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mercoledì 26 novembre 2014

Recensione: The Zen Circus, "Nati per subire"




Dopo aver "campato di rendita" durante le mie precedenti recensioni, avendole stese ormai tempo addietro, eccomi tornare alla "scrittura in diretta", e mi piace farlo parlando del piacevole album dei giovani ma ormai esperti Zen circus: Nati per subire.
Il titolo evoca decisamente le tematiche che si affronteranno nel corso dell'ascolto, dal satirico ritratto squisitamente italico de Il paese che sembra una scarpa, alle sferzanti invettive anti-ecclesiastiche de L'amorale, sino ad arrivare alla totale contestazione dell'attuale modus vivendi nella traccia che presta il titolo al disco, quella Nati per subire che sembra un inno all'antieroismo.
E come ogni antieroe che si rispetti, i nostri Appino & co.guarniscono la loro opera con un'inconsueto mix musicale che associa il punkrock britannico al folk nostrano, con qualche pizzico di buon cantautorato.
Si sente qualche non troppo vago richiamo al De Andrè più "politico", anche nell'impostazione della voce del frontman. Tutto sommato ciò non può che far bene alla musica nostrana, sin troppo inmelmata in futili litanie pseudo-amorose.
Detto questo, la qualità di registrazione del disco, la freschezza del suono, l'energia del gruppo, e alcuni ottimi spunti di scittura, ne fanno un lavoro encomiabile.
L'unica critica che posso permettermi di fare, è quella relativa al superficiale utilizzo (talvolta) di un linguaggio piuttosto scurrile. Non perchè ci sia qualcosa di moralmente scorretto in questo (basti pensare che sono un fan sfegatato degli storici Squallor), ma semplicemente perchè questa modalità comunicativà sembra più adatta, in questo caso, ad adolescenti incazzati, piuttosto che ad autori maturi, quale il nostro Appino dovrebbe e ha dimostrato di essere in tante canzoni, non ultime quelle del suo lavoro solista Testamento.
Ciò non toglie all'interno dell'album una profondità narrante inconsueta, e soprattutto la volontà di sviscerare amare verità.
Il basso ed una batteria perfettamente incatenati fanno da tappeto ai riff chitarristici del cantante, con melodie sempre orecchiabili, sempre azzecate, che rimangono in testa già dal primo ascolto, senza apparire scontate.
Talvolta scanzonato, l'album ci trasporta con leggerezza attraverso la rappresentazione di alcuni dei problemi più pungenti dell'attualità, rischiando di cadere nel qualunquismo (la quinta traccia s' intitola proprio I qualunquisti), ma senza farlo mai per davvero.
Un bel manifesto della rabbia dei trentenni nostrani. Affamati di una fame insaziabile, la fame di costruirsi un futuro sereno in un momento storico in cui questo appare un debole, fioco, utopistico miraggio.
Sebbene (ma forse ancora per poco) come dice Appino "l'ultimo dei tuoi problemi è trovare da mangiare".

                                                                                                                                       Voto: 7/10

lunedì 17 novembre 2014

Recensione: John Grant, "Queen of Denmark"



John Grant: “Queen of Denmark”




Ci sono due motivi che mi hanno spinto a parlare di quest’album. Il primo è che scommetto che quasi nessuno di voi ha mai sentito parlare di John Grant, ex cantante degli Czars.
Il secondo è che Marz, Where dreams go to die e Queen of Denmark sono tra le ballate più belle che io abbia ascoltato negli ultimi anni.
Non voglio essere ridondante proponendovi l’esegesi di ogni singola canzone. Vi dico solo che la storia personale di Grant si riversa in questo lavoro, conferendogli un valore aggiunto.
La storia di un omosessuale che ha contratto l’HIV e che cerca il riscatto da una situazione difficoltosa e da una società bigotta. E lo fa senza discernere il sacro dal profano, alternando tematiche e sonorità più cupe a composizioni che starebbero benissimo nelle rotazioni di una radio che si possa definire decente.
Struggente, sognante, adirato, poetico, pessimista, inebriante, acustico ma con sapienti sfumature d’elettronica, controverso, solitario, intenso, commovente.
Sono solo alcuni degli aggettivi spendibili dopo aver ascoltato queste dodici tracce.
“Volevo cambiare il mondo, ma non riuscivo nemmeno a cambiarmi le mutande. E quando la situazione peggiorò senza controllo, ne avevo fino all’attaccatura dei capelli, che sta indietreggiando come la mia autostima./ Non so cosa volere da questo mondo, non so davvero cosa volere da questo mondo, non hai alcun diritto di esigere qualcosa da me. Perché non te la prendi con qualcun altro? Perché non dici a qualcun altro che è egoista, codardo, piagnone e patetico? E chi è che mi salverà da me stesso?” (Queen of Denmark).
Non fatevi spaventare dallo sguardo cupo sulla copertina.
Lasciatevi irretire dalla regina di Danimarca.
                                                 Voto:7.5/10

venerdì 14 novembre 2014

Recensione: Noah and the Whale: "The first days of springs"



Noah and the Whale: “The first days of spring”




Il folk rock dei Noah and the Whale non ha mai più raggiunto (fino ad ora) vette così alte come in questo caso.
Un album crepuscolare che ha il merito di aver fuso al suo interno la freschezza del primo indie, e l’intimità propria di una certa musica folk, soul e blues.
L’uso di strumenti tipici richiama nettamente la più antica tradizione musicale celtica.
Charlie Fink ha una voce incredibilmente profonda e usa questa caratteristica per toccare le note più basse della nostra anima, riuscendoci meravigliosamente.
Il tutto è adagiato su un ricamo melodico sopraffino, fatto di poche note cariche di significati.
Ricordo nitidamente il momento in cui scovai questo gioiellino. Era un tipico giorno autunnale, freddo e piovoso, che rispecchiava il mio stato d’animo.
Non avevo nulla da fare, e così decisi di ascoltare un po’ di nuova musica per tirarmi su di morale.
Cercavo qualcosa di simpatico e leggero, quando mi ricordai che un ragazzo mi aveva parlato di questo gruppo, il cui nome era stato ispirato dal film di Noah Baumbach “The Squid and The Whale”.
Certo, non era propriamente musica leggera, ma mi scaldò il cuore e mi fece star meglio, regalandomi uno strano sentimento di empatia. Corsi al mio negozio di fiducia per acquistarlo.
Mai scelta fu più azzeccata.
Mojo: ”Breathtaking”. Sunday Times: “A masterpiece”. Q Magazine: “Magical”.
Per una volta anche le riviste dei critici erano tutte d’accordo sulla squisitezza di The first days of spring.
Adoro l’immagine di copertina di quest’album, le sue melodie blande, la tristezza di Blue skies.
“This is the song for anyone with a broken heart”.
E se a qualcuno di voi è mai capitato di aver sentito il proprio cuore infranto, gli consiglio sinceramente di bersi quest’album in un sol respiro.
Non esiste medicina migliore.

                                                          Voto: 8/10

mercoledì 12 novembre 2014

Recensione: Joy Division, "Unknown pleasures"



Joy Division: “Unknown Pleasures”



Tra il Krautrock e le ultime reminescenze del Punk originario, alla fine degli anni 70’ si fece largo una nuova via: molti la chiamavano Post-Punk.
Ricco d’influenze New Wave, questo nuovo genere fu la panacea della musica rock.
Suoi tratti distintivi erano arrangiamenti poveri, testi forti, linee di basso predominanti, penuria di lunghi soli chitarristici tipici dell’Hard rock.
I Joy Divison furono tra i precursori di questo nuovo corso, e i capostipiti di quello che oggi definiamo Gothic rock.
Per intenderci gruppi come The Cure, Bauhaus, Sister of Mercy e via dicendo, non sarebbero nemmeno esistiti senza Ian Curtis & co.
Come si parla di un’opera d’arte?
Io non lo so, non ho la giusta dimestichezza con le parole per farlo in maniera decente.
A me hanno sempre un po’ annoiato quei critici che cercano di descrivere un’opera d’arte sezionandola in pezzi. Tra l’altro basterebbe andare su internet e digitare Unknown Pleasures per individuare una recensione infinitamente più precisa e accurata della mia.
Allora ho deciso di far parlare i miei ricordi, i miei pensieri e le mie suggestioni per dipingere un quadro degno di quest’album.
D’altra parte siamo quasi arrivati alla fine di questa mia appassionata divagazione, e un po’ di campanilismo musicale e ideale me lo concederete, spero.
Uno dei primi libri che io abbia davvero letto nella mia adolescenza si chiamava “Bono on Bono”, una serie di conversazioni tenute dal giornalista francese Michka Assayas con il frontman degli U2 Paul David Hewson.
In questo libro si parlava un po’ di tutto, dalla politica all’attivismo, dalla vita privata alla musica.
Mentre citava alcuni degli artisti che lo avevano ispirato, Bono accennò a una canzone tratta dal loro primo album A day without me, dedicata ad un certo Ian Curtis, cantante dei Joy Division.
Andai subito a cercare informazioni in rete.
Il primo ascolto fu una specie di pugno nello stomaco. Un colpo benevolo ovviamente, che mi aprì tutta una serie di orizzonti per me ancora inesplorati.
Quella voce così triste ed espressiva e l’atmosfera pesante che si respirava nei loro pezzi mi toccarono nel profondo.
Ian Curtis è il “Deus ex machina” dei Joy Division.
Parlo di un ragazzo che a soli vent’anni è stato capace di scrivere alcune tra le liriche più belle del rock.
Durante i concerti spesso simulava gli attacchi d’epilessia dai quali era attanagliato, che lo portarono a soffrire di depressione e dunque, alla giovanissima età di ventitré anni, a togliersi la vita.
I suoi occhi chiari erano così penetranti ed intensi.
Mi faceva letteralmente sobbalzare (e lo fa tuttora) il basso prepotente che s’insinuava nelle mie orecchie dall'incipit Disorder. Impazzivo per quelle chitarre scintillanti con soli su un’unica corda così semplici che potevo suonarli persino io, per il ritmo estenuante della batteria, per Ian che urlava a ripetizione “I’ve got the spirit, but lose the feeling. Feeling, feeling, feeling, feeling, feeling!”.
Sarò netto: questo è un album dalle tinte tetre, pessimista, arrabbiato, ma non è assolutamente un lavoro pesante.
Questo è il motivo per cui l’ho sempre preferito al successivo Closer, perché nonostante la sua vena declinante Unknown Pleasures si fa ascoltare dalla prima all’ultima traccia con una gradevolezza unica.
Riesce a trasmetterci la frustrazione, l’alienazione, l’inquietudine dei suoi autori senza diventare monotono.
Non mancano all’interno del disco piacevoli sprazzi di elettronica, il più delle volte completamente assorbiti dal generale suono scarno ed elettrico.
In questo senso Insight non fa testo, poiché nel bel mezzo della canzone sembra di ritrovarsi coinvolti in una battaglia cosmica piena di suoni laser o qualcosa di simile. Il testo ci lascia attoniti: “Indovina, i tuoi sogni finiscono sempre. Non crescono, discendono e basta. Ma non mi importa ormai, ho perso la voglia di volere di più. Non ho paura dopo tutto. Li guardo cadere. Ma possiamo ricordare quando eravamo giovani.”.
Detto da uno che ha ancora vent’anni fa venire i brividi.
Anch’io mi sono sempre sentito un po’ più vecchio di quello che sono.
Non vi allarmate, non ho alcuna intenzione di fare il depresso e vivere fuori dal mondo! (O magari a qualcuno di voi piacerebbe, chi lo sa!)
Quello che voglio dire è che c’è una certa predilezione, in alcuni individui, a sentirsi un po’ più volubili e fragili rispetto agli altri, e questo a prescindere dalle malattie e dai veri problemi della vita. Anzi, a volte i veri problemi ti distraggono da quelli falsi che ti crei tu. Io ne so qualcosa.
(Intendo complicazioni quotidiane aspre ma risolvibili, non certo quelle che aveva Ian.)
In breve, amo questi artisti perché una parte di me si rivede in alcune delle loro problematiche.
Amo questo disco, perché tra quelli dei Joy Division è l’album che mi somiglia di più: malinconico sì, ma anche grato e felice per la vita che ho e per la gente che mi circonda, cui tengo molto.
Forse a voi non sembrerà così positivo questo disco, e infatti non lo è. Ma provate ad ascoltare quello che hanno scritto e suonato i nostri quattro in seguito, e sono certo che anche a voi parrà di riscontrare nel complesso una via d’uscita, una non definitiva resa al nulla.
Schopenhauer e Nietzsche sono tra i miei filosofi preferiti. I Joy Division sono stati parzialmente degli eredi del loro pensiero, forse senza nemmeno saperlo.
Io sapendolo gli ho infinitamente stimati. Perché mi è sempre parso di avere un carattere piuttosto incompatibile con le convenzioni che la società in cui vivo mi obbligherebbe ad assumere.
Assieme a Ian Curtis e compagni ho imparato quanto possa essere difficile la vita.
Da solo ho capito che le cose che contano, per le quali vale senza dubbio la pena combattere le ostilità dell’esistenza e vivere pienamente, sono quelle più semplici.
Non le grandi imprese, la ricchezza, la perfezione.
Vedere mio fratello che si comporta come me alla sua età, chiacchierare per ore con la mia famiglia tutta riunita sul divano, scherzare fino a tarda notte con gli amici, sentirmi soddisfatto per essermi impegnato al massimo in qualcosa, nello scrivere queste pagine per esempio; guardare un film di Troisi e vedermi un po’ meno sfigato, abbracciare la persona migliore che conosco ed avere il privilegio di amarla e di essere ricambiato.
Le piccole cose diventano grandi, enormi, immense.
Ma per poterle apprezzare davvero bisogna conoscerne il valore.
E questo valore lo si apprende anche e soprattutto grazie alla sofferenza a volte insita nei nostri cuori.
Dallo scontro-incontro nasce la vita, dal dolore-amore si impara ad apprezzare ogni suo aspetto, anche quello che ci appare più insignificante.
Ringrazio i joy Division per avermi accompagnato all’imbocco di questo frastagliato tragitto.


Voto: 9.5/10

lunedì 10 novembre 2014

Agli Mtv EMA gli U2 impartiscono una lezione di stile, con lo splendido nuovo singolo "Every Breaking Wave"!

C'è chi, dopo una lunga e gloriosa carriera musicale, decide onestamente di ritirarsi dalle scene e di rivivere i fasti della propria giovinezza attraverso il ricordo, o addirittura il mito.
C'è chi invece tenta di galleggiare riproponendo noiosamente il proprio vecchio repertorio all'infinito, illudendosi di perpetuare la propria grandezza esclusivamente richiamandosi alla rimembranza di un tempo ormai passato.
C'è poi chi, nonostante l'inesorabile scorrere del tempo, cerca di fare buona e nuova musica, magari non riuscendoci sempre, ma dimostrando che anche gli over 50 possono avere ancora qualcosa da dire nel campo dell'arte.
Questo è il caso degli U2, che si sono esibiti ieri sera agli EMA; in un marasma di giovani, energetici, più o meno talentuosi artisti, i Nostri sono riusciti a ricreare un'atmosfera rarefatta unica nel corso della serata, provocando un anelito d'emozione anche nel cuore di un quattordicenne che non li aveva mai ascoltati prima.
Questo è il piccolo-grande miracolo della musica: mettere assieme, anche solo per un attimo, due o più persone che magari non si conoscono, magari non hanno nulla in comune, ma in quel momento sentono indiscutibilmente qualche cosa che li lega, che li eleva dal normale status di entità fisica, e che li trascina in quella sfera imponderabile ove tutto è possibile... Quel luogo che gli antichi chiamavano ANIMA, e che non necessariamente ha a che fare con la religione. L'Anima, il soffio vitale...
Ma per non cadere troppo nel filosofico, o peggio, nel melenso, torniamo alla musica.
La canzone eseguita ieri sera dai quattro irlandesi si chiama "Every breaking wave", e a mio parere non sfigura affatto difronte ai grandi classici della band, quali With or Without you, One ecc.
Tra l'altro noto con piacere che Bono and co. hanno deciso di portare avanti la versione acustica di questo pezzo, dimostrando coraggio, aggiungendo qualcosa di nuovo al loro repertorio, e facendo una scelta giusta, poichè tale versione è ancora più toccante rispetto a quella elettrica.
E allora che dire, continuate così "ragazzi", regalandoci (o almeno regalandomi) di tanto in tanto qualche lucente "magia".
A voi, amici miei, consiglio di ascoltare questa canzone (che presto sarà in radio) senza pregiudizi, magari nel buio della vostra stanza, e perchè no, cercando di cogliere il significato del testo apparentemente semplicissimo, ma in tutta la sua semplicità di una bellezza e una profondità disarmante.
Un abbraccio, e buon ascolto!



Purtroppo non sono riuscito a scovare su youtube la performance di ieri sera, quindi ho caricato quella fatta qualche tempo fa in uno show della BBC. Ad ogni modo è possibile ascoltare l'esecuzione di ieri sul sito di Mtv.

sabato 8 novembre 2014

Recensione: Dire Straits, "Brothers in arms"



Dire Straits: “Brothers in arms”



Per uno che ha sempre avuto l’ambizione di suonare la chitarra, sarebbe stato un delitto non parlare di Mark Knopfer e dei suoi Dire Straits.
Il disco forse più completo di questa band è Brothers in arms, trentacinque milioni di copie vendute in tutto il mondo.
Volete un cd da ascoltare in auto magari quando uscite per un lungo viaggio?
Eccovi serviti.
So far away dà avvio a questo tragitto con uno slow rock distensivo, tanto per prepararci al meglio ai lunghi chilometri che ci attendono.
Poi arriva Money for nothing ed è subito rock’n roll.
Chi di voi non ha mai provato ad alzare il volume dello stereo a palla, sul tagliente riff di chitarra iniziale? Se non l’avete mai fatto, non sapete cosa vi state perdendo. Chiudete queste pagine e andate a provarci!
La canzone ci fa anche riflettere, con quel ”Voglio la mia MTV!” che ci attesta quanto sia appetibile diventare dei divi, magari senza fare nulla di che, semplicemente suonando una chitarra.
Knopfer dà il meglio di sé in questo pezzo, consacrandolo al livello di “evergreen” che non si smette mai di ascoltare.
C’è chi non ama affatto la sua voce, a me invece quel tono un po’ “scazzato” ha sempre fatto impazzire.
Walk of life aggiunge un tappeto di tastiere e un tipico sound anni 80’, contornato da abbondante country.
Il sassofono di Your latest trick ci solleva in una sorta di stato d’estasi, con un cantato che rilasserebbe anche i nervi di uno psicopatico.
Il nostro viaggio comincia a prendere quota.
Lo fa definitivamente con Why worry e il suo arpeggio ipnotizzante, e con Ride across the river densa di ritmi quasi reggae e della strabiliante chitarra del nostro Mark. Il suo magico tocco (caratterizzato dal mancato utilizzo del plettro, e quindi da una peculiare tecnica che alterna l’uso delle dita, e in particolare dell’unghia del pollice) rende ogni nota così chiara e tagliente che potrebbe fare a fette l’aria stessa.
Sempre la chitarra (stavolta acustica) è protagonista della successiva The man’s too strong.
One world ci restituisce un po’ di ritmo, con la batteria e il basso che si riappropriano della scena.
Il finale è di quello con i botti, ma che dico botti, fuochi d’artificio!
Brothers in arms vale da sola tutto l’album. Tutte le altre canzoni messe assieme non raggiungono la sua bellezza.
Una melodia inebriante, un cantato amareggiato ed esile, un testo degno della poesia civile di Foscolo, e la chitarra di Knopfer che staglia gli Straits lassù in cielo, tra gli dei del rock.
“These mist covered mountains, are a home now for me. But my home is the lowlands, and always will be. Some day you’ll return to your valleys and your farms. And you? I’ll no longer burn, to be brothers in arms.”
Non potevo distruggere la magia di questi versi, traducendoli in italiano.
Non potevo non dedicare uno spazio ai creatori di questo capolavoro.
Non potevo trascurare uno dei miei chitarristi preferiti.
Non potevo, e non l’ho fatto.

Voto: 8.5/10