.
Dopo aver apprezzato il suono scarno ma netto di alcune sue canzoni, e l'arguzia introspettiva dei testi, mi sono lanciato ad occhi chiusi sul suo ultimo album, che poi ho scoperto raccolta di cover.
Comunque "Perle per porci" non ha deluso le mie aspettative, dimostrandosi un lavoro alternative rock di alto livello, dove i testi talvolta crudi e paradossali s'incastonano perfettamente con le chitarre distorte, le linee di basso avvolgenti, e le parti di batteria incredibilmente incisive.
Inoltre quello che preferisco di questi artisti è la loro propensione per atmosfere new wave e post-punk, così difficili da rintracciare nel panorama musicale italiano d'oggi.
Attenzione però: chi crede che si tratti solo dell'ennesimo gruppetto dalla verve smaccatamente indie, che evaporerà nel giro di un paio d'album, si sbaglia di grosso: Giorgio Canali vanta una carriera oramai ultra ventennale, e con i Rossofuoco ha pubblicato ben sette dischi. Ciò per dirvi che questo lavoro, così come il suo autore e la band che lo hanno prodotto, trascende dalle mode del momento e gode di una profondità di prospettiva, testuale e musicale, che pochi artisti sono capaci di produrre.
Oltre la voce profonda ed espressiva del cantautore romagnolo, e gli ottimi arrangiamenti dei suoi musicisti, chi concederà almeno un ascolto a quest' album avrà anche la possibilità di conoscere ottimi pezzi praticamente ignoti per i più, qui rivisitati con fulgore e sentimento, nel tentativo di renderli almeno un po' più noti, visto che il grande pubblico spesso non sa apprezzare perle di così rara bellezza. Perle per porci, per l'appunto.
Dalle tracce più tirate ("Canzone dada", "A. F. C.") alle ballad intrise comunque di puro e sano rock ("Tutto è così semplice", "Mi vuoi bene o no") Giorgio Canali non sfigura affatto al cospetto dei suoi ben più celebri corregionali, Vasco e Ligabue su tutti.
A questi ultimi io consiglierei, nel caso in cui non lo facciano già, di dare una gran bell'ascoltata a questo disco di Giorgio Canali, e, perché no, magari pure ai precedenti: non si sa mai che anche a loro torni l'ispirazione per scrivere grande musica.
Martedì prossimo avrò concluso la mia esperienza nell'ambito del Servizio Civile Nazionale. Non sono solito tirare le somme di ciò che ho fatto in passato, ma in questo caso mi sento di farlo, anche perché vado molto fiero del mio operato durante questo periodo, e di ciò che ho imparato.
Io e la mia collega Chiara Di Ielsi abbiamo preso sin da subito con grande serietà questo impegno, dedicandoci alla ricerca degli anziani che avessero bisogno della nostra assistenza, casa per casa. Siamo riusciti a trovarne almeno venti, quindici dei quali hanno usufruito settimanalmente (due ore alla settimana ognuno) dei servizi da noi offerti: pagamenti bollette, commisioni di ogni tipo, ritiro ricette mediche e medicinali, accompagnamento per visite mediche, aiuto per uscire a fare una passeggiata, per alzarsi, scendere le scale, vestirsi, prendere le medicine, prepararsi la colazione, prendere la legna, spostare suppellettili, avere un pò di compagnia e tanto altro ancora.
Abbiamo realizzato progetti che si ponevano come obiettivo la rivalutazione del ruolo dell'anziano all'interno della società: non più un fardello messo il più possibile da parte, come spesso capita, ma linfa vitale per le nuove generazioni ed il loro futuro, grazie alla grande esperienza, umiltà e dignità, acquisite da chi nella vita ha attraversato problematiche che noi ragazzi di oggi possiamo solo immaginare. In tal senso abbiamo realizzato il progetto "Ti racconto una favola", mettendo in comunicazione gli anziani con i bambini delle scuole e non solo, facendoli partecipare entrambi ad un incontro dove i più piccoli hanno avuto l'opportunità di ascoltare i propri nonni riguardo il passato del proprio borgo e del proprio castello. Ne sono conseguiti un libretto ed un video animato che raccolgono in maniera sommaria i punti salienti della storia del nostro paese.
Abbiamo, dopo tanti anni, organizzato un'uscita presso il santuario di S. Lucia a Sassinoro e Pietrelcina, dove gli anziani hanno avuto modo di coniugare la fede e la religiosità che li contraddistingue, con l'allegria e la gioia che solo lo stare insieme possono regalare. Abbiamo contribuito a realizzare un progetto dal nome "Nonno Taxi", grazie al quale gli anziani che avessero necessità di essere accompagnati presso strutture mediche per visite specialistiche possono farne richiesta ai ragazzi del servizio civile, rimborsando solo le spese della benzina al Comune, senza chiedere favori ad alcuno.
Ci siamo impegnati nel raggiungere un buon numero di partecipanti al progetto "Cure Termali" affinchè il pullman per Telese partisse da Gambatesa, evitando agli utenti i disagi dovuti al trasporto in scuolabus presso un altro comune, e siamo riusciti nel nostro intento, raggiungendo il numero di ventidue partecipanti a fronte dei diciasette dell'anno scorso.
Abbiamo aiutato l'associazione Rut e Noemi ad organizzare l'evento "Oltre i colori", coinvolgendo alcuni anziani che hanno illustrato ai ragazzi i giochi dei loro tempi, giocando assieme a loro. Sempre in collaborazione con "Rut e Noemi" e l'amministrazione comunale abbiamo raccolto generi di prima necessità per le popolazioni colpite dal sisma del ventiquattro agosto scorso.
Abbiamo cercato di accontentare ed aiutare gli anziani da noi assistiti anche oltre il dovuto, anche in giorni in cui non dovevamo lavorare. Di essere educati, gentili, seri, e di trattarli come fossero i nostri nonni, perché in fondo un pò lo sono. E loro hanno ricambiato con grande riconoscenza, e con l'affetto che solo dei nonni ti sanno dare.
Ringrazio dunque tutti gli anziani che ho assistito personalmente, con la promessa che non smetterò di passarli a trovare e di aiutarli compatibilmente con i miei impegni ed obblighi. Ringrazio le persone che ci hanno accompagnato in questo percorso, i dipendenti comunali e l'amministrazione comunale con cui abbiamo avuto un rapporto di trasparenza, comunicazione e reciproco aiuto.
Ringrazio Chiara con cui ho lavorato durante quest'anno, e che spesso mi ha fatto sorridere con la sua simpatia ed energia.
Ed infine voglio aggiungere un'ultima cosa: 430 euro al mese per un anno sono pochi, e non ti assicurano nulla per il futuro; ma vale la pena impegnarsi a fondo quando di mezzo c'è il benessere di gente semplice e buona, a cui dobbiamo tanto. Non tutti coloro che prendono parte al Servizo Civile lo fanno solo per guadagnare questa esigua cifra e starsene seduti senza far niente. Chi è stato abituato dai propri genitori e dalla propria cultura all'impegno,alla dedizione e al sacrificio, mette ben volentieri a disposizione poche ore della propria giornata per semplificare quella di chi ne ha bisogno. La responsabilità di quello che facciamo, oltre di chi controlla o dovrebbe controllare, è soprattutto la nostra.
Iniziamo ad assumercela, sia quando le cose vanno male, che quando (come in questo caso) vanno bene.
Ascoltare un album che s'intitola "La fine dei vent'anni", quando di anni ne hai quasi venticinque, potrebbe essere un' arma a doppio taglio, oltre che un grave errore. Bé in questo errore mi ci sono buttato a capo fitto, e devo dire che ne sono più che contento.
Sì, perché quello del giovane Motta è probabilmente uno dei migliori album italiani del nuovo millennio, e visto che mi ci sono imbattuto quasi per caso, cercherò di far sì che lo stesso destino, un po' meno casuale stavolta, tocchi anche qualcuno di voi.
Chi ha avuto la pazienza e il "masochismo" di leggere qualcun'altra delle mie recensioni, sa bene che la prima cosa che cerco in un album di musica è la sua unità musicale e testuale, il suo essere coeso ed omogeneo, l'impressione di ascoltare dieci, undici canzoni che parlino della stessa cosa, ma che suonino diverse tra loro. Ecco, questo disco ha sicuramente un pregio: dalla prima all'ultima traccia si ha l'impressione di affrontare un unico viaggio a vele spiegate, di attraversare luoghi tra loro simili, ma ognuno con il suo motivo d'essere, ognuno che aggiunge qualcosa di nuovo al precedente.
L'ascoltatore declina a suo piacimento l'interpretazione di un testo o di un'atmosfera, e così mi sono permesso di fare anch'io.
La traccia che dà il nome all'intero lavoro ha accarezzato le mie orecchie con una dolce chitarra acustica, sporcata in parte dalla voce acidula del cantautore: "la fine dei vent'anni è un po' come essere in ritardo". Quanto è vero, anche se ai trent'anni te ne manca ancora qualcuno. Quanto è necessario trovare quel parcheggio di cui parla il buon Motta; poi ci diciamo che "Prima o poi ci passerà", e ce lo ripetiamo ossessivamente, senza renderci conto che invece di trovare soluzione al problema, lo stiamo accentuando. E non basta la bravura poli-strumentale del nostro cantante a far sembrare questa terza canzone un pezzo dal messaggio positivo. "Sei bella davvero" è una ballata romantica solo in apparenza, leggere altre recensioni per capirne il motivo. Non mancano pezzi più tirati qua e là, con la bravura dei musicisti coinvolti e del produttore Riccardo Sinigallia che viene a galla.
Onestamente, però, non ho voglia di sezionare questo lavoro egregio per vendervelo come fossimo al mercato. Voglio solo dirvi che chi dice di apprezzare la buona musica, difficilmente non amerà questo grande disco, soprattutto perché Motta ci ha messo l'anima, oltre che tutta la sua immensa bravura.
L'indecisione, lo spaesamento, l'ansia, le speranze, la tristezza e le paure dei nostri giovani sono tutte racchiuse in questi trentacinque minuti e poco più. Se non avete voglia di leggere le righe di Schopenauer o Kierkeegard, perdete almeno mezz'ora ad ascoltare questa musica. Prima o poi potrebbe tornarvi utile, o quantomeno potreste riscoprirvi un po' meno soli.
Prendo spunto da un'affermazione proferita da sedicenti professoroni, che ieri sera ho avuto il dispiacere di ascoltare durante una trasmissione televisiva pubblica.
"Nessuno si lamenterebbe se un dirigente guadagnesse 100 volte più di un normale operaio, se questi facesse bene il suo lavoro".
Ebbene mi trovate in assoluto disaccordo con quest'affermazione.
Sin dall'antichità, persone infinitamente più sagge e colte di me hanno asserito e sostenuto che in una civiltà ,che si possa serenamente definire tale, un uomo, per quanto più competente e colto di un altro, non dovrebbe mai arrivare a guadagnare quattro volte più del suo consimile. Partendo dal presupposto che questa misura è sicuramente indicativa e non vada presa in maniera letterale, trovo quantomeno assurdo, se non addirittura vergognoso, che alcuni dirigenti, manager ecc, percepiscano un utile che i dipendenti di questi ultimi non raggiungerebbero nemmeno laddove dovessero unirsi tutti assieme. Per quanto un ruolo di responsabilità debba essere remunerato proporzionalmente alla sua rilevanza, come è giusto che sia, è immorale e disumano creare differenze di tale portata, che non fanno altro che inasprire una tensione sociale tra gli individui, già di per sè altissima.
Parliamo di risolvere i problemi della comunità, dalle migrazioni alla mancanza di lavoro, ma come si può convivere civilmente se alcuni continuano ad arricchirsi in maniera spropositata sulle spalle della povera gente?
Il merito va premiato, cosa che in Italia ovviamente non accade, ma bisognerà anche rendersi conto che è deleterio per una collettività creare delle disuguaglianze così abnormi. Non può esistere giustizia in un posto dove un muratore e un insegnante guadagnano milleduecento euro al mese, e i direttori di un canale televisivo percepiscono almeno dieci volte tanto, per non parlare poi di alcuni manager che arrivano a centuplicare questa cifra.
Dal mio punto di vista un paese civile è quello in cui si rispetta la dignità del lavoro e dell'individuo, particolare che nel nostro occidente viene troppo spesso accantonato. Si tratta di una questione umana prima ancora che economica e sociale: chi fa di più, guadagni di più, ma di quanto? e soprattutto, chi fa di più?
Lasciare una libertà eccessiva al mercato non solo ha dimostrato tutti i suoi limiti e le disastrose conseguenze che ne possono conseguire, ma rischia addirittura paradossalmente di annullare la libertà stessa dell'individuo, come peraltro accade ormai da più di un paio di secoli a questa parte.
Forse non esistono più le classi sociali, l'aristocrazia, la borghesia, e il proletariato per come li si intendevano un secolo addietro. Non esiste più la monarchia nè un regime totalitario, perlomeno qui da noi; ma alla dittatura degli uomini si è sostituita la dittatura del danaro, che incontrollabile e svincolata da ogni regolamento o principio decide della vita di milioni di persone. E dietro al danaro c'è sempre qualcuno pronto ad arricchirsi a discapito di qualcun'altro che pagherà per lui le colpe che non ha mai avuto. Questo crea tensione, disordine, disuguaglianza, rabbia.
Basterebbe poco per migliorare la situazione attuale, basterebbe proporzionare i guadagni all'effettivo lavoro che ciascuno svolge, senza che questi superino in maniera così sregolata quelli di un altro lavoratore, tanto da rubargli la giustizia sociale e la dignità. Ma a qualcuno tutto questo non sta bene, perchè esistono da sempre e forse sempre esisteranno, i lupi e le pecore. Solo che le pecore non sono poi tanto sciocche come tanti vanno blaterando, forse sono solo più deboli, o magari più corrette. Quello che da sempre manca ,invece, sono dei buoni pastori che ne salvaguardino l'integrità.
Vi apparirà strano, ma nel nostro mondo quelli che dovevano essere i pastori sono diventati dei lupi affamati, e sguinzagliano i propri cani contro il loro stesso gregge.
Tutto questo è assurdo e, se solo si avesse un minimo di conoscenza e lungimiranza, anche i lupi si renderebbero conto che senza il gregge non avrebbero più nulla da mangiare.
Ci sono band che hanno fatto la storia della musica con carriere ultra-decennali, durante le quali sono riuscite a partorire diversi album memorabili, i quali hanno influenzato indelebilmente le composizioni del pop per anni a seguire.
Ci sono, poi, altri gruppi che hanno prodotto pochi dischi, ma che allo stesso modo hanno lasciato un marchio indelebile nel campo musicale.
I Simple minds, pur essendo una delle formazioni a mio avviso più rilevanti degli anni 80', non fanno parte né dell'una né dell'altra categoria. Gli scozzesi hanno continuato a produrre brani fino ai giorni nostri, ma hanno dato il loro meglio agli esordi, tra la fine degli anni settanta e i primissimi ottanta.
E "New gold dream",pubblicato nel 1982 è forse il loro canto del cigno, sebbene alcuni album dignitosi li abbiano realizzati anche nel lustro successivo. Ma nulla di così rilevante, niente di così ispirato.
"New gold dream" contiene e sintetizza le due anime della band capitanata da Jim Kerr: quella più sperimentale ed atmosferica, strettamente legata agli esordi new wave e post-punk, e quella sfrontatamente "poppettara" che culminerà con la prescindibile ed ingiustamente acclamata "Don't you forget about me", che non rende assolutamente giustizia all'importanza che questi ragazzi hanno avuto nell'ambito pop-rock.
E allora se proprio sentite l'esigenza di ascoltare qualcosa di smaccatamente PoP che derivi dagli anni 80', con suoni di sintetizzatori e tastiere a tavoletta, vi consiglio di partire dalla genuina "Someone Somewhere in Summertime", che oltretutto ha mantenuto intatta una freschezza tutta estiva, nonostante i suoi trentaquattro anni suonati, differentemente da quella "Don't you.." alla quale accennavo prima, che a mio parere risente in maniera pesantissima della patina del tempo e dell'eccessivo "airplay" che le è stato concesso.
Il basso di Derek Forbes si fa spazio soavemente tra le tastiere sempre ispirate e centrali del buon Mick MacNeil, sino ad arrivare alla futuristica e orecchiabile "Promised you a Miracle".
Lo stesso Kerr si distacca leggermente dal suo solito modo di cantare, sino ad allora piuttosto cupo e verosimilmente ispirato al mitico Ian Curtis (ad ogni modo ancora integro e rintracciabile in tutto l'album e in particolar modo nella title-track "New gold dream") , per aprire alle armoniose sferzate di "Glittering prize".
Non mancano momenti riflessivi, come la successiva "Hunter and the hunted", dove l'atmosfera crepuscolare torna a riappropriarsi della scena, e a regalarci cinque minuti e cinquantacinque secondi di puro godimento post-punk-wave, a cui miriadi di gruppi moderni devono gratitudine, non ultimi gli ottimi Metronomy di "The english riviera", gli straripanti Future Islands di "Singles", e i briosi Foster the people di "Torches".
Si chiude con l'ipnotica "King is white and in the crowd", che ha "un non so che" di tribale e misterico, e ci lascia giusto con quel senso di indefinito che ogni capolavoro dovrebbe instillare nell'ascoltatore.
Dunque, se come me amate la musica impegnata e con un certo peso specifico, ma non volete rinunciare alla spensieratezza che dovrebbe contraddistinguere il periodo estivo (nonostante queste parentesi metereologiche "lugliembrine" come qualcuno le ha già definite) allora mettete su questo bel disco, e lasciatevi trasportare. E, per favore, balordaggini del tipo "Vorrei, ma non posto" lasciamole ai quattordicenni in crisi d'identità, che loro sì, certi "errori" se li possono ancora permettere!
Tra due mesi e poco più concluderò la mia esperienza di assistenza agli anziani nell'ambito del Servizio Civile.
Inutile spendere molte parole su quanto mi abbia insegnato quest' esperienza, al di là di qualche momento non facile, che si è presentato, come del resto capita in tutte le cose della vita.
Colgo questa occasione, però, per dare adito ad una riflessione che mi portavo dentro già da lungo tempo, e che ora ho modo di espletare in maniera compiuta e maggiormente convinta.
L'inarrestabile scorrere degli anni potrà anche incanutire i nostri capelli, per quelli che ancora ce li hanno, farci sentire dolori alle ossa, o patimenti d' altro genere.... eppure mi appare ormai chiaro come l'invecchiare sia più una questione mentale che fisica, e per quanto banale questo possa apparire, non è di certo semplice che avvenga per i più.
E qui mi riferisco in particolar modo alla mia generazione: io, che giovane in un certo senso non lo sono mai stato, mi riscopro spesso più anziano degli "anziani" con cui ho a che fare tutti i giorni.
Qualche tempo fa ho scambiato due chiacchiere con un giovane di novant'anni: questo giovanotto ha il potere di emanare un'immane forza vitale, anche solo trascorrendoci assieme qualche minuto. E come lui ne conosco molti altri!
Certo, sarà anche una questione di carattere, ma la forza di individui di tal lega noi giovani d' oggi ce la possiamo amabilmente sognare.
La nostra abitudine alla "vita facile", il nostro finto, perenne movimento, non è che un' illusione, se paragonato alla potenza costruttiva di chi ha scalato l'esistenza come fosse l'Everest, ed ora se ne sta seduto sul ciglio della montagna a guardarci tentare, malamente, una scalata per la quale non siamo preparati. Invano tentano di allungare verso di noi le proprie mani per aiutarci... loro sono troppo in alto, e noi troppo lontani.
Ad ogni modo, è stato (ed è) per me un immenso privilegio poter conoscere queste persone, condividere con loro alcuni momenti, e perché no, tentare di aiutarli a mia volta.
Prima o poi ogni ramo si secca, e le sue foglie cadono inesorabilmente al suolo. Ma ci sono foglie da cui nasce un nuovo seme, che germoglierà forte e vigoroso.
Io ho avuto modo di vederle e sfiorarle quelle foglie, e spero di aver tratto anche solo un pizzico della loro linfa.
Quanti anni ha il ragazzetto che se ne sta seduto per ore davanti al suo iPhone? E l'anziano che si sforza ancora di andare in campagna, a respirare l'aria buona, a sentire il soffio dell'esistenza?
Io un'idea me la sono fatta, e anche se forse è diversa dalla vostra, sono felice di poter cogliere il paradosso di un mondo che vuole essere sempre più giovane, ma che a me pare sempre, inesorabilmente, tristemente, più vecchio.