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sabato 6 settembre 2014

Recensione: Colapesce, "Un meraviglioso declino"



Colapesce: “Un meraviglioso declino”




“Restiamo in casa, l’amore è anche fatto di niente”.
Queste poche e semplici parole mi avevano da subito ammaliato quando ascoltai per la prima volta questo lavoro. Ecco, se c’è una parola che può descrivere bene la fatica di Colapesce, è sicuramente “ammaliante”.
La fascinazione ha inizio già dal titolo: Un meraviglioso declino, un ossimoro che ci lascia spiazzati, ma che allo stesso tempo mantiene intatta una sua logicità. Un titolo degno della migliore poesia decadente, decadente come l’atmosfera che aleggia in quest’album, ma che non per questo si strascica in un banale e modaiolo nichilismo.
E cosa dire della copertina?
Una situazione indefinita, un ragazzo che procede balzando su un prato secco verso una sorta di parete ricurva in cemento, e in alto un cielo coperto da nubi bianche.
Lascio a voi ogni tipo di parafrasi di quest’immagine indubbiamente intrigante.
Colapesce partorisce un’opera figlia del suo tempo, della crisi economica imperante, ma anche della crisi di valori, del degrado civile e politico della nostra società. E allora, quelle umili parole (“Restiamo in casa”) esprimono la necessità di aggrapparsi a qualcosa di concreto, di semplice, perché quasi tutto quello che verrà dopo (nel corso dell’ascolto) travolgerà questa necessità di serenità, in maniera delicata e “logorante”, tratti distintivi della musicalità e della voce del cantautore siciliano.
Satellite ha il pregio di dire tutto senza parlare di niente. L’atmosfera è talmente preponderante in questa canzone, che le parole le fanno da semplice contorno, ricoprendo questo ruolo in maniera impeccabile.
No, le parole non sono inutili illazioni buttate lì a fare bella presenza. Sono la voce di sensazioni più profonde espresse attraverso immagini, più che ragionamenti.
Lo stesso discorso vale per Un giorno di festa, che non nasconde però la sua predilezione per temi etici - sociali: “Festini porno e ruggine corrodono palazzi interi/ Brandelli di città, stipiamo l’oro sotto le macerie/ Sembriamo nel Far West, ma non ci sono stelle né speroni, la nostalgia è un vortice”, salvo poi tornare a quelle fascinazioni fortemente sensoriali delle quali vi parlavo prima: “Dividere una sigaretta con te è sempre un piacere.”
In effetti, i testi sono un altro dei punti forti, e allo stesso tempo deboli, di Colapesce, il quale si lascia talvolta andare all’uso (a mio parere) sconsiderato di forme metaforiche difficili da interpretare.
Detto questo, la bellezza di alcuni versi e la loro disarmante semplicità spazzano via ogni disappunto. Ascoltare Le foglie appese, Sottotitoli e S’illumina per credere.
Non male come esordio da solista!
Colapesce (nome tratto da un’antica leggenda siciliana) riesce ad assimilare la lezione cantautoriale italiana senza lasciarsene assorbire, contraddistinguendosi per un’attenzione certosina per i particolari sonori, un’ottima propensione poetica, e un’originalità indiscutibile.
Un album che stupisce per la sua sensibilità e che ha scavato un solco nel mio cuore, e che mi auguro possa ammaliare anche qualcuno dei vostri.

Voto: 8/10

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