Dopo aver "campato di rendita" durante le mie precedenti recensioni, avendole stese ormai tempo addietro, eccomi tornare alla "scrittura in diretta", e mi piace farlo parlando del piacevole album dei giovani ma ormai esperti Zen circus: Nati per subire.
Il titolo evoca decisamente le tematiche che si affronteranno nel corso dell'ascolto, dal satirico ritratto squisitamente italico de Il paese che sembra una scarpa, alle sferzanti invettive anti-ecclesiastiche de L'amorale, sino ad arrivare alla totale contestazione dell'attuale modus vivendi nella traccia che presta il titolo al disco, quella Nati per subire che sembra un inno all'antieroismo.
E come ogni antieroe che si rispetti, i nostri Appino & co.guarniscono la loro opera con un'inconsueto mix musicale che associa il punkrock britannico al folk nostrano, con qualche pizzico di buon cantautorato.
Si sente qualche non troppo vago richiamo al De Andrè più "politico", anche nell'impostazione della voce del frontman. Tutto sommato ciò non può che far bene alla musica nostrana, sin troppo inmelmata in futili litanie pseudo-amorose.
Detto questo, la qualità di registrazione del disco, la freschezza del suono, l'energia del gruppo, e alcuni ottimi spunti di scittura, ne fanno un lavoro encomiabile.
L'unica critica che posso permettermi di fare, è quella relativa al superficiale utilizzo (talvolta) di un linguaggio piuttosto scurrile. Non perchè ci sia qualcosa di moralmente scorretto in questo (basti pensare che sono un fan sfegatato degli storici Squallor), ma semplicemente perchè questa modalità comunicativà sembra più adatta, in questo caso, ad adolescenti incazzati, piuttosto che ad autori maturi, quale il nostro Appino dovrebbe e ha dimostrato di essere in tante canzoni, non ultime quelle del suo lavoro solista Testamento.
Ciò non toglie all'interno dell'album una profondità narrante inconsueta, e soprattutto la volontà di sviscerare amare verità.
Il basso ed una batteria perfettamente incatenati fanno da tappeto ai riff chitarristici del cantante, con melodie sempre orecchiabili, sempre azzecate, che rimangono in testa già dal primo ascolto, senza apparire scontate.
Talvolta scanzonato, l'album ci trasporta con leggerezza attraverso la rappresentazione di alcuni dei problemi più pungenti dell'attualità, rischiando di cadere nel qualunquismo (la quinta traccia s' intitola proprio I qualunquisti), ma senza farlo mai per davvero.
Un bel manifesto della rabbia dei trentenni nostrani. Affamati di una fame insaziabile, la fame di costruirsi un futuro sereno in un momento storico in cui questo appare un debole, fioco, utopistico miraggio.
Sebbene (ma forse ancora per poco) come dice Appino "l'ultimo dei tuoi problemi è trovare da mangiare".
Voto: 7/10
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