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giovedì 19 novembre 2015

Soli

Soli

Siamo soli a questo mondo,
se ci guardiamo l'un l'altro senza riconoscere una scintilla comune nei nostri sguardi.
Siamo soli,
se costruiamo muri e barriere,
invece di ergere ponti.

Siamo soli,
se generalizziamo, se giudichiamo senza conoscere, 
se ci estraniamo, se molliamo senza tentare.
Siamo soli,
se non compatiamo il nostro prossimo,
che sia a noi vicino oppure lontano,
è pur sempre un essere umano.

Siamo soli se lasciamo correre
e se non ci uniamo contro il terrore,
ma siamo altrettanto soli
se l'odio penetra i nostri cuori
e non lo sappiamo elaborare.

La giustizia non ha nulla da spartire con l'odio.
La giustizia è sete di pace,
l'odio è sete di guerra.
La guerra non ha mai risolto nulla.
La guerra non ha vinti né vincitori.
La guerra genera solo vittime,
spesso innocenti.
E sarà sempre la scelta "dei prediletti che non dovranno combattere".

giovedì 5 novembre 2015

Caro lettore

Caro lettore,
io non ti conosco, e diciamocelo, neanche tu conosci me. Nella migliore delle ipotesi sei un mio "amico" che da qualche social network legge queste mie divagazioni.
Ma non sai davvero chi sono, né come sono fatto o quali siano i miei sentimenti più profondi. Allo stesso modo, io non so niente di te. Ma questo potrebbe essere uno di quei momenti in cui ci confrontiamo senza filtri, senza falsi perbenismi, senza subdoli luoghi comuni.
Scrivere è sempre un rischio, e lo è tanto più se decidi di postare i tuoi pensieri in rete. No, non come fa la maggior parte di noi, scopiazzando malamente frasi di grandi autori, accompagnandole con una ridicola foto.
"Il falso sapere da copertina di Facebook" non  mi è mai interessato e mai mi interesserà. Questo è un piccolo spazio dell'anima, nel quale mi sento libero di esprimermi, al di là delle convenzioni e di ciò che gli altri possano pensare di me. Sarebbe molto più facile farlo sotto un finto pseudonimo, ma alla fine cosa mi importa? Tu non sai nulla di me, e se pensi di sapere qualcosa e ti sei fatto un'idea sbagliata, questa sarà l'occasione buona per ricrederti.
Ho ventiquattro anni dallo scorso 19 ottobre. Da bambino pensavo che a questa età sarai diventato "grande", avrei vissuto per conto mio, magari con una famiglia mia, con un lavoro mio. Poi sono cresciuto davvero, ed ho capito che la realtà è un pizzico più complicata di come te l'aspetti a dieci anni.
Specialmente per chi è come me. Come?, mi chiederai.
A scuola ci hanno insegnato, o quantomeno qualche anima pia ha provato a farlo, il valore della coerenza, della virtù, dell'etica. Mi domando perché affannarsi in tematiche tanto difficili se poi una volta entrati nel "mondo degli adulti" tutto sembra assumere il valore opposto di ciò che ci avevano detto.
Ed è lì che si crea un conflitto dentro di te, tra ciò che ti hanno sempre passato come buono e giusto, e ciò che invece è in realtà: un mondo dove ognuno cerca di fregare il prossimo, dove le regole sono solo inchiostro su un foglio, dove la falsità vince sull'onestà, dove i poveri pagano per i ricchi, dove ti conviene fare la voce grossa se non vuoi essere schiacciato come un moscerino.
Certo le persone per bene esistono, ma sono rare come le mosche bianche.
E dopo averci infarcito di cotanta grandiosità di ideali, letture della Costituzione, dei diritti dell'uomo, di Kant, Voltaire, Madre Teresa e compagnia bella, da un giorno all'altro ci buttano in questa babele di caproni, dove dobbiamo scornarci per ritagliarci un posticino in quest'esistenza.
No, caro lettore, io non mi tiro indietro. Anche io ho paura, ma quando hai dei buoni motivi per combattere, lo fai fino in fondo. E resisti ai soprusi, alle maldicenze, ai torti che la vita di tanto in tanto ci riserva. Solo che mi chiedo perché continuare a raccontare bugie ai nostri ragazzi? Perché crescerli per il paradiso e poi gettarli in mezzo ad un rogo di fiamme infernale? é ovvio che i più sensibili tra di loro incontreranno crescenti difficoltà ad integrarsi in una sì fatta società.
E poi ci domandiamo esterrefatti come mai i giovani di oggi abbiano tante difficoltà ad inserirsi nel mondo degli adulti, quando la risposta ce l'abbiamo scritta a caratteri cubitali sotto gli occhi: siamo falsi, falsi come i sogni che ci propinano da bambini, false come le storie che ci raccontano i politici in televisione.
Cosa fare allora? Mandare tutto all'aria? No, amico lettore, te l'ho detto io voglio combattere. Non con le armi, non con le molotov, né con i pugni: con la forza della ragione e dell'anima, due cose che troppo spesso sono state messe in contrapposizione nella storia della filosofia, e che invece vanno assolutamente di pari passo. Con la forza delle cose che mi hanno insegnato i miei genitori e  pochi buoni maestri, e che vedo realizzarsi giorno per giorno in chi non ha affossato la propria dignità per asservirsi a coloro che ci vorrebbero come un gregge senza pastore.
Con la forza dell'amore, fiamma vitale che guida ogni moto dell'esistenza, con la forza della voglia di vivere di un ragazzo che vorrebbe solo fare il proprio cammino senza calpestare le cose in cui crede. Questa non è utopia, ma richiede di certo un grande sacrificio. Io ho ancora voglia di combattere, caro lettore, e tu?
Non posso cambiare il mondo, ma posso cercare di cambiare il mio mondo. Siamo complici del nostro destino, non padroni, né vittime. Non buttiamo all'aria anche quest'ultima possibilità.

lunedì 26 ottobre 2015

Halloween con la musica dei Sushafire e il cibo della Cantinella Vagabonda!

Sabato 31 ottobre il ristorante itinerante "La Cantinella Vagabonda" di Marco D'Antonio organizza un party in occasione della serata di Halloween.
La cantinella vagabonda è un ristorante rivoluzionario, dove lo street food si fonde con la migliore tradizione nostrana, il tutto contornato da una magica atmosfera di socialità e divertimento; e ovviamente ci sarà da bere per tutti!
Ad allietare la serata ci saranno ancora i "famelici" Sushafire, stavolta in versione un pizzico più dark....
A breve vi darò altre news riguardo l'orario dell'evento, e tanti altri particolari....
Stay Susha!

venerdì 9 ottobre 2015

Grazie!

Per chi ama la musica, come me, avere la possibilità di suonare davanti ad un pubblico venuto solo per ascoltarti e ricevere un applauso alla fine di una canzone è sempre stato un sogno. Per me sarebbe stato un sogno già solo avere una band, figuriamoci poi suonare col mio incredibile maestro di chitarra e con il miglior bassista che conosco! In quanto al batterista, Giovanni, bè quando avevamo più o meno sei o sette anni ed andavo a trovare mia nonna, ci incontravamo sotto casa sua e ci fingevamo musicisti. Lui suonava già la batteria, ma battendo due pezzi di legno su uno scalino, e io cantavo accompagnandomi con una vecchia mazza di scopa, una vera e propria Stratocaster! Sono passati più di dieci anni, ed infine entrambi siamo riusciti a realizzare il nostro sogno. Lo abbiamo realizzato, in vero non per la prima volta, domenica scorsa. Solo che questa volta abbiamo suonato nella piazza del nostro paese, nel punto nevralgico del posto in cui siamo nati, davanti a tante persone che conoscevamo. E forse anche per questo la soddisfazione è stata ancora maggiore. Poi riuscire addirittura a cantare assieme al pubblico il ritornello di Knockin’on Heaven’s door era al di fuori di ogni mia più rosea previsione. Ed infine ricevere i complimenti di tutti quelli che c’erano, anche dei più insospettabili, di gente per cui la nostra musica è un mondo inesplorato del tutto distante dai propri gusti musicali…. È stato a dir poco fantastico! Voglio allora ringraziare tutti quelli che c’erano; chi ci ha stretto la mano regalandoci un sorriso, chi ci ha voluti…. Salvatore, Jay Pee e Giorgio per l’impegno e la gioia con cui abbiamo suonato assieme in questi ormai due anni, e sono certo continueremo a fare. Grazie alla gente di questo paese, che spesso riesce ancora a stupirmi per l’apertura mentale che dimostra in molte situazioni; grazie ancora a tutti gli amici, parenti, e sconosciuti che sono venuti ad ascoltarci. Ed infine il grazie più grande a chi con il suo amore mi sta sempre accanto e non manca mai di essere la prima fan di questa band: Chiara. Non potrò mai ringraziarti abbastanza! A presto, Sushafire!

giovedì 1 ottobre 2015

SushaFire live in Gamba! Domenica 4 ottobre

E questa volta il tempo non dovrebbe metterci il bastone tra le ruote (facciamo corna!). Nella cornice dei festeggiamenti per la Madonna del Rosario, il comitato ha deciso di riconfermare anche quest'anno i due gruppi che a causa del maltempo non hanno potuto esibirsi nel 2014. Gli amici Strenght Leg saranno i primi ad esibirsi, con il loro repertorio di rock moderno, per poi lasciare spazio a noi "soffioni" nella parte finale della serata. Il tutto avrà inizio attorno alle 18:00, e amici, paesani, e appassionati di musica in genere sono tutti invitati a venire in Piazza Riccardo a condividere con noi questa bella giornata. Vi attendiamo numerosi per saltare e cantare tutti assieme! Con affetto, Sushafire!

lunedì 14 settembre 2015

U2, "The Unforgettable fire"




Tra i vari album degli U2 "The Unforgettable fire" è quello che a mio parere rappresenta più di tutti gli altri l'anello di connessione tra gli esordi più marcatamente "New Wave" e il rock epico che venne dalla fine degli anni ottanta in poi.
Questo è il motivo per cui tale disco è stato da me completamente rivalutato, sino a rappresentare la nascita, e per certi versi anche la fine, del sound più autentico della band di Dublino.
Perchè? Cerchiamo di scoprirlo assieme.
Se qualcuno di voi ha avuto la fortuna di ascoltare i primi tre album uduìani, quella che io ho deciso di chiamare "la trilogia del bambino", noterà un netto cambiamento già dalla prima traccia di questo nuovo lavoro: "A sort of homecoming" è un pezzo decisamente atipico nel panorama rock dell'epoca. Ritrae perfettamente lo stampo impressionistico dell'intero album: melodie che prendono il sopravvento su una struttura canzone solamente abbozzata, quasi a non voler essere troppo precisi, lasciarndo una sorta di interpretazione libera al pubblico. Il "furor" dell'artista pare surclassare la necessità di fermi canoni descrittivi, e così invece che un semplice strofa-ritornello ci ritroviamo ad ascoltare un inesorabile incedere che diventa sempre più appassionato e grandioso.
Si tratta del ritorno dei nostri ancor giovanissimi dublinesi verso le vie della loro Irlanda, alla propria intimità artistica, dopo aver esplorato soprattutto attraverso "War" un rock più muscolare e politico.
Ciò non sarebbe nemmeno lontanamente immaginabile senza l'apporto unico della chitarra di The edge, che assume qui quel ruolo cruciale che rappresenterà per tutta la musica degli anni ottanta. Più che di un chitarrista, il capelluto ragazzo della Mount Temple School prende le sembianze di un pittore che lancia pennellate di colore sulla tela fabbricata dal basso di Clayton e dalla batteria di Larry. Usa il riverbero, il delay, il chorus, semplici note piuttosto che accordi, ricamate tra loro tanto da costruire un perfetto intreccio.
Arriva "Pride" e pensi che si torna agli U2 dei vecchi tempi, quelli delle canzoni da tre, massimo quattro minuti, con uno sfondo fortemente radicato nell'attualità. E in effetti la canzone parla dell'omicidio di Martin Luther King e gli rende omaggio con un appassionato canto: Un uomo nel nome dell'amore. Ma gli stilemi non sono più quelli di un tempo, e alla rabbia punk (che pur rimane intatta nella voce di Bono sul ritornello) si è sostituita ormai una versione più universale del concetto canzone, decisamente più Pop. Un Pop colto e raffinato, ma pur sempre incisivo e diretto. Non è un caso se almeno fino al 1987 questo brano rappresenterà la hit di maggior successo per i quattro giovinetti della Northside. Un inno puro e semplice declinato in canto popolare accessibile a tutti. (Sia ben chiaro, niente a che vedere con il Pop scevro di oggi).
Ma se dovessi scegliere un pezzo che più di tutti rappresenta quest'album, un consiglio per l'ascolto diciamo, vi citerei senz'ombra di dubbio la folgorante "Bad".
Il tema dell'abuso di droghe e delle problematiche che ne possono discendere viene qui toccato più che con le parole, con la musica. La canzone parte con un semplicissimo fraseggio dell'"uomo col cappellino", che solo lui poteva riuscire a trasformare in un "must" per tutti gli appassionati di chitarra: un paio di accordi diventano l'apertura sinfonica, oseri dire, del brano. L'effetto "eco e  ritardo" pensato da Edge la rendono unica, facendo apparire ciò che sarebbe banale esageratamente ricercato. E se credete che sia facile, provate a rifarlo!
La canzone prosegue poi in un continuo incessante incedere, in una scalata impervia verso l'alto, verso il divino, con cui Bono sembra voler dialogare con le sue debordanti ripetizioni nel finale. Non è un caso se nel Live Aid del 1985 la canzone arriva a durare oltre dieci minuti, togliendo spazio alla più famosa Pride, con un Paul Hewson scatenato ed il resto del gruppo che sta quasi per abbandonare il palco. Ma alla fine Bono fa cenno di chiudere il pezzo, e dalla platea  arrivano applausi scroscianti: è la consacrazione definitiva degli U2 nell'Olimpo del rock, e da quel giorno Bad verrà suonata quasi sempre dal vivo come cavallo di battaglia.
Una cazone strana che rappresenta un album decisamente strano, ma intrigante. Dove si assapora la maestria "ambient" di Brian Eno (vedasi Promenade o 4th of july), ma anche la verve spirituale e allo stesso tempo viscerale dei giovani U2 (The unforgettable Fire, MLK).
I nostri ragazzi non dimenticano comunque da dove vengono e gli ideali che li hanno ispirati, regalando una nuova perla a Martin Luther King : MLK è un canto sognante, una vera e propria ninna nanna che chiude il disco in maniera soave, augurandosi che il reverendo al quale "hanno preso la vita, non potendo togliergli l'orgoglio" riposi finalmente in pace sotto una dolce pioggia autunnale.
E il fuoco indimenticabile altro non è che il fuoco della bomba atomica sganciata su Hiroshima, e che in quegli anni (1984-85) a causa della Guerra fredda si sarebbe potuto veder brillare nuovamente, con tutta probabilità. Gli U2 si schieravano dall'altra parte della barricata, con quelli che la guerra non la volevano, con chi stava con i più deboli.
E allora ecco che i quattro ragazzi fotografati davanti allo Slane Castle (dove è stato in parte registrato il disco) si avviano a diventare delle star mondiali, e non li ritroveremo mai più con questo mix di carica artistica e genuinità.
Faranno canzoni più belle, dischi più completi ed ispirati, ma mai più così poco a fuoco e quindi così da scoprire, come questo The Unforgettable Fire.

mercoledì 9 settembre 2015

Arrivederci filosofo!

A volte ci si sente quasi in colpa a rivelare i più intimi sentimenti ad una "macchina". Un computer non ha in se il romanticismo di un'Olivetti, nè l'animo di una persona.
Eppure se si vuole che qualcuno legga e conosca i propri pensieri oggi è quantomai indispensabile condividerli sulla rete, quantomeno se chi li scrive non ha a disposizione un giornale o un editore, come me.
Che ci posso fare, l'autocommiserazione ha sempre esercitato un forte fascino sul mio ego!
Quando ho deciso di creare questa sottospecie di blog ero molto indeciso, perchè per indole sono abbastanza restio ad omologarmi ai moderni mezzi di comunicazione. Non è per fare lo snob, è solo che non ci trovo davvero nulla di romantico in quello che sto facendo. Sentenziare la propria opinione e sdoganarla ai quattro angoli del creato, utilizzando un mezzo che alcuni adoperano per adescare minorenni e fingersi qualcun'altro, ed altri per fare la telecronaca di ogni singolo minuto della propria giornata (che poi a noi, che cosa diavolo ci interessa di cosa hai mangiato oggi, di che vestito hai messo, di quel cavolo di stato che hai scopiazzato da qualcun'altro che a sua volta lo aveva scopiazzato da Leopardi, Nietzsche o chi per loro!) come se fosse la verità in terra è quantomeno ridicolo. Ecco perchè mi sento in colpa.
Non ho nessuna qualifica o esperienza particolare che mi permetta di saperne più di qualcun'altro su questo o un altro tema.
Il fatto che pressochè ogni individuo abbia la possibilità di esprimersi e confrontarsi con i propri simili è una cosa eccezionale, non mi fraintendete. Il problema è che pretendiamo tutti di essere dei saggi, ma in realtà non lo siamo, e di certo io non lo sono. Dunque mi chiedo se valga la pena scrivere queste cose e poi condividerle sui social network; è ovvio che sia una contraddizione, il mondo ne è pieno.
Ad ogni modo, in un primo momento avevo pensato di dedicare questo mio spazio unicamente alla musica, così da non incappare nell'errore che sto compiendo ormai da un pò, ovvero sciorinare brandelli di presunta "sapientia" come sto facendo adesso. Lo facciamo tutti e pretendiamo di poterlo fare, ma infondo più ci penso e più mi sembra una gran bella cazzata.
Al di là di queste inutili paranoie c'è una questione molto più concreta dietro questo mio vagheggiare.
Le cose importanti perdono peso se ognuno può fingersi maestro di ogni cosa. Se tutti ci sentiamo scrittori, poeti o artisti, svalutiamo e sminuiamo quelli che lo sono realmente e che dicono cose rilevanti.
Fare un blog del genere può andare bene per chi ha la presunzione di sentirsi migliore degli altri o magari lo è, o l'illusione di saper scrivere, descrivere, raccontare, pur essendo un cronista da quattro soldi.
Non per me.
Non mi sento nè tanto bravo, nè così inutile da ammassarmi in questa miriade di voci.
Ed è per questo che ho deciso di tornare a quella che era la "missione" originaria di questa pagina, ovvero parlare di qualcosa che può essere del tutto opinabile poichè legata ai gusti personali: la musica.
Non mi sento di non scrivere più nulla almeno per ora, più che altro perchè questo per me è davvero un bel passatempo.
Qunindi con questo post dico ironicamente addio al mio ego più ambizoso, almeno pubblicamente. Sono certo che nessuno ne farà una tragedia (anche se lo ammetto, un pò mi farebbe piacere!).
Arrivederci filosofo!!!


martedì 1 settembre 2015

Il Molise che non esiste

Mentre gran parte della gente con cui parlo non fa altro che denigrare ,dopo profondi sospiri, la terra sulla quale poggia i piedi, mi rendo sempre più conto di quanto io sia stato fortunato a nascere in questo lembo di terra aspra e scoscesa.
No, non di certo per le opportunità economiche (pressochè nulle) che questo posto mi riserva.
Forse un giorno mi toccherà andar via per guadagnarmi di che vivere, e premetto che questo post non è rivolto a coloro che se ne sono andati per esigenze lavorative o familiari. Vi stimo per la vostra forza e il vostro coraggio. Ci vogliono entrambi per affrontare una nuova vita in un posto diverso e con persone diverse da quelle con cui si è cresciuti. E questo scritto non è rivolto nemmeno a coloro che hanno scelto deliberatamente uno stile di vita diverso, magari più "al centro del mondo". Ognuno ha i suoi punti di vista, ed il mio vale quanto quello degli altri.
Mi rivolgo alle persone che si scagliano contro questa regione nel senso fisico della parola, e non in quello politico e sociale. Salvo poi ritrovarli sempre qui a sdoganare le proprie lagne durante le ferie o le festività. Dico io, ma non ci tornate allora! Sembra che voi vi annoiate di continuo. Vi annoiate se c'è un concerto, se si mangia fuori, se c'è un convegno, se si fa due passi, se si sta al bar, se c'è il torneo di calcetto!
Se invece siete a Milano, Torino o Roma tutto d'un tratto non vi annoiate più. Certo, ci sono migliaia di posti bellisimi da vedere lì.... ma voi non li frequentate. Ci sono eventi culturali di tutt'altra portata... ah, non partecipate. Non so andrete in giro per musei, mostre, vedrete partite, frequenterete circoli culturali, incontrerete gente di ogni sorta ampliando le vostre vedute... Come? Ah, state solo con la vostra coinquilina che è anche lei di Roccapipirozzi, e poi mi sputate nel piatto dove avete mangiato per una vita e continuate a mangiarci tutt'ora!? Ma allora cos' è che fate a Milano che non possiate fare anche a Campobasso??
No, vabbè... Cioè fate shopping e andate in discoteca??!! E ci credo che vi annoiate. Non è il posto in cui state, siete voi che siete noiosi, noiosissimi.
Poi per quanto riguarda il lavoro, la vera piaga dell'attualità ed in particolare del nostro Molise.
Vogliamo dare la colpa ai paesini e alle colline se qui non c'è lavoro? O è forse colpa degli uomini e di una certa mentalità a mio parere miope e ultra-capitalista che concentra le opportunità lavorative solo nei centri agglomerati?
La verità è che non si è mai voluto valorizzare questo territorio, che certamente avrebbe bisogno di un modello di turismo del tutto differente da quello che è in atto in grandi centri culturali quali Roma ecc. Una forma di turismo estremamente più sostenibile e di "nicchia", che affiancata ad un ottimizzazione e rivalutazione della produzione eno-gastronomica, e quindi in prima istanza agraria, sono sicuro porterebbe la nostra piccola regione ad un radicale miglioramento delle condizioni attuali.
Ma i ragazzi se ne vanno, molti di quelli che restano parlano male della propria terra, e si limitano a blaterare vacue polemiche da bar senza fare in effetti nulla per cambiare lo stato attuale delle cose.
Io amo l'orizzonte che vedo dal mio balcone. Ne ho visti molti, ma nessuno è così bello. Quell'aria fresca, le campagne, le nostre montagne, il nostro cibo, le nostre tradizioni.
Scoprire il mondo è una cosa unica; viaggiare e fare esperienze è un passo cruciale nell'esistenza di un individuo. Ma mio nonno non si è mai mosso da qui, eppure è stato e rimarrà uno dei miei più grandi esempi di vita.
Infondo il mondo è un posto piccolo, se ci pensate bene. E non c'è bisogno di girarlo tutto per capire che ogni luogo ha i suoi pro e i suoi contro.
Anche io voglio vederlo questo mondo. Assaggiarlo, conoscerlo per bene. Ma dovunque andrò, casa mia rimarrà sempre questo piccolo paesino, con i suoi abitanti, alcuni invadenti ed invidiosi ma molti altri simpatici e di buon cuore.
Ebbene sì, amo anche il silenzio del paese e il suo volto malinconico quando ad ottobre è il periodo delle castagne e, facendo un giro in villa vedo pochi anziani parlare goliardicamente.
Amo assaporare un bicchiere di vino nostrano davanti ad un focolare con pochi amici. Amo sapere che quando metto il naso fuori dalla porta non mi aspetta una miscela di gas tossici e tubi di scarico ma un'aria tutto sommato ancora pulita. Amo i tempi morti di questo paese, perchè quando non si sa cosa fare bisogna inventarsi qualcosa.
Certo, quanti difetti, quante cose che non vanno. Se non fossi a trenta chilometri da Campobasso forse mi annoierei dopo un pò. Ma diavolo, la vita è anche noia, e nel caso qualcuno di voi non lo avesse ancora intuito l'eccesso d'inquietudine fisica e mentale porta alla noia a sua volta, ma una noia diversa e molto più pericolosa.
Come dite? Ah, a voi piace andare in disco tutte le sere, tuffarvi in mezzo alla "movida", strafarvi di cocktail e magari di qualche pastiglietta per poi finire in casa col primo che vi capita, che magari si approfitterà anche di voi, per poi risvegliarvi storditi alle 6 del pomeriggio, prendere un'aspirina e ricominciare tutto daccapo??! Non c'è problema, andate pure, io me ne sto qui ad annoiarmi sotto un cielo ricolmo di stelle scintillanti, a fare due chiacchiere con i miei pochi amici e con la mia ragazza, magari sorseggiando un buon vinello, nella speranza di rincontrarvi, così magari un giorno mi spiegherete cosa avete trovato di così speciale al di là di queste verdggianti alture, che non si celasse già nel profondo del vostro animo.

martedì 21 luglio 2015

Quel treno per... casa

Sono le 10:09. L'orologio sembra non girare mai quando si ha qualcosa d'importante da fare.
Sono sveglio dalle 6, e ho già esaurito tutte le attività del mattino: fare colazione, andare a correre, lavarsi. Non posso salutare papà perchè il reparto apre alle 12 ed io a quell'ora ho il treno.
Dopo ventidue giorni passati in una città a ottocento chilometri da casa tua, con un caldo soffocante in un appartamento da condividere con degli sconosciuti, sembra quasi un sogno tornare al "focolare". Rivedere il mio amore, il resto della famiglia. Tornare a provare l'ebrezza di stare stravaccati su un divano a guardare la tv. Andare in bagno senza che nessuno provi ad aprire la porta mentre sei dentro. Ma soprattutto tornare con la consapevolezza che un'altra delle dure prove che la vita ci mette difronte è stata per gran parte superata.
Torno con la gioia nel cuore di chi ha visto il proprio padre,e di conseguenza tutta la famiglia, affrontare uniti e determinati l'ennesima tormenta, superandola con la forza dell'amore, dopo aver traversato mille correnti brutali ed aver schivato parecchi oggetti vaganti. Ce ne saranno ancora molti da affrontare, e non sto qui a fare la morale di chi ha la saggezza in tasca.
Non ho imparato nulla da questa esperienza, ma la mia pazienza e serenità sono state messe a dura prova dalla paura, l'ansia e il dolore. Ma ciò che conta infondo è che siamo ancora tutti qui, uniti più di prima, determinati più di prima a godere di ciò che di bello l'esistenza ci riserva. Vogliosi di respirare a pieni polmoni la semplicità della normalità, attendendo col batticuore il momento in cui saremo nuovamente a casa tutti assieme, e potremo respirare finalmente con più pace l'aria buona delle nostre colline verdeggianti, ascoltare quieti la calma del paese, chiacchierare sulla villa con qualche amico e fare lunghe passeggiate, vedere cose belle.
Ah, quanto è preziosa la normalità! Certo, normalità può essere anche la malattia ed il disagio, ma non è normale che il destino si accanisca su un individuo così forte e tante volte quante ne ha fatte con mio padre. E così invece che le star, i calciatori, o i personaggi valorosi dei fumetti, è lui il mio eroe, che resiste strenuamente ad ogni colpo che la vita gli schianta addosso, si rialza e continua a combattere per se stesso e i suoi cari.
Mia madre è il mio eroe, che tiene duro e gli sta sempre vicina senza cedere di un millimetro al nichilismo, che tiene unita la famiglia e continua a fare mille e più cose senza lamentarsi mai per la stanchezza. Che non ci fa pesare assolutamente quello che è di certo momento duro anche per lei.
Questo sì che vuol dire essere eroi, in barba a tutti coloro che hanno trovato l'unica ragione di vita nel rendiconto personale, e che vedono il successo in effimere quanto vacue realizzazioni unicamente economiche.
Per me è stato un dovere, un piacere ed un onore condividere con loro anche questi momenti difficili, perchè se l'esperienza non mi ha dato insegnamenti, di certo lo ha fatto il loro esempio. Darei tutto pur di ripetere anche solo in parte quello che i miei genitori sono riusciti a fare, non ho ambizione più grande.
Ringrazio tutti quelli che ci sono stati vicini; la compassione è forse il sentimento più nobile assieme all'amore.
E così io oggi torno a casa e ne sono estremamente felice, anche se ci torno solo a metà, perchè una parte di  me rimane qui con i miei genitori, ma presto saremo dinuovo tutti uniti.
Casa. Un bel posto da  cui partire e in cui tornare."La tua casa è dove hai il tuo tesoro" c'è scritto da qualche parte. Il mio tesoro è l'insieme di un pò di pezzi sparsi. La mia collina, gli amici, la mia famiglia, la mia Chiaretta.
Un giorno di questi tutti i pezzi torneranno insieme, e quel giorno faremo una grande festa.
Pronti di nuovo ad affrontare gli impegni e le difficoltà e, se riusciremo, a superarle ancora una volta, insieme.

venerdì 12 giugno 2015

Mauro Ermanno Giovanardi: "Maledetto colui che è solo"



Da un cantautore mingherlino e con i capelli rossicci di solito ti aspetti una vocina bianca, delicata e sottile. Di certo non quella voce calda e baritonale, melanconica e greve che viene fuori dall'ex leader dei La Crus.
Ma questa è storia nota per chi ha avuto modo di ascoltare i loro pregevoli lavori.
Potrebbe risultare interessante per questi ultimi, ma anche per coloro che, malauguratamente, conoscono solo il Giovanardi politico, ascoltare questo raffinato disco solista del cantautore.
"Maledetto colui che è solo" è una raccolta di canzoni originali e appartenenti alla tradizione cantautoriale nostrana, con una particolarità quasi unica nell'ambito del mercato musicale italico: l'album e suonato esclusivamente da chitarre, e soprattutto da un'orchestra di ukulele.
La prospettiva del suono cambia dunque completamente, immergendoci in un ambiente solfureo in cui i testi e l'espressivita di Giovanardi riescono ad incarnare al meglio le necessità comunicative di ogni brano. Brani questi da ascoltare di sera, magari davanti ad un buon bicchiere di vino, da veri intenditori.
Gli arrangiamenti sono curati nel minimo dettaglio, le melodie dopo un paio di ascolti si fanno largo nell'orecchio e nel cuore dell'ascoltatore.
I temi dell'amore, del tradimento, e soprattutto della solitudine s'insinuano tra le note e toccano le nostre corde più emozionali.
Il brano che apre l'LP (Accarezzami musica) si fa sintesi squisita della profondità di questo meraviglioso disco e del suo autore: "prendimi e stringimi a te, perchè ti ho perso ed ho perso me". Solo che la lei cui si fa riferimento non è una donna, ma la musica, unica compagna di coloro che non hanno voluto, saputo o avuto la fortuna di incontrare una donna con cui condividere la vita. Ed Ermanno sembra conoscere bene questa condizione, tanto che riversa tutta la sua anima in queste parole, così come fa nella celebre "Confesso", qui ancora più bella che nella sua versione originale.
Non mancano i momenti più leggeri ma comunque riusciti, come nel caso di "Noi duri" e "I buoni i brutti e i cattivi nel ghetto"; ma la verve di quest'opera è tutt'altro che leggera e spumeggiante. Perchè ascoltarlo in questo periodo estivo allora?
Potrei rispondere, superficialmente, dicendo che così si apprezerebbero maggiormente i momenti di serenità e gioia che talvolta questa stagione ci dona. Ma la realtà è che la disperazione insita in queste composizioni lascia sempre una via d'uscita. Che dopo aver attraversato tunnel e gallerie che parevano interminabili, si riesce ancora a vedere la luce infondo al cammino. E state pur certi che quella luce non è un regalino bonario da parte di qualcuno, ma una conquista lunga e dolorosa che va realizzata giorno per giorno. A volte non si riesce a raggiungerla, ma ad ogni  modo vale sempre la pena tentare. Potrebbe essere proprio questo il segreto.
Quale? Tentare, andare avanti, cercare la luce. Ecco perchè ascoltare questo disco d'estate. Per non dimenticare che questo bel sole, il caldo, il profumo degli alberi in fiore, le corse con la bici, le lunghe passeggiate con gli amici, il mare con i parenti, non sempre sono regali, ma anche conquiste, e bisogna sapersele tenere.

sabato 23 maggio 2015

Umano poco umano

Era uno degli ultimi compiti in classe del quinto superiore: tema d'italiano.
No problem, a me l'italiano era sempre piaciuto, tanto più se si trattava di scrivere qualcosa.
Delle varie tracce e di quello che scrissi nel testo ricordo ben poco, ma ricordo nitidamente il titolo che diedi al mio tema. Parafrasando all'inverso Nietzsche, filosofo al quale m'ero molto appassionato (rendo grazie all'indimenticato prof di filosofia), decisi di titolare il mio testo "Umano poco umano".
-Cavolo, fà davvero figo!-pensai.
Pensavo di aver capito il messaggio di uno dei più grandi filosofi di sempre, e per giunta mi arrogavo il diritto di riattualizzarlo in una prospettiva completamente differente.
A sentirlo oggi quel titolo, mi viene da sorridere. Sia ben inteso, la mia era stata una buona intuizione (asserire che gli umani fossero diventati poco sensibili agli aspetti prettamente esistenziali, enfatizando paradossalmente proprio i loro grandi passi in avanti in ogni campo del vissuto), ma in effetti non c'era davvero nulla di "figo" in quel titoletto da quattro soldi. Davvero poco originale, "scamuffo" direbbe qualche mio buon amico. Per di più ho il fondato dubbio che la mia prof d'italiano non intese il mio, non troppo velato, riferimento al pensatore tedesco. Ma devo riconoscerle il merito di avermi messo un 9,5 a quel compito se non erro, per cui va bene così.
Ad ogni modo perchè oggi torno a parlare di un compito del quale a te non interessa nulla, e che perfino io avevo quasi dimenticato?
Bè, perchè dietro quell'idea un pò adolescenziale di fare il saputello anticonformista della situazione, si celava una piccola grande verità; ovvero che l'uomo ha perso di vista i capisaldi della propria esistenza.
Che bello scoop, direte voi! Già, nulla di nuovo sotto al sole, nulla di cui non abbia già parlato qualche scrittore infinitamente più bravo di me, premio nobel o cantante squinternato che predica la pace sulla terra.
Eppure ancora oggi dopo cinque anni non riesco a trovare un titolo migliore per quel mio "famoso" tema d'italiano. Ancora oggi, e ancor più d' allora, le problematiche che vedo attorno a me sono le stesse e semmai sono peggiorate e non di certo state risolte. Ecco perchè ti parlo di quel titolo. Un titolastro così insulso e stiracchiato che non siamo neanche riusciti a privarlo di ogni significato, cambiando il nostro modo di fare o vedere le cose.
Ognuno ha una sua vita con le sue esperienze, che di certo saranno diverese dalle mie. Io non posso nè voglio dirgli cosa sia giusto o sbagliato.
Infondo non ho mai creduto nelle verità universali, ma sono profondamente convinto che le diverse sfumature delle nostre miriadi di anime vadano incanalate verso un punto d'incontro che ci consenta di condividere un'esistenza di rispetto reciproco e dignitosa. Insomma non sto dicendo nulla di nuovo, questo è (o meglio dovrebbe essere) il fondamento di ogni società che possa definirsi tale. Ne hanno parlato milioni prima di me, da Hegel ai filosofi greci; ce l'hanno in bocca costantemente i nostri pseudo politici, ma ne parlano più per attirare voti che per risolvere i problemi.
Ma a te, caro lettore che hai la pazienza, e un pò anche l'incoscienza di leggere queste righe, io mi rivolgo: Non abbiamo sempre detto che noi siamo diversi dagli animali? Che ciò che ci differenzia sta racchiuso nel miracolo dei nostri neuroni (secondo gli scenziati atei) o nella scintilla divina che ci ha creati a sua immagine e somiglianza (per i credenti)?
Eppure dovunque io mi giri, con chiunque io parli, anche con le persone che stimo e approvo maggiormente, non riesco a trovare qualcuno che non si scagli impietosamente contro il suo prossimo. E in questo caso con il termine prossimo faccio riferimento in particolare a quei poveri cristi che arrivano (quando non vanno a picco) ammassati come bestie su dei barconi che fanno acqua da tutte le parti.
No, caro lettore, non voglio fare retorica e non ti ammorberò  con le solite chiacchiere vuote di tanti Talk Show. Non voglio fare politica, la lascio fare ai professionisti che loro sono più bravi di me a sparare cazzate.
Io voglio solo parlarti del tuo "essere umano", di quello che sosteniamo ci diversifichi dalle altre specie.
Sgombriamo il campo: non sono ipocrita, so bene che non possiamo accogliere e far restare nel nostro territorio milioni di persone senza risentirne menimamente. Ovviamente c'è una politica europea del tutto sbagliata in questo senso, considerato peraltro che molti degli immigrati neanche ci vogliono rimanere in Italia, ma preferirebbero altri paesi del nord Europa.
Ma quando sento i miei coetanei o i loro genitori o chei per loro, asserire che questa gente "ci ruba il lavoro, non paga le tasse, si arroga troppi diritti" la mia indignazione sale alle stelle.
Io ho venitrè anni, e apparte qualche piccola esperienza non ho mai avuto la fortuna di avere un lavoro, figuriamoci stabile e ben pagato. Eppure non mi sono mai scagliato contro dei ragazzi come me, che probabilmente hanno più bisogno di me, e che si spaccano la schiena per raccogliere i pomodori sotto il sole cocente per 2 euro all'ora. "Sè! magari fossero tutti così", mi dirai tu che mi critichi.
Ebbene, perchè non ci sono italiani che rubano, evadono le tasse, se ne infischiano d'ogni legge, massacrano a calci il proprio vicino di casa? A me pare che ce ne siano, e di certo ci saranno altrettanti tunisini, palestinesi, bengalesi, libanesi che lo fanno, ma per favore non ne facciamo una questione di razza o cultura, perchè questo è uno schiaffo alla nostra intelligenza. Queste sono cose che purtroppo possono tal volta far parte della natura umana, quand'essa è distorta per un motivo o per un altro.
Anche io ogni giorno faccio i conti con le difficoltà che la nostra società ci pone: fare a spallate per ogni cosa, anche per il più misero lavoretto di poche settimane e sottopagato. Sì, ci hanno lasciato le briciole e avete ragione ad essere incazzati. Ma prima di scagliare la prima pietra guardiamo a noi stessi: Siamo davvero così onesti, buoni, pronti a sacrificarci per il nostro fututro?
Ve la prendete con chi mette a rischio la propria vita per un futuro migliore, ma avete mai provato a prendervela col vostro concittadino che si fa raccomandare pur senza avere alcuna competenza, e riesce a sistemarsi a vita? Ve la siete mai presa con quelli che alzano la voce contro i più deboli, e poi mettono la coda in mezzo alle gambe quando il capo li chiama deficienti? Ve la siete mai presa con chi compie qualsiasi imbroglio pur di fregarvi? Ve la siete mai presa contro questo sistema  malato frutto di una mentalità occidentale tutta tesa all'individualismo?
No, voi preferite accanirvi contro chi non c'entra niente, con chi è più debole e vulnerabile. E questo non vale solo per gli immigrati (quali i vostri nonni, zii e padri e forse anche voi siete stati) ma per ogni ambito della quotidianeità. A scuola, sul lavoro, alle poste e in banca, perfino nel tempo libero il più forte si accanisce contro il più debole.
Ecco perchè siamo poco umani. Perchè essere umani sottende una forma di socialità e condivisione della vita che noi abbiamo completamente dimenticato, semmai l'avessimo avuta. Siamo bravissimi a scrivere le nostre pseudo-intuizioni sui social network, a scopiazzare le migliori frasi dei grandi intellettuali e a sentircene ogogliosi; ma quando si tratta di accogliere una persona, chiunque essa sia, e di condividere con lei una parte dei nostri diritti, ce ne freghiamo altamente di tutte le belle parole che hanno cercato invano di insegnarci alcuni buoni maestri.
Perchè infondo noi non siamo tanto diversi dagli animali. Anzi, forse sappiamo essere molto più crudeli. Homo homini lupus diceva qualche saggio molti secoli addietro. Lui qualcosa ne capiva della natura umana. Ma io sono qui a scrivere queste cose perchè credo ancora che possiamo migliorare da questo punto di vista, semplicemente mettendoci un pò di più nei panni dell'altro, e non aprendo la bocca per darle aria.
In particolare un ammonimento mi sento di farlo a quelli che si reputano dei cristiani "ortodossi", che magari vanno ogni domenica in chiesa e dicono pure le preghiere. E poi quando ti ci fermi a parlare al bar, ti dicono che questi "immigrati sono degli stronzi e dovrebbero tornarsene a casa loro e che fanno bene se li bombardano ai barconi" magari pure con loro sopra.
Non sta a me giudicarvi. Io faccio milioni di errori, magari più di voi, e combatto ogni giorno per migliorarmi spesso senza riuscirci. Ma qualcuno che voi dovreste conoscere, molto più in gamba di me, migliaia di anni prima di me, una volta ha detto : "Ama il prossimo tuo come te stesso!"
Ma forse anche lui s'era sbagliato.

venerdì 15 maggio 2015

Goodbye King of blues!

Questa notte è venuto a mancare alla veneranda età di ottantanove anni un artista che ha rivoluzionato il suono della chitarra elettrica. Uno dei migliori bluesman di sempre, un grande uomo, sia fisicamente che eticamente.
A te va tutto il mio affetto e la mia stima B.B. King. Chi ti ha ascoltato non dimenticherà mai il tuo timbro che raccontava l'anima del mondo, la tue note che saettavano luce e tenebra a seconda di ogni tuo tocco, del tuo stato d'animo. Un piccolo omaggio alla tua enorme musica.... Goodbye King of blues!


martedì 12 maggio 2015

Pino Daniele, "Nero a metà"



Da tempo avrei voluto parlare di questo disco. Ma il momento sembrava sempre essere quello sbagliato. Vuoi perchè stavo ascoltando cose completamente diverse, vuoi perchè la trasformazione musicale di Pino non mi garbava molto, vuoi perchè era scomparso da poco; mi era sempre apparso inopportuno accostarmi a questa splendida opera.
Oggi questo senso di inappropriatezza del tempo è venuto meno, e mi sento di buttare giù due righe per uno degli album che hanno segnato la mia infanzia e prima adolescenza.
Vi è mai capitato di viaggiare sull'auto di vostro padre che tiene nel lettore per giorni, a volte mesi, lo stesso disco? Sono certo di si.
A me capitava, e capiterebbe ancora (non fosse che lo stereo nell'auto di papà non funziona più), spesso. E il più delle volte se fortunatamente non c'era qualcosa dei Pooh (non me ne vogliano i loro tanti fan) allora c'era Nero a metà di Pino Daniele. Per cui credo di aver ascoltato queste canzoni centinaia e centinaia di volte prima di invaghirmene e di coglierne l'importanza. E grazie a Dio a mio padre non piacciono solo i Pooh!
La malinconia acerba di uno "scugnizzo" napoletano dalla voce peculiare ed espressiva intrecciata alle note della sua vibrante chitarra, riecheggiante ritmi americani, ora blues, ora soul, ora funky... che dire, un vero uragano di rinnovamento nella canzone italiana, impantanata in quegli anni (parliamo dei primissimi ottanta) tra paillettes di gruppi quantomeno monotoni. E se escludiamo la scena cantautoriale, che in Italia ha quasi sempre avuto una buona salute, e lo sperimentalismo dei Napoli Centrale, in quel periodo musicalmente parlando il nostro paese era quasi nell'oblio rispetto all'Inghilterra e all'America che producevano super gruppi, i quali avrebbero segnato la storia del rock e non solo.
In mezzo a questo nulla risultante dalle macerie della canzone popolare prima, e del gaudente prog rock italico poi, spunta una scena napoletana che promette qualcosa di nuovo. Che conosce i grandi miti della chitarra, del blues, ma che non si dimentica delle proprie radici.
Pino Daniele è stato indubbiamente il più alto esponente di questo genere, e prima di lasciarsi andare ad "esperimenti" un pò troppo poppaioli e latineggianti (molto Santana's way per intenderci) ha segnato un solco originalissimo nella nostra cultura musicale, dal quale sono germogliati brani indimenticabili .
Tornando a me e alla macchina di mio padre, culla del mio svezzamento musicale, già a otto o nove anni non riuscivo a non sentirmi coinvolto quando dall'altoparlante veniva fuori una voce che sbraitava " A me me piace o Blues e tutt'e juorn aggià kantà!"
Quella di Pino era un'energia speciale, che solo i veri artisti riescono a trasmettere. La sua inadeguatezza la esprimeva in testi forti, così forti che anche le persone più semplici, come me che all'epoca ero solo un bambino, riuscivano a sentirla. Ecco perchè il popolo lo ha sempre amato. Perchè Pino parlava con loro, e spesso come loro.
Quando c'è una storia dietro ad una canzone, riesci sempre ad intuirne l'intensità. La musica non si fa col bilancino o con le regolette dei professoroni, ma con "il sangue e il sudore". Questa è la sola musica che ho voglia di ascoltare. E questo è quello che ci racconta il testo di "Musica, musica" un'altra delle mie canzoni preferite da bambino, tanto che quando andavo a scuola ne scrivevo qualche verso sulla lavagna. "Con la musica, musica posso dirti anche no". Tipico di chi si è sempre sentito un pò sfigatello e ha trovato nella musica il solo modo per riscattarsi.
Ma oltre i testi, quello che più colpisce delle composizioni di Daniele è la melodia. Una melodia superba che pesca dalla migliore tradizione del Blues ma che non disdegna affatto le atmosfere più prettamente mediterranee (ascoltasi I say i'stò ccà) creando un connubio sonoro che si fa a volte più drammatico e poetico (Appocundria) e altre più spavaldo e rockettaro (Puozza passà nu guaio).
Il tutto accompagnato naturalmente dalla caratteristica chitarra del cantautore partenopeo, inconfondibile.
Qualcuno ha paragonato Pino Daniele a Jimy Hendrix, in un ottica tutta italiana ovviamente. Non voglio scomodare il più grande chitarrista di sempre, ma di sicuro Pino Daniele è stato uno dei pochi in Italia a tentare di seguire la sua lezione. Ha dato un carattere musicale internzaionale alle sue canzoni, e ha scritto tante piccole poesie sulla condizione di un uomo, spesso dell'uomo, disegnando con parole semplici grandi orizzonti per chi lo avrebbe seguito. 
Perchè Pino era proprio come questo suo album. Era forte e fragile al tempo stesso, era incazzato ma anche indifeso, era spavaldo ma anche dolce, ironico e gioioso eppure  triste. Suonava come un bluesman americano ma cantava in napoletano,  aveva un corpo robusto ma una voce acuta e suadente. Infondo lui uno a metà lo è sempre stato. E questo album lo descrive meglio di qualunque altro, proprio così com'era: Nero a metà.

domenica 26 aprile 2015

Recensione: Exit Verse, "Exit verse"



La possibilità di poter vedere il prossimo sabato sera il concerto di questi tre bravi musicisti rappresenta un ottimo pretesto per scrivere la recensione del loro primo ed omonimo LP.
Credo che non sia inopportuno affermare che il leader di questo trio è uno dei migliori chitarristi e songwriter degli ultimi vent'anni, snobbato purtroppo dalle grandi reti della musica commerciale, riesumato continuamente dalla critica, senza riuscire mai (ma probabilmente senza neanche volerlo) ad arrivare alla ribalta delle grandi masse.
Si, perchè Geoff Farina (già leader dei fenomenali Karate) fa musica adatta a luoghi piccoli, ma capace di aprirsi un varco enorme nei cuori di chi l'ascolta. E così vi potrebbe capitare di ascoltarlo sabato prossimo, di sfuggita magari, al Beat Cafè di San Salvo,come fosse uno dei vostri amici che suona in una band emergente. Eppure lui ha scritto un bel pezzo di storia del rinnovamento nella musica rock; ma si sà, il clamore mediatico circonda più spesso le cose mediocri che quelle notevoli.
Ad ogni modo non credo che a Geoff interessi più di tanto; infondo penso che a lui piaccia così, che abbia bisogno del contatto diretto con l'intimità dei locali, con la normalità della gente, per partorire le sue belle canzoni.
Dunque, dopo quasi dieci anni d'attesa possiamo goderci il suo ritorno alla chitarra elttrica e alla musica rock. Ed è un grande ritorno.
L'album degli Exit Verse non ha molto da spartire con i lavori dei Karate. Certo, si sente l'inconfondibile tocco di Geoff, si sente l'amore per un certo tipo di atmosfere da periferia suburbana, ma non troverete vezzose sferzate jazz, e nemmeno la carica rabbiosamente grunge dei primi dischi.
Ma avrete l'opportunità di apprezzare un lavoro solido, compatto, intelligente, e molto semplicemente: rock. E direi che oggi questa è una bell'ondata di freschezza. Niente tastiere, niente effetti, niente sovraincisioni, solo tre uomini che suonano rispettivamente la batteria, il basso e la chitarra, e che (cosa incredibile nella musica odierna) sembrano davvero divertirsi!
Il taglio di un bell'overdrive, una batteria "dritta" e costante, un basso denso e conturbante e il gioco è fatto. Gli Exit Verse riescono a far sembrare una sciocchezza quello che la maggior parte delle band si affatica invano a cercare per tutta la carriera: hanno un bel tiro, davvero un bel tiro. Tanto che viene voglia di mettere sù "Under The satellite", girare le chiavi della macchina, passare a prendere la tua ragazza (Addò vaglie senza Chiarett) e partire per un viaggio senza meta, giusto per il gusto di viaggiare, di sentire questa musica che ti abbraccia e tira avanti, che ti fa dimenticare, che ti fa battere la mano sul volante a ritmo di Rock and Blues.
(Possibilmente munirsi di macchina a metano!)
I tre ragazzi non si trastullano a mettere in mostra tutte le loro potenzialità, tirano solo un dannato groove trascinante che sembra durare all'infinito, o quantomeno per l'intera durata del disco. Farina mette giù poche note delle sue, che bastano a rendere il tutto più raffinato e smisuratamente al di sopra della media. Poi arriva "Seeds" e per un attimo sembra di risentire i Karate dei tempi d'oro, con quei ritmi sincopati e dannatamente innovativi nella loro disarmante frammentazione. Ma ti rendi subito conto che si tratta di una semplice impressione. Qui non c'è più nulla di celebrale ed estremamente ricercato, c'è solo la potenza scrosciante e irrefrenabile del miglior rock made in USA, con un tocco di malinconia e sensibilità prettamente europei.
"Pull out the Nails" piacerebbe pure a una quattordicenne invaghita dei One direction, e probabilmente anche a mia nonna Pasqualina che ama le tarantelle di paese. Ma come fa a non piacerti!!?? Senti quella voce così sciolta e densa allo stesso tempo, senti questo ritmo che ti chiama, senti questa chitarra che si divincola allegra tra la morsa incessante del charleston e del basso.
Senti i Power Chord di "Silver Stars" che ti accompagnano ad un ritornello che si apre in un canto sprizzante gioia e vitalità, salvo poi fermarsi nuovamente, lasciandoti con quel maledetto sapore d' amaro in bocca, che però stavolta è un pò meno amaro.
Si annusa anche qualche nota del John Mayer di Continuum in queste esaltanti cavalcate blues.
Ma Geoff, con tutto il rispetto del prodigioso John, è un'altra cosa per quelli come me.
Lui figo non lo è e non lo è stato mai. Non ha avuto relazioni  con dive di Hollywood e dintorni, non ha i capelloni castani ondulati, anzi di capelli gliene sono rimasti piuttosto pochi. E non ha nemmeno la faccia rilassata e fresca di uno che ha ricevuto più sì che no nella vita.
Direi che ha lo sguardo di un ragazzo un pò cresciutello della periferia di Boston, che non ha mai avuto l'ambizione di conquistare il mondo con le sue canzoni.
Ha lo sguardo di uno che puoi tranquillamente incontrare al bar del tuo paese o del tuo quartiere, nascosto dietro una pinta di birra, pronto a tirarti fuori da un momento all'altro il segreto assoluto dell'esistenza.
E tu stai li fermo ad ascoltarlo con la bocca aperta e con gli occhi sgranati di chi non aspetta altro che una rivelzione.
E poi, quando arriva il momento cruciale e tu sei pronto per lasciarti folgorare dalla sola ed unica verità, quello stronzo ti guarda dritto dritto nelle palle degli occhi, ti mette una mano sulla spalla, tira giù un altro sorso di birra, ti rimette le palle degli occhi dritte nelle tue, e sorridendo sornione ti dice.... "Sai amico, non c'è nessun cazzo di segreto, ma se vuoi posso suonarti una bella canzone!"
E allora suonamela questa canzone stronzo di un saggio!
Sabato sera se non siete troppo distanti da San Salvo, potreste conoscerlo anche voi un tipo così, e magari ascoltare esterrefatti le sue rivelazioni sulla vita, o meglio, le vibrazioni della sua normalissima voce, le note della sua suadente chitarra, la semplicità (che forse rivela più d'ogni altra ricerca psico-filosofica) di queste sue canzoni.

mercoledì 18 marzo 2015

La vera utopia.

Talvolta bisogna parlare anche di cose serie. Non che la musica sia un argomento futile, è carburante essenziale dell'esistenza umana e di molte sue sfumature. Ma poi, dalle note e i testi si dovrà pur passare ai fatti.
Io ho ventitrè anni, e come molti miei coetanei (e non) un'enorme difficoltà ad inserirmi nel mondo del lavoro. Quel mondo che paradossalmente è ,ad oggi, indispensabile per creare i presupposti di un'esistenza che meriti di essere definita "dignitosa". Dico paradossalmente, perchè proprio quando ce ne sarebbe grande bisogno, i nostri politicanti (e in questo momento il governo Renzi in particolare) fanno di tutto per rendere pressochè inadempibile questa necessità tanto cruciale in una società che tra spese, bollette, alte aspettative di vita, non può fare a meno della progettualità per esplicarsi.
Ma cosa si può progettare nel mondo d' oggi? A dire il vero poco o nulla.
Questo è scontato lo so, e qualcuno potrebbe obiettare che ai nostri nonni in fondo è andata molto peggio di noi. E in effetti avrebbe ragione. Ma i nostri nonni erano abituati a vivere alla giornata, combattendo giorno per giorno per un tozzo di pane, sacrificandosi contro il freddo, condizioni di vita durissime, che noi oggi non siamo più in grado di affrontare. Soprattutto considerando che ci è stata propinata un'innegabile abitudine alla comodità.
E poi cosa potrebbe giustificare un ritorno al passato tanto deleterio? Non c'è la possibilità di stare bene, o è una precisa scelta politica di chi ci governa?
Il problema della mancanza, precarietà, instabilità del lavoro non è solo una piaga sociale, come i nostri "accorati governanti" vanno blaterando ormai da anni. La mancanza di lavoro crea mancanza di fiducia in se stessi, crea disagi abnormi ai più e ai meno giovani, crea uno scompenso vitale nella società che annulla tutte le potenziali energie costruttive di cui è capace l'uomo.
Cerco di entrare sempre nel merito delle cose di cui parlo, ed è per questo che non mi piace parlare di ciò che non conosco davvero. Io non sono un esperto di politica; di leggi e di burocrazia me ne intendo davvero poco. Ma qui non c'è bisogno di essere dei dotti per comprendere che Renzi e i suoi amichetti, al pari di Berlusconi e chi lo ha preceduto, ci stanno prendendo in giro, fingendo di fare tante cose, ma cambiando davvero poco e spesso in peggio.
Non posso tollerare lo sguardo spavaldo e indifferente di Renzi che mentre assottiglia ulteriormente i diritti dei lavoratori con il suo Jobs act, fa battute e si diverte compiaciuto ed apparentemente sereno e sicuro, mentre migliaia di famiglie vivono drammi anche a causa della sua e della loro non curanza, della sua mancanza di coraggio, del suo essere un politico del compromesso che frega tutti alla stregua del peggior Giolitti d'annata.
Non posso tollerare che noi giovani non facciamo nulla difronte a tutto questo. Bisognerebbe alzarsi ed andare alla manifstazione indetta dalla Fiom sabato 28 Marzo.
Renzi è ancor più colpevole di Berlusconi, poichè ha tradito le speranze di migliaia di persone che s'illudevano ancora (per fortuna io non sono e non ero tra quelle) che il PD potesse rappresentare un baluardo dell'equità, dell'attenzione per il sociale. Il PD ha ampiamente volatilizzato quel pizzico di dignità ch'era rimasta alla sinistra dopo la dissoluzione del suo unico vero partito di rappresentanza in Italia il PCI, già dai tempi di D'alema, Veltroni e compagnia bella.
Infatti, se da una parte c'è Renzi che si crogiola nei suoi deliri d'onnipotenza, spartendo il futuro degli italiani con Lupi, Alfano, Quagliariello e il peggio dei ruderi della DC prima e di Berlusconi poi, dall'altra ci sono i vari Cuperlo, Fassina e non ultimo Bersani che si lamentano ma non hanno il coraggio di dare un segnale contro questa deriva. E se è vero che lascerebbero il partito nelle mani del premier, è anche vero che chi aveva un anelito di fiducia in loro preferirebbe questo gesto di dignità, che una lunga serie di chiacchiere e compromessi che scontentano tutti.
Io Landini non lo conosco personalmente, non so se sia effettivamente una brava persona o meno, ma so che quello che dice è ciò che si avvicina di più a quello che penso, che ha dimostrato nel corso di questi anni di combattere (unico negli ultimi anni) strenuamente per difendere i diritti dei più deboli, ottenendo in realtà più sconfitte che vittorie;; ma credo ancora che sia più giusto combattere per ciò in cui si crede davvero e perdere, piuttosto che vincere e ottenere qualcosa in cui non si crede.
La sinistra è scomparsa ormai da anni, e Renzi ne ha scritto il manifesto funebre. Ma prescindendo dalle "obsolete"" categorie politiche (qualche pseudo-esperto mi darebbe del vecchio sentendomi parlare ancora di destra e sinistra, facendo il verso a Gaber, che si rivolterebbe nella tomba vedendo le sue tematiche tanto banalizzate da questi falsi intenditori), io, e come me sono sicuro milioni di individui, sentono ancora lo smisurato bisogno di qualcuno che urli con forza, e che sbatta anche i pugni sul tavolo, che rappresenti il sacro santo diritto della gente a crearsi un'esistenza serena, o quanto meno normale, senza il bisogno di clientelismi, favoritismi, malsani aiutini in cambio di qualcos'altro. Di qualcuno che cambi davvero le cose e che non viva di vacui slogan, come facevno i fascisti. Di qualcuno che dia di nuovo la possibilità ad un padre di famiglia, di sperare per il futuro dei figli. Di qualcuno che dia a questi figli la possibilità e la voglia di ripercorrere il cammino dei propri genitori. Questa, ad oggi, è la sola vera utopia.


















sabato 14 febbraio 2015

Uno short-film d'autore, per il video di Every breaking wave.

Qualche giorno fà è stato pubblicato uno short-film girato dall'irlandese Aoife McArdle, ispirato alle parole e alla musica del nuovo singolo degli U2 "Every breaking wave".
Il video s'incentra sulla questione terroristica irlandese vista dagli occhi di due ragazzi innamorati nei primissimi anni ottanta, l'uno cattolico e l'altra protestante (come Bono e la moglie d'altronde), e lascia intuire tutte le difficoltà e le tensioni di quel periodo, vissute da due poco più che adolescenti.
L'impatto visivo eccezionale, la maestria con cui sono state girate e montate le scene, e non ultima l'apparente contraddizione tra la dolcezza musicale del brano che fa da sottofondo e la crudezza del film, mi hanno spinto a riproporvi questo piccolo gioiellino. Perchè non si dimentichi il sangue che stupiamente è stato versato, in questo ed altri conflitti "civili", tra coloro che fondamentalmente erano vicini di casa, talvolta amici d'infanzia, fratelli partoriti sullo stesso brandello di terra.
Buon ascolto e buona visione.




lunedì 5 gennaio 2015

Recensione: "L'amore non è bello", Dente




Giuseppe Peveri (in arte Dente) è un artista spiazzante.
Oltrepassata da più di un decennio la soglia del ventunesimo secolo, non ci si aspetta un cantautore all'apparenza così "delicato", talvolta addirittura asfissiante quando si lascia scientemente andare a vezzosi virtuosismi letterari, al limite della diabetologia.
Un pò per volta però viene fuori l'argutezza di questo folletto, che solo il buon ascoltatore può apprezzare pienamente.
Le sue canzoni si lasiano scoprire lentamente; vengono fuori sillogismi, doppi sensi, e sfumature che testimoniano una particolare cura, cultura ed intelligenza.
Ciò accade per i testi, che pure sono parte preponderante della produzione del cantautore, ma anche per le melodie, sapientemente amalgamate in un suono semplice, diretto, orecchiabile, ma mai banale.
"L'amore non è bello" è probabilmente uno dei dischi di cantaurato italiano più belli dal duemila ad oggi.
L'album si presenta come un lavoro solido musicalmente, una catena in cui i brani non possono essere scissi l'uno dall'altro, poichè si tengono alla perfezione solo se messi tutti assieme, sia concettualmente che musicalmente.Da La presunta santità d'Irene a Solo andata si ha l'impressione di aver ascoltato sempre la stessa canzone, di aver parlato con la stessa persona, solo che indossava vestiti diversi, aveva un'acconciatura diversa, parlava in maniera sempre diversa.
Dente è anche un ottimo chitarrista, e mette in mostra le sue doti con cuciture acustiche essenziali e incisive, con suoni morbidi e sinuosi che difficilmente non intaccano l'orecchio dell'ascoltatore.
In quanto ad atmosfera è l'unico cantautore contemporaneo ad aver raccolto il testimone dell'indimenticato Lucio Battisti.
Attenzione però, non vi sto dicendo che se amate Battisti amerete anche Dente; Quest'ultimo è molto più dissacrante e meno nazional-popolare. Ma di certo riscontrerete un'assonanza nella ricercata delicatezza del suono, nell'orecchiabilità delle canzoni, e nella voluta precarietà d'intonazione, che non fa altro che aumentare la potenzialità vocale di entrambi. (Ovviamente la voce di Dente non è neanche lontanamente paragonabile a quella di Battisti.)
Un disco consigliato fortemente a chi ama la melodia italiana, magari anche farsi una bella risata (ascoltare Quel mazzolino), e soprattutto a chi ama sorprendersi della complessa semplicità della musica, e dell'amore.
                                                                                                                                      Voto: 7.5/10