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giovedì 7 marzo 2019

Re-Mazzarò (2018)



Le "cose" non hanno un valore intrinseco, se non quello che noi attribuiamo loro. È banale, ma ogni tanto bisogna ricordarsene.
Essere eccessivamente attaccati ad un oggetto può essere sintomo di superficialità, o addirittura di avarizia, come nella novella di Verga.
Ma anche l'atteggiamento inverso ha in sé qualcosa di deleterio. Una pratica che, specie nel 2018, nonostante la crisi di valori e il venir meno di un retroterra solido su cui porre delle basi progettuali d'esistenza, è sempre più accentuata dall' esasperato consumismo che ci contraddistingue.
Per questo mi piace "prendermi cura" delle mie cose: pensare che alcune di queste mi accompagnano da tanti anni, e sono ancora in buone condizioni, mi aiuta a riconciliarmi con i sacrifici che i miei nonni e i miei genitori hanno affrontato per farmele avere.
Ecco che alcuni oggetti acquistano valore, e ovviamente non si tratta tanto di un valore economico, quanto affettivo collegato a sua volta ad un atteggiamento "etico".
No, di qui a cent'anni non la porterò certo via con me "la roba", come voleva fare Mazzarò.
Ma nemmeno la getteró il giorno dopo nel cestino, in nome dell'iphone all'ultimo grido o di un maglione griffato da 300 euro.
La novella di Verga che studiammo a scuola è ancora estremamente istruttiva, dal mio punto di vista, e rileggendola nel contesto odierno vi scorgo una  doppia critica: l'una rivolta a chi enfatizza il valore dei beni materiali, l'altra a chi li dà per scontati.

Perché non siamo Sanniti



Amare la propria terra e interessarsi alla sua storia, come il non conoscerla affatto, potrebbe indurci nella facile tentazione di rievocare delle "gloriose" origini e mitologiche discendenze.
Spesso il Molisano si autodefinisce Sannita, supponendo, a volte anche in buona fede, di essere l'erede di un "popolo" celebre per la strenua resistenza che oppose alle più numerose masse romane, di lì a poco assurte a ruolo dominante nell'Occidente europeo.
Se la rilevanza storica e la complessità organizzativa della società sannita non possono essere messe in discussione, alla luce dei più recenti studi, delle evidenze archeologiche, e della semplice analisi dei fatti (le genti italiche che per secoli misero in difficoltà i romani non potevano certo essere un popolo di rozzi pecorari), lo stesso non si può dire della presunta stretta connessione che intercorrerebbe tra i moderni Molisani e questi ultimi.
I Molisani non parlano una lingua elaborata partendo da quella sannita, bensì una lingua figlia del latino (in uso ai Romani) e di varie contaminazioni successive.
I Molisani non professano una religione politeista sul modello sannita; "nemmeno i Romani", obietterà qualcuno. In realtà, come molti di voi sapranno, a partire dai primi anni del IV secolo d.C. il Cristianesimo si diffuse ampiamente nell'Impero, divenendo inesorabilmente la religione di Stato.
Infine da un punto di vista prettamente scientifico probabilmente gli attuali Molisani sono tanto simili agli antichi Romani che ai Sanniti.
L'unico elemento, peraltro non da poco, che condividiamo con il popolo sannita è parte del territorio in cui si era stanziato. Ma della cultura sannita, della sua celebre "resistenza" in quanto "popolo", e non come virtù individuale, poco ci è rimasto.
Faremo allora bene ad interessarci più al nostro territorio nel tentativo di conoscerlo e valorizzarlo, spingendo in tal senso su una politica locale e centrale che lo ha sempre snobbato quando non denigrato, piuttosto che richiamarci ad un passato illustre che non ci appartiene, se non per motivazioni geografiche ed ambientali.
Ed è proprio in virtù della rilevanza di tali motivazioni, e di tante altre positive componenti, che non possiamo crogiolarci nella nostalgia di un'antica grandezza, ma dovremmo batterci per il miglioramento di una preoccupante situazione presente, e per la mancanza di una prospettiva futura.

sabato 2 marzo 2019

La morte dell'uomo?

Il non vago sospetto che nella società attuale, come in tutte quelle che l'hanno preceduta, vi sia un intrinseco fattore di fondamentale disequilibrio e disarmonia, mi ha spinto ad approfondire i miei interessi circa l'origine dell'uomo, la sua natura, i passi che lo hanno condotto ad intraprendere il percorso che sta tutt'oggi seguendo.
Le mie precarissime conoscenze al riguardo derivavano, e per lo più ancora derivano, da riflessioni personali scaturite dall'esperienza diretta e dalle residue nozioni didattiche ed extrascolastiche. Ho cercato dunque di ampliare ed integrare queste fragili consapevolezze, dedicandomi allo studio di autori che hanno speso un'intera esistenza nell'analisi di tali problematiche, non solo compiendo erudite ricerche metodologiche, ma anche vivendo, in maniera piena, sulla propria pelle realtà estremamente distanti dalla nostra.
Mi riferisco alla quotidianità di quei popoli, oggi pressoché estinti, cui sin dal 500' la civiltà occidentale affibbió l'inproprio appellativo di "selvaggi".
A ben vedere la storia dell'umanità, per come ci è stata tramandata attraverso le fonti scritte, è contraddistinta dalla dicotomia tra "barbari e civili".
Nel chiarire tale netta distinzione, operata da uomini delle più disparate epoche fino a giungere a quella contemporanea, ben si presta una riflessione del filosofo francese Montaigne, che già nel sedicesimo secolo affermava: "Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l’uso perfetto e compiuto in ogni sua cosa".
Montaigne, la cui rilevanza nel dipanarsi della tendenziosa dualità tra civiltà e barbarie rimane capitale, non fu certo il primo a porre delle rilevanti questioni in ordine alla faziosità di tali distinzioni: tra gli altri, già i greci Eschilo e Erodoto, con le dovute differenze storico-sociali, avevano marcato l'accento sulle miriadi di sfumature che una così netta separazione poteva indurre.
Quando, dal Cinquecento in poi, la conquista europea dei territori americani condusse allo sterminio di milioni di nativi (se non perpetrato con la violenza, raggiunto tramite la diffusione di malattie mortali per gli indigeni), alla sistematica distruzione delle loro civiltà, e all'assimilazione per lo più forzata dei residui sopravvissuti, i barbari vennero identificati con i selvaggi.
Successivamente, secondo l'evoluzionista ottocentesco L.H. Morgan, quello del selvaggio altro non era che uno stadio dei tre sviluppi della cultura umana, i cui successivi sarebbero stati, per l'appunto, il barbaro ed infine il civile.
Mi piace soffermarmi appena sull'etimologia del termine "selvaggio":  dal latino silvaticus, selvatico, non coltivato, estraneo alla cultura e a tutto ciò che avviene all'interno delle mura della città.
Basterebbe questa definizione per screditare totalmente la visione etnocentrica dell'uomo occidentale ottocentesco: diverse popolazioni considerate da quest'ultimo selvagge vivevano in maestose città, con monumenti che nulla avevano da invidiare a quelli europei. 
Eppure, bisogna andare più a fondo alla questione se si vuole smontare totalmente la visione pregiudizialmente negativa che, in questo preciso istante, milioni di individui continuano ad avere di tutto ciò che non è progredito, sviluppato, moderno. 
In polemica contro le più ciecamente abbagliate tendenze illuministiche del suo tempo, Jean Jacques Rousseau trasse la sua aspra critica della civiltà, causa dei malanni umani, e l'elogio della condizione naturale. 
Dobbiamo a questo punto brevemente addentrarci in quella che viene comunemente definita preistoria, in una delle sue tappe fondamentali: il Neolitico.
Sembrerebbe che tutti gli studiosi moderni siano concordi nell'individuare in questa fase il germinare di quelle che sarebbero state le fondamenta di quasi tutte le società attuali: in primo luogo il graduale abbandono del nomadismo, della caccia e della raccolta, la scoperta della domesticazione e dell'allevamento degli animali, dell'agricoltura. Tali pratiche permisero, nel corso di secoli, di creare un "surplus" alimentare, che a sua volta alimentò l'istituzione di figure non addette al diretto reperimento di sostanze nutritive e all'adempimento di attività vitali, utilitaristiche o animistiche che fossero, e quindi alla stratificazione della società. L'uomo si stava dando un ordinamento piramidale, del tutto sconosciuto nel paleolitico. I paleolitici vivevano dunque nella tanto decantata "età dell'oro", nel giardino dell'Eden i cui frutti erano reperibili senza alcuno sforzo e atrocità? Evidentemente la risposta non può che essere negativa: esisteva la violenza, ma si trattava di una violenza perlopiù individuale, che non è stata affatto debellata dall'istituzione societaria. La guerra, invece, non esisteva affatto, e nella peggiore delle ipotesi si poteva giungere a lotte tra diverse tribù, estremamente rare. Così v'era ovviamente un fattore di disuguaglianza, ma non certo nella misura posta in essere dalle più moderne strutture di potere: le evidenze archeologiche, ad oggi, riportano una generale equità nelle sepolture paleolitiche, non contraddistinte da particolari segni di "leadership" o rango.
Arriviamo ora all'interrogativo cui centinaia di studiosi hanno tentato di dar risposta: perché alcune genti giunsero a tali stravolgimenti e altre no?
Jared Diamond, nel suo saggio "Armi, acciaio e malattie", sostiene che la direzione intrapresa non fu il frutto di una scelta o di una preminenza intellettiva da parte degli eurasiatici, ma null'altro che il risultato di fattori ambientali: nel continente eurasiatico esistevano le migliori condizioni per il raggiungimento del "grande balzo in avanti": clima temperato, molte specie animali e vegetali domesticabili, grande varietà di territori e culture, non separate da limiti naturali difficilmente valicabili. Ecco perché, ad esempio, gli aborigeni australiani, per l'autore non certo meno capaci ed intelligenti di un europeo medio, non arrivarono mai ad intraprendere la via del modernismo e della "tecnica": essi erano tra i popoli più isolati al mondo, in una terra estremamente difficile da abitare e sfruttare, piena d'insidie e circondata dall'oceano. Forse, con l'andare dei secoli, se non dei millenni, anche gli aborigeni, pur senza avere contatto alcuno con gli esploratori, sarebbero giunti alle stesse conclusioni. Così, i nativi americani, i cui avi eurasiatici pervenirono dall'altra parte dell'oceano sfruttando lo stretto di Bering durante l'ultima glaciazione, erano solo in ritardo rispetto alla civiltà europea, quando questa piombò ad impadronirsi della loro terra e delle loro vite.
La tesi di Diamond poggia su alcune evidenze inoppugnabili, vuole essere una critica alla visione razzistica, ma parimenti concede, seppure ingenuamente, la guancia ad un giudizio aprioristico delle popolazioni "selvagge". Il punto cui il saggista non ha prestato attenzione, appare a chi scrive quello nodale: non "perché gli occidentali hanno colonizzato le terre dei papuasi e degli aborigeni, e non viceversa?", ma "perché hanno voluto farlo"? Intendo dire, anche i "Vichinghi", secondo i più recenti accertamenti, giunsero nella Americhe, e ben prima di Colombo, ma non imposero la propria cultura. Forse, mi si obietterà, i Vichinghi non erano in grado di farlo, tanto più che la loro frequentazione delle coste del Nuovo Mondo fu parca e frammentaria. La questione, però, rimane aperta: per quale motivo, tolta un'iniziale curiosità e sete di conoscenza, gli europei decisero di divenire i padroni del Nuovo Mondo? Le cronache del tempo e lo studio della storia mi lasciano perplesso, dubbioso che questa, più che una necessità ineluttabile, fosse una scelta deliberata.
Non v'è tesi evoluzionistica che possa rispondere a questo dilemma, e si sarebbe tentati di dirla con Hobbes ,"homo homini lupus": dunque ogni uomo sbrana il suo consimile per una supposta superiorità. Eppure non possiamo essere certi di quest'argomentazione, poiché non ne abbiamo la controprova. Gli aborigeni, se solo avessero avuto "armi, acciaio e malattie" avrebbero fatto a noi quello che noi abbiamo fatto a loro? Non lo sapremo mai, evidentemente.
Claude Lèvi Strauss sostiene che "l'uomo del neolitico o della protostoria è l'erede di una lunga tradizione scientifica" ma che lo spirito che lo ispirava era ben diverso da quello dei moderni; aggiunge inoltre "questo paradosso non ammette che una soluzione, cioè l'esistenza di due diverse forme di pensiero scientifico, funzioni certamente non di due fasi diseguali dello sviluppo dello spirito umano, ma di due livelli strategici in cui la natura si lascia aggredire dalla conoscenza scientifica: (...) come se i rapporti necessari  che costituiscono l'oggetto di ogni scienza, neolitica o moderna che sia, fossero raggiungibili attraverso due diverse strade, l'una prossima all'intuizione sensibile, l'altra più discosta.". Sulla scia di Montaigne, con cui avevamo iniziato, e di molti altri sapienti, egli rivaluta dunque immensamente la nozione di "selvaggio", non ponendolo affatto alla soglia di un processo evolutivo, ma individuandone piuttosto un diverso indirizzo di pensiero e quindi di comportamento.
"Nel Neolitico ci sguazziamo amabilmente" ha affermato un intellettuale poco noto ai più, ma che mi ha estremamente interessato negli ultimi mesi: sto parlando di Francesco Saba Sardi. C'è da aspettarsi che Lévi-Strauss non sarebbe stato per nulla in disaccordo circa questa sua esternazione, e probabilmente entrambi sarebbero stati concordi nel deprecare le più innovative forme di etnocentrismo che, spesso inconsapevolmente, continuiamo ad attuare.
Ho tentato di dar voce ad alcune delle maggiori influenze che hanno contribuito a formare quello che è il mio attuale parere riguardo l'ineguaglianza, l'ingiustizia, la ferocia e la cecità di tanta parte della società in cui vivo, e di cui inevitabilmente faccio parte, non esimendomi affatto dall'essere, almeno parzialmente, complice di questa deriva. Ovviamente vi sono degli aspetti positivi che non posso trascurare, ma ognuno di questi aspetti si fonda sullo sfruttamento delle risorse che sono anche, laddove non solo, di qualcun altro. Se io vivessi in Africa tra una tribù di Pigmei raccoglitori e cacciatori, ammesso che ve ne siano ancora, con tutta probabilità non resisterei una settimana, e ciò non perché l'uomo sia intrinsecamente inadatto allo stile di vita adottato da questi ultimi, ma poiché provengo da generazioni e generazioni di individui che da millenni hanno abbandonato quello stile di vita, e mi occorrerebbe altrettanto tempo per riabituarmici. 
Non posso certamente propormi di risolvere le problematiche insite nella nostra società; come avete potuto apprendere, qualora non lo sapeste già, molte menti estremamente più fini, coraggiose ed istruite della mia, hanno inutilmente tentato di individuare la matrice di tali problemi, proponendo, alle volte, delle soluzioni altrettanto disattese.
Tornare a vivere come i nostri progenitori non si può e, d'altronde, ad oggi, chi lo vorrebbe e soprattutto chi potrebbe permettersi di farlo?
Il mio unico ed, evidentemente, ingenuo auspicio è  il seguente: fare un passo indietro e due di lato, non per distruggere ma per costruire qualcosa di nuovo e diverso, guardando alle cose con una prospettiva differente, donando nuova linfa ai rapporti sociali, diminuendo gli oneri e favorendo altresì il calare dei bisogni, redistribuendo più equamente le risorse. Non certo puntando alla dissoluzione di ogni diseguaglianza, che non ritengo  ulteriormente necessario confermare quale utopia, ma riducendo il divario tra uomo e uomo, rispettando ogni forma d'esistenza,  e tornando a vivere a più stretto contatto con la natura, cui non siamo contrapposti, e che in effetti non esiste come corpo estraneo, perché noi altro non siamo che natura.
Ma la tecnica (nell'accezione heideggeriana) incalza e non è più uno strumento, bensì il soggetto. Mi si rida pure in faccia quando sostengo che siamo divenuti periferia di un sistema il cui centro induce alla disgregazione della reciprocità, e che non ha morale, né senso, né mai lo ha avuto. Abbiamo traslato il cardine del nostro vivere dall'attenzione per la condizione dell'individuo, esponente della natura prima e delle comunità poi, all'incondizionata rilevanza assunta dallo strumento non per l'individuo, ma al di sopra di esso: la clava è divenuta più importante di colui che la utilizzava. E così, prostratici alla tecnica, al dio Danaro e al loro principale frutto, lo sfruttamento o l'annientamento dell'"altro", chiunque egli sia e dovunque si trovi, rischiamo di annullare persino noi stessi. 
Comparse di una vita che non è più la nostra, rifocillati dal calice dell'ambizione, del successo, dell'indifferenza, della vacuità del resto. Quando ci renderemo conto che non v'è più nulla da celebrare in questa messa, se non ripensiamo, ma che dico, se non reimmaginiamo la nostra stessa esistenza?
Nietzsche aveva intuito tutto, ma si era espresso male, o forse aveva peccato d'ottimismo: che si abbia o meno fede, non Dio, ma l'uomo è morto! Asfissiato, agognante, dal suo corpo ormai inerme ancora si leva un tiepido calore, un battito altalenante che non vuol soccombere: un grido o un richiamo sembra di sentire, "vita!"
V'è qualcuno disposto ad ascoltare?

mercoledì 20 febbraio 2019

Dietro gli occhiali da sole

La professoressa di filosofia era una signora piuttosto originale. Portava sempre un lungo piumino marrone, era alta e aveva spalle larghe, capelli tiniti di nero corvino con la ricrescita che s'affacciava furbescamente dall'attaccatura sulla fronte. A lei non doveva interessare poi molto.
Il viso risultava ancor più avvolto dal mistero, celato com'era da un paio di grosse lenti scure, occhiali da sole a goccia con la montatura tipica degli anni 70'.
Dietro quei vetri appannati dall'incuria e dall'alito caldo che emetteva di tanto in tanto, si nascondevano un paio di occhi dolci e tristi. Li vedevamo, molto di rado, quando sollevava le lenti dal naso per guardarci meglio: erano color verde acqua misto a ghiaccio.
Poteva incutere timore, la professoressa, con quel suo aspetto austero ed esotico ad un tempo, ma ogni angoscia si spegneva nel nostro timoroso animo di novelli liceali, ogni qual volta cominciava a parlare: aveva un tono affabile quanto sembrava coriaceo l'involucro che lo conteneva.
Non ho molti ricordi di quella donna, né di ciò che tentò di insegnarci. In quel periodo la mia passione per la filosofia era ancora ampiamente sopita, e le sue lezioni non mi sembravano molto più interessanti di quelle di chimica, fisica o matematica.
Però non dimentico i suoi occhi, la sua voce buona, e tutta quella roba che aveva addosso. E una domanda, che un giorno, quasi sommessamente, ci pose: "ragazzi voi siete ottimisti o pessimisti?"
Né l'uno né l'altro, mi venne da rispondere democristianamente.
Pessimista, in realtà, lo sono sempre stato, anche a discapito dei miei sedici anni. Ma amo tante cose della vita, e tante cose amo degli uomini, quasi quante ne disprezzo.
Soprattutto so, perché con alcune di queste ho la fortuna di condividere la quotidianità, che esistono rare gemme di luce, così luminose che rischiarano molto di ciò che le circonda.
E, anche se spesso non sapevo dove trovarla né come utilizzarla, ho sempre sentito che anche dentro di me, da qualche parte, doveva esserci quella stessa luce, più giallastra e fioca, ma resistente, assetata, implacabile.
Pessimista sì, rassegnato no.
Un po' mite e un po' forte, come la nostra singolare insegnante di filosofia.


sabato 9 febbraio 2019

Diario di viaggio: San Polo e la chiesetta smarrita


Io, Chiara e Vincenzo, il suo papà, siamo amanti della natura e delle lunghe passeggiate. Insieme ne abbiamo intraprese diverse, alcune anche particolarmente impegnative, e quasi tutte culminate sul crinale di uno dei tanti monti molisani.
Ieri pomeriggio, per sfuggire al torpore delle grigie giornate invernali e alla claustrofobia delle nostre case, che durante questo periodo sembrano inspessire i propri muri nel tentativo di abbracciarci, con l'annessa sensazione di soffocamento che talvolta ne diviene, abbiamo deciso di fare una passeggiata naturalistica a San Polo Matese.
Il borgo di San Polo è estremamente vicino al nostro capoluogo, e dopo aver superato poche curve a gomito, ci si ritrova ai suoi piedi. Con le sue quattrocento anime e poco più, il paesino si presenta quasi disabitato al visitatore, ma non per questo privo di fascino: il centro storico si arrocca sulla parte apicale dell'abitato, dal quale spicca una piccola chiesetta più volte rimaneggiata. Caratteristica del borgo e delle rocce circostanti sono i reperti fossili che vi si incontrano, con impronte di conchiglie e altri esseri abissali, ombre di un mondo passato che si è ritirato da queste terre.
Appena giunti nella piccola piazzetta con annesso fontanino, Vincenzo, grazie alle sue peculiari doti oratoriali, nonché alla sua naturale socievolezza, attacca bottone con due simpatici anziani del posto, i quali ci indicano la strada per raggiungere la chiesetta di S. Maria (spero di ricordare bene il nome), meta del nostro viaggio.
"Saranno poco più di quattro chilometri. Sempre dritto, non potete sbagliare".
Quattro chilometri sembrano pochi alle orecchie di un atleta da tapis roulant, ma Vincenzo, dall'alto della sua lunga esperienza di camminatore montano, ci mette in guardia: "Forse ci conviene guadagnare un po' di terreno in macchina, visto l'orario e il dislivello del tragitto che ci attende".
Ma io e Chiara siamo stati temprati dai venti chilometri percorsi tra le brulle montagne intorno a Campitello, con oltre mille metri di dislivello. Dissentiamo, siamo convinti che ce la faremo senza grossi inciampi.
Iniziamo a salire di buon passo: ad ogni metro l'aria si fa più fine, gli alberi sembrano i guardiani del tempo, i prati, le pozzanghere, il silenzio sospingono i nostri sforzi. Il silenzio rotto puntualmente dal nostro amabile chiacchierare, dalla simpatia contagiosa di Vincenzo, dalla Grazia di Chiara.
Siamo in cammino da oltre un'ora e mezza, e della chiesetta nemmeno l'ombra. Cominciamo a dubitare di aver intrapreso la giusta strada.
Il sole, già fiaccato dalle velate ma consistenti nubi, s'abbassa insaziabilmente all'orizzonte. Ci fermiamo su una delle panchine che un signore del posto ha amorevolmente intarsiato di aforismi sulla bellezza e sul rispetto della natura. Dividiamo a spicchi una non troppo saporita arancia, e decidiamo di proseguire ancora per un po'. I panorami mozzano quel poco di fiato che rimane dopo ogni sospiro, la chiazze di neve congelata cominciano ad accompagnarci e ci ricordano che siamo in pieno inverno anche se la giornata è calma ed asciutta.
Dopo aver superato le miniere di manganese, ci addentriamo in un fitto boschetto tutto marrone, ma il giorno si fa sempre più breve, il sole impietoso è sparito dietro il profilo del monte, e la paura di aver sbagliato direzione ci consiglia di tornare sui nostri passi e ridiscendere al paese. Per di più Vincenzo, scherzando, dice a Chiara che da un momento all'altro potrebbe comparire un branco di lupi. E lei, che agli scherzi crede bene fino ad un certo punto, non se lo fa ripetere.
Arriviamo a San Polo quando è ormai buio. Siamo felici, nonostante tutto: abbiamo camminato tanto, respirato aria buona, riempito gli occhi di natura per lo più incontaminata, le orecchie di silenzio e parole buone.
Sostiamo ancora un attimo al piccolo baretto dirimpetto alla piazza prima di ripartire. Una mezza birra noi, un biscotto al cioccolato lei, e la compagnia dell'affabile proprietario del locale, un giovanotto ben piazzato e alto il mio doppio, con gli occhi scuri e aperti al dialogo, al quale facciamo vedere la foto del boschetto dove abbiamo deciso di rigirarci. Ci svela che a poche centinaia di metri avremmo trovato la fantomatica chiesa, non più grande di una cappelletta privata ma assai cara agli abitanti del luogo, che ne venerano la Santa e la raggiungono a piedi ogni cinque d'Agosto.
Più di tutto rimpiangiamo di non esserci potuti abbeverare all'attigua fonte; ma poco importa, sarà l'occasione per tornare.
Per questa sera rincasiamo più sereni, più stanchi, più affamati. Più appagati. 

mercoledì 6 febbraio 2019

Mi scrivo

Stavo pensando ad una di quelle fulgide definizioni, quelle massime concise e ficcanti, estremamente rivelatrici nel loro pur apparente ermetismo. Aforismi, li chiamano.
Avrei detto allora, e senza temere di allontanarmi troppo dalla mia realtà, che scrivo per riconoscermi, ancor prima che per esser riconosciuto.
Eppure avrei detto solo una parte della verità, e questo mi spinge a tentare una risposta più esaustiva.
Scrivo per necessità, prima d'ogni altra cosa. La necessità di un atto che trovo naturale, non per l'ingenua pretesa di schiudere un'ispirazione velleitariamente artistica, ma per il rasserenamento che m'induce tale gesto. Quindi scrivo anche perché mi piace, certo.  Perché voglio esprimermi, e mi sento assai più a mio agio facendolo riempiendo un foglio bianco, materiale o virtuale che sia, con tanti piccoli segni neri coi quali cerco di disegnarmi nel mondo che mi immerge e di cui sono immerso, tratteggiando i contorni non come li vedo ma come li sento, piuttosto che parlando. Quando parlo mi manca il gesto e il contatto, sfuggono le parole, non riesco ad accalappiarle quanto vorrei.
Insomma, se ho paura di non essere un bravo scrittore, di certo mi sento spesso goffo come oratore.
Si dice che si scriva per colmare un vuoto. C'è chi al suo vuoto dà un nome: Dio, turbamento, verità. 
Si crea per colmare un vuoto. 
La scrittura è creazione, invenzione, sebbene sempre più sfoci nella ripetizione. Ripetizione di contenuti, e soprattutto di forme: le regole grammaticali ne tracciano lo scheletro, la logico-discorsività ne rappresenta la linfa. Ciò che dico deve essere comprensibile, sistematico, consequenziale. Sono le fondamenta del nostro sistema culturale.
Un po' come gli astrattisti nelle arti figurative, ad un certo punto alcuni scrittori hanno criticato questa metodologia.
A loro attiene il merito di avermi fatto riflettere su scelte che mi parevano ovvie, scontate. Voglio dire, come si può pretendere di esprimersi senza lasciarsi capire, senza usufruire delle coordinate che ci permettono di decifrare razionalmente, un pensiero, un sentimento? Eppure si può. Di più, si deve.
La poesia è la massima esponente di quest’esternazione astratta. Ma non voglio perdermi, in questa occasione, tra i meandri della trattatistica, che tanto non servirebbe comunque a spiegare e annullerebbe quel che ho poc’anzi affermato.
È mia unica intenzione porre risalto alle diverse sfumature della scrittura, al suo non lasciarsi incatenare da leggi prestabilite.
Perché scrivere è anzitutto un gioco, un gioco che non risponde a regole poiché esula dalla competitività, dalla voglia o necessità di arrivare primi; bensì un’attività ludica che basta a se stessa, il cui unico scopo è il divertimento. Troppo poco? No, molto più di quanto vogliamo ammettere.
Quando il gioco si trasforma in competizione ecco che arriva la letteratura, la peggior nemica della scrittura. Essa detta regole, stabilisce dogmi, avvia stupide tenzoni, in cui ciò che conta non è più la presunta autenticità di quel che si dice, ma la posa, il riscontro di pubblico ad ogni costo, il punto di vista del lettore e non più quello dello scrivente.
Sebbene abbandonare la rilevanza concessa al punto di vista del lettore appaia oggi poco più che un’utopia, ritengo che lo scrittore che ne tenga conto più del dovuto, ossia vi si prostri cedendo incondizionatamente pezzi di autenticità, si  faccia violenza nel cercare l’empatia di chi legge. L’empatia non si chiede, non si cerca né si ottiene: si dà e si riceve. Oppure non esiste.
Con ciò vorrei solo esprimere una speranza, che spendo in primis per me stesso, ovvero l’auspicio che si smetta di scrivere pensando soprattutto al riscontro che ne potrebbe conseguire, e si torni, o meglio, si cominci a scrivere per tradurre ciò che davvero si sente.

In fin dei conti, che s’inizi a giocare, e quindi, a scriversi per davvero.

martedì 29 gennaio 2019

Moda e anti-moda: due concezioni fallaci

Le mode sono dure da aggirare, specialmente per chi, assumendo di possedere una salda identità, tende ad esteriorizzarla sfruttando un determinato indirizzo di gusto corrente, cui propende ad uniformarsi ed infine a lasciarsi assimilare, cedendo incondizionatamente proprio quella supposta "identitas" che sarebbe nell'atto di riaffermare.
Per questo non ho mai amato le mode (pur essendoci inciampato di tanto in tanto), né apprezzo l'atteggiamento di coloro che pur di sfuggire alla gravità accentratrice dello "stile attuale" si oppongono aprioristicamente ad ogni suo contenuto, evitando con accuratezza di valutarne le varie componenti.
Facebook è stato di moda sino a qualche tempo fa, cedendo lentamente il trono (presumibilmente temporaneo) della popolarità "virtuale" a Twitter, ed Instagram in particolar modo.
Oggi i più giovani snobbano Facebook come mezzo datato e adoperato per lo più da individui di una certa età, utilizzandolo solo saltuariamente rispetto al più "figo" fratello minore, Instagram.
Non di meno, Facebook continua ad essere un contenitore colmo di esternazioni d'ogni sorta, dove le riflessioni sentite soccombono ai piedi del superficialismo, dell'arroganza, della tuttologia. Più maturi, insomma, non vuol automaticamente dire più sapienti.
Così capita di collegarsi alla home del celebre social-network e di vedersi risucchiati in un vortice di false notizie, complottismi, gratuite cattiverie, ringhiose critiche a caso, sciorinature di presunte verità universali, e quanto di peggio possa partorire un'intelligenza che si definisca umana. C'è anche dell'altro ovviamente, e io mi auguro di farne parte, ma l'atteggiamento più diffuso, in genere, è di sì fatta levatura.
Spesso valuto se abbandonare questa piattaforma, giacché ad ogni buon conto non mi appartiene, non la sento mia, come la stragrande maggioranza dei "social".
Sono sempre stato critico rispetto a tali strumenti comunicativi, e iscrivendomi non ho cessato di riscontrarvi innumerevoli negatività. Per ora continuo ad usufruirne proprio ambendo a farlo in maniera diversa, praticandoli con moderazione e cercando più di avvalorare quanto dico, che il modo in cui lo faccio. Io stesso mi sono lasciato andare ad alcuni "colpi d'effetto", che talvolta appaiono congeniali alla trasmissione di un certo contenuto, ma che troppo spesso ne annebbiano la forza e la significanza.
Ecco, mi pare che questa sia divenuta un'altra delle tante mode da sradicare, cui non contrapporre però un' "anti-moda", che inevitabilmente diverrebbe moda a sua volta, bensì un approccio più pratico e meno generalizzante.
Penso ad esempio alle ceneri del Dadaismo, prolifico e pervicace movimento culturale soffocato dalle sue stesse istanze dogmaticamente contrappositive.
Pur prendendo le mosse da una condivisibile critica di alcuni principi culturali considerati limitanti, laddove non falsi, dando inoltre origine ad opere d'arte e problematiche che risultano ancora oggi palpabili, taluni dadaisti finirono per esprimersi solo per contrapposizione, svilendo la rilevanza di una proposta alternativa. Questa, senza offesa per gli illustri esponenti della sopracitata tendenza, è una questione aperta, alla quale rispondono magnificamente le fanfare di coloro che, non avendo né un'acuta percezione delle cose né la statura di formulare un'idea, finiscono per lagnarsi indistintamente di tutto, lasciandosene divorare.
Negando ogni cosa, si finisce per negare se stessi.




giovedì 24 gennaio 2019

Una via d'uscita

Ho cercato le risposte alle mie domande nelle pagine dei libri, nei consigli dei più saggi, tra le pieghe dell'esperienza diretta.
Non m'inganno di potermi astrarre totalmente dalle teorie filosofiche, teologiche, scientifiche,  ma è mio fermo proposito, in quest'occasione come nelle altre, parlare senza filtri e con la spontaneità che contraddistingue la relazione tra me, il mio corpo (mente compresa) e il mondo circostante: cos'è che non va? Perché, voglio dire, anche il più ottuso degli uomini, se in buona fede, si accorgerebbe che più di qualche cosa non funziona come dovrebbe nel nostro mondo.
Potrei rispondere dando adito ad infinite argomentazioni sulle più disparate tematiche del vivere, ma al di là del fatto che migliaia di esperti lo farebbero meglio di me, mi ero ripromesso di essere spontaneo e diretto. Allora parlerò come il "semplice" uomo che sono, tornando alla base dei miei ragionamenti di sempre: in generale credo che manchi la voglia di ascoltarsi e capirsi reciprocamente, nonché il tanto decantato "senso del dovere" che non ha mai sostituito lo spirito di sopravvivenza, prima, e quello di autodeterminazione della propria superiorità sugli altri, poi.
Conseguentemente è assente il senso civico, nulla più che una mera allucinazione in un sì fatto modo d'esistenza: civico, civiltà di cosa? Senza alcun "senso del dovere", dell'ascolto, della comprensione, della condivisione, della comunità, cos'è questo senso civico che ci rimane? Nient'altro che una farsa dietro la quale si nascondono gli ingenui sognatori (come me, fino a poco fa) e i falsi perbenisti.
Una via d'uscita? Una via d'uscita ci vuole, se non altro per continuare a camminare, a combattere. E non deve essere, non è, necessariamente un'utopia, un'entità ultraterrena in cui stipare le speranze di una futura redenzione. Una via d'uscita è il nostro compito qui e adesso, se non come obiettivo pienamente realizzabile, quantomeno come risultato cui tendere costantemente, con la forza di ogni singolo muscolo, movimento, pensiero.
Si rende dunque necessario, vitale oserei dire, tornare ad interrogarsi seriamente su questi temi, praticandoli nelle case e per le vie, insegnandoli nelle scuole, ma non come (troppo spesso avviene) vacuo intercalare con cui sciacquarsi amabilmente il volto, per poi calpestarlo sotto il peso della propria ipocrisia ed indifferenza.
Tutti siamo più o meno ipocriti ed indifferenti, è un fattore che non possiamo annullare. Ma ciò che davvero conta sono i milioni di piccoli passi che compiamo: messi insieme segnano un cammino, e anche se capita di zigzagare, di ripercorrere uno stesso tratto, ciò che alla fine rimane è la strada che abbiamo percorso, e il luogo in cui abbiamo deciso di lasciarci cadere.
Ancor meno bisogna incorrere nell'inciampo, storicamente ampiamente documentato, di trasformare una proposta, anche radicale, di cambiamento in un reazionario ritorno a stilemi e stimmate del passato, per di più elevati all'ennesima potenza.
I nostri più drammatici abbagli sono nati da questo non sempre sincero fraintendimento, ovvero dal confondere la tensione per il cambiamento, la rottura con uno stato contingente per pervenire ad uno nuovo e diverso, con la tensione per il ripiegamento acritico su posizioni reazionarie. Reagire non basta. Bisogna reagire per costruire, non solo per demolire.
Dai grandiosi ideali della rivoluzione francese questo cieco atteggiamento ha ridestato l'incondizionata violenza del terrore e dell'assolutismo; dagli inoppugnabili valori teorici di un certo socialismo lo stesso atteggiamento ha condotto alle aberrazioni del comunismo sovietico e cinese, per non parlare poi dei figli illegitimi di questi enormi stravolgimenti: il fascismo e il nazismo.
Il padre di tutti gli errori che hanno contribuito a suscitare queste immani tragedie storiche (e ve ne sarebbero molte altre da annoverare) è talmente banale ed attuale che si fa fatica ad accettarlo: la mancanza di ascolto, di attenzione, del tentativo di dare risposte, anche negative ma pur sempre risposte. Ascoltare non vuol dire accontentare, ascoltare vuol dire tributare attenzione al proprio interlocutore, riconoscere i suoi problemi, riconoscerlo, interessarsene. Gli intellettuali, gli uomini di governo e di "potere" non possono permettersi il lusso di lasciare inascoltate, di far cadere al suolo senza colpo ferire, le sofferenze di un popolo. Peggio degli indifferenti sono solo gli indifferenti arroganti e ipocriti, e purtroppo nelle pagine della nostra storia se ne contano molti.
Voglio ancora puntualizzare, per non incappare nell'errore di lasciarmi fraintendere. Ascoltare il popolo non equivale ad essere "populisti", realizzando ogni suo desiderio e mandando all'aria tutto il resto: questo è esattamente ciò che succede quando il popolo non lo si ascolta, quando arrivano i Mussolini, gli Stalin, gli Hitler, e chi vuol capire capisca. Ascoltare la gente vuol dire, intanto, impegnarsi seriamente per dare sollievo alle loro piaghe, e anche se questo dovesse richiedere anni o decenni, essere veri, sinceri, realisti. Dopodiché bisogna avere un comportamento consono e rispettoso degli altri: andare a raccontare in giro che tutto va bene, che esistono milioni di nuovi posti di lavoro, che le tasse sono diminuite, che la scuola è rinata, sghignazzando e ridendo a crepapelle, è esattamente il modo migliore di sdoganare la rabbia, l'indignazione, la reazione.
Ma come abbiamo ben visto, non tutte le reazioni sono positive.

lunedì 14 gennaio 2019

Sensibili. Non buonisti

La scorsa vigilia di Natale mi trovavo a casa dei miei zii a Campobasso. Come tutti gli anni, avremmo festeggiato tale ricorrenza riunendo la famiglia, ma in questa occasione si era deciso di anticipare il classico cenone per l'ora di pranzo, permettendo così anche a mia madre, la quale avrebbe dovuto prendere servizio alle 21.00, di parteciparvi con la dovuta calma.
Durante il pomeriggio, a seguito del lauto pasto a base di pietanze di pesce della tradizione (tra queste l'immancabile baccalà), mi ero adagiato sul divano, satollo e assonnato.
Con la puntualità di un orologio svizzero, mia zia mi chiede se voglio accompagnarla a ritirare la sfoglia per le lasagne che preparerà l'indomani. Dopo qualche blanda protesta esteriore, e molte altre, più aspre e durature, interiori, acconsento svogliatamente.
Giungiamo al pastificio in centro, dinanzi al quale mi parcheggio, e decido di accendermi una sigaretta mentre attendo mia zia che si appresta a ritirare il fragrante impasto.
Un ragazzo di colore mi si avvicina chiedendomi qualche spiccio. "È Natale", mi dice. Ci penso un attimo, ricordo che non ho spicci con me, gli chiedo se vuole una sigaretta ma lui mi dice che non fuma. Decide allora di domandare ad un signore sulla sessantina che nel frattempo sta attraversando la strada, ma quello s'innervosisce e non gliele manda a dire: "e che cazzo, pure a Natale!" Mi guarda mentre proferisce queste parole, cercando una sorta di spalleggiamento, ma io, imbarazzato e colto alla sprovvista, mi volto dall'altro lato, senza dargli retta.
Se vivete a Campobasso o nei dintorni vi sarà certamente capitato di incontrare diversi ragazzi di colore all'entrata di alcuni supermercati. Il più delle volte sono persone pacifiche e nemmeno troppo insistenti, che chiedono qualche monetina, talvolta in cambio di un accendino o qualcosa del genere.
Sempre a Campobasso, se, come immagino, occasionalmente vi recate all'ospedale Cardarelli, avrete certo avuto modo di conoscere dei venditori ambulanti perlopiù di origini partenopee. Vendono calze. Alcuni di questi sono tanto simpatici quanto insistenti, e a volte riescono a convincere i miei genitori, persone affabili, a prendere qualche paio di calze, anche quando non sono strettamente necessarie.
Gli stessi venditori li potete trovare nei parcheggi di uno dei centri commerciali più noti della città.
Mi capita, di rado, di recarmi a Roma con il treno. Quando arrivo alla stazione Termini spesso vengo circondato da due o tre individui, in genere donne, presumibilmente di origine slava, che vogliono aiutarmi a fare il biglietto di ritorno con una delle macchinette preposte. In cambio chiedono qualche monetina. Sempre per le strade di Roma incrocio continuamente clochard, presunti o veri invalidi, e qualsiasi caso umano che richieda un contributo economico. Ci sono italiani, bengalesi, francesi, africani, slavi, e di tutto un po'. Alcuni sono di una tremenda insistenza, altri chiedono e poi si allontanano pacificamente.
Tornando all'episodio della scorsa vigilia, voglio fare una considerazione cercando di esulare dal facile moralismo che si presterebbe magnificamente, e in maniera letteraria, a chiosare il mio scritto con una frase del tipo "ma è Natale, non siamo tutti più buoni?". Ebbene mi è dispiaciuto che quel ragazzo sia stato apostrofato in tal modo dal signore. Mi sono sentito solidale nei suoi confronti, se non altro per i modi burberi utilizzati. Per quanto potessi intuire anche l'inopportunità evidentemente recepita dal brizzolato cittadino, sarebbe bastato dire di no. Quella esasperazione me l'attendo da un romano costretto a divincolarsi ogni giorno tra falsi e veri bisognosi, un po' meno da un campobassano che, tutto sommato, risente ancora parzialmente di tali problematiche.
Ma di là da questo, e da tutte le considerazioni possibili di carattere generale, vorrei solo porre l'accento sull'impossibilità di bollare etnicamente la "questione del bisogno".
Prima di suddividerci in popoli e culture diverse, siamo derivati da antenati comuni, e apparteniamo tutti al genere umano.
Umani, dunque.
E "restare Umani", o forse imparare ad esserlo, è l'ardua missione che ci si pone dinanzi.
Ambirei ad avere governanti che nell'affrontare le complesse questioni inerenti l'apparato statale, seppur nell'evidente impossibilità di far tutti felici e contenti, traggano le mosse dal sincero convincimento che non esistono a priori nemici da combattere, ma altri individui come noi da trattare anzitutto in quanto tali.
Ciò non per le impellenze buoniste di un giovane provincialotto che non sa nulla della vita, ma per una semplice questione di buon senso, di conoscenza, di sapienza.
E se non è chiedere troppo (ma evidentemente ad oggi lo è), di un briciolo di sensibilità.

mercoledì 9 gennaio 2019

Leggiamo: tra ragione e sapienza



Fin dagli anni della prima adolescenza ho sempre nutrito una profonda ammirazione verso coloro che leggevano assiduamente libri.
Con gli occhi di un undicenne cresciuto a pane e televisione, scorgevo in questi individui, e nel loro atto, un appetito di conoscenza che percepivo quasi "magico".
Sono state molte più le volte in cui mi sono deliberatamente spacciato per un accanito lettore (magari per far colpo su qualche ragazzina, o per mostrarmi più saggio di quanto fossi) che quelle in cui lo sia effettivamente stato.
Il mio amore per la lettura sboccia e s'assopisce a intermittenza, e questo è stato particolarmente vero almeno fino a qualche anno fa. Anzi, paradossalmente credo di aver tentato prima di "scrivere seriamente", e solo dopo di leggere con altrettanto impegno.
Sono "figlio" della televisione, dicevo, anche se poi è arrivato il web a spodestarla.
Il mio carattere inquieto m’impedisce di protrarmi troppo a lungo in un'attività che non abbia, almeno apparentemente, un immediato risultato pratico.
Questo (probabilmente un malcelato senso di colpa e insoddisfazione) si è dimostrato un buon antidoto contro l'inoperosità e l'accasciarmi su me stesso.
Così generalmente non riesco a guardare la tv, a collegarmi ad internet per un periodo consistente e in maniera spensierata, se prima non ho fatto almeno qualcosa che ritenga immediatamente utile.
Allo stesso modo prediligo leggere di sera, quando mi pare di aver esaurito il mio minimo apporto alla vita quotidiana della casa e delle persone che mi stanno intorno.
Negli ultimi anni ho perfezionato le mie qualità di lettore, preferendo sempre più spesso perdermi tra le righe di un racconto o di un saggio, piuttosto che tra le immagini di un film, molti dei quali continuo parimenti ad apprezzare come forma espressiva alternativa.
Non sono comunque diventato un lettore eccezionale, come taluni che ho avuto ed ho il piacere di conoscere.
Mi piace prendermi il mio tempo con un libro: leggerlo solo quando mi sento davvero in vena di farlo, tornare indietro di qualche pagina quando qualcosa non mi è chiaro, tenerlo sul comodino pronto all'uso per un po'. Per un certo periodo, la copertina di quel libro si confonde, in qualche misura, con l'immagine della mia vita.
E, nonostante il trascorrere del tempo, continuo ad avvertire qualcosa di "magico", inafferrabile, indefinito in un libro. Sarà lo spazio che corre tra il fissare una parola e la sua interpretazione, oppure quella prorompente facoltà di colmare un brandello vuoto di conoscenza, che a sua volta ne schiude un altro.
Ci vuole un certo periodo per leggere un libro, e talvolta impegno: la sapienza ha bisogno di tempo per lasciare il suo seme, di pazienza, d’intuizione ma anche di studio, dei sensi e, almeno in parte, della "ragione", affinché germini.
La sapienza, però, non è una meta tangibile in cui approdare, piuttosto un percorso lungo e, il più delle volte, travagliato da percorrere: questa considerazione a sua volta non è l’espressione di un imperante relativismo padre di ogni cosa, ma la presa d’atto dell’assoluto carattere umano del sapere inteso come risultato di un processo cognitivo che tenta di racchiudere ogni ambito al suo interno.
Anche gli animali sono in un certo senso sapienti, ovvero conoscono, in molti casi meglio degli uomini, le cause e gli effetti del rapporto tra il loro corpo e il mondo circostante. Ad ogni modo non sembra che pretendano di “sapere” tutto e di spiegarlo agli altri, caratteristica tipica degli individui della nostra specie.
Dagli albori della sua storia l’uomo si è opposto al timore del caos, cercando di trovare un senso ad ogni cosa, dandosi una struttura, dei ruoli, delle norme. Questo “sviluppo”, ovviamente imperfetto, è comunque l’espressione più autentica dell’esperienza umana, nel bene e nel male.
Dal basso della mia ignoranza auspico che questo processo diventi sempre più consapevole e inclusivo delle diversità che si manifestano con spirito, anche fortemente critico, ma sempre rispettoso dell’altrui esistenza.

E in questo i libri, con tutte le loro incompiutezze, possono ancora darci una grande mano.