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venerdì 12 settembre 2014

Recensione: U2, "Songs of innocence"



U2: “Songs of innocence”


Cos’è una recensione?
Bè una recensione è, o meglio, dovrebbe essere un’analisi critica di un qualche contenuto, nel nostro caso di un disco.
Dunque chi scrive una recensione dovrebbe porsi in un atteggiamento “ascetico” e analitico, e quanto più possibile oggettivo.
Ma non mi stancherò mai di dire che l’oggettività è come una piuma che non si lascia trasportare dal vento delle passioni umane: semplicemente non esiste.
Allora ecco che ciò che a me appare bello e indiscutibilmente rilevante, per qualcun altro può essere trascurabile o addirittura subdolo.
Questo è quello che andavo farneticando tra me e me, quando l’altro giorno ho trovato in rete una recensio del sopra citato album.
Eppure tra l’avere un giudizio fortemente soggettivo, al bollare un lavoro pregiato come insulso o quasi disgustoso, solo per ragioni meramente personali che nulla hanno a che vedere con la musica, c’è una differenza abissale.
Consiglio vivamente al presunto “critico” che ha scritto ciò che ho letto, di cambiare mestiere, e di mettersi a recensire i giornaletti con le istruzioni per il ricamo, sempre che non sia respinto anche dai fautori di quest’arte.
Scindiamo le due cose: da una parte il marketing, l’immagine, tutto quello che c’è intorno ad una band; dall’altra la musica, il cuore dei nostri discorsi. Sì, perché se compiamo l’errore di amalgamare o sovrapporre le due cose, allora non sbandieriamo in cima al nostro discorso la parola recensione, poiché non si può recensire il comportamento di quattro individui, e le loro scelte di mercato. Certo, si possono criticare, ma allora sarà bene non dare un voto al loro lavoro, ma a essi stessi.
Per fare un esempio, sarebbe come giudicare una tela di Van Gogh criticando il suo comportamento.
Acclarato questo equivoco, in cui facilmente i falsi professoroni sanno gettarsi a capofitto, senza giudicare un bel nulla ma esponendo opinioni personali preconcette contro individui che semplicemente non sopportano (cosa che ci può stare, se sapeste quanti soggetti non digerisco io!), possiamo iniziare a parlare di cose serie: la musica.
Io sono un amante di questo gruppo, quindi non sono imparziale, però credo che per dire che quest’album sia spazzatura, bisogna non sentirci troppo bene, o non capire nulla di musica.
Gli U2 di Joshua Tree, di Acthung, di Boy, di War, non ci sono più. Sono stati ricoperti dallo scorrere degli anni, non perché siano diventati troppo vecchi com’è facile asserire, ma perché si sono spente (per loro) le ragioni che li portavano a essere dei cantori senza macchia contro una società piena di errori.
Gli U2 sono ricchi, fanno una bella vita, stanno più spesso in giro per il mondo che a Dublino.
Volete che Bono vi canti Sunday bloody Sunday con lo stesso pathos che ci metteva a ventitré anni?!
Siamo sinceri, nessuno rimane del tutto uguale a se stesso. Le vicissitudini della vita ti portano a cambiare, a guardare il mondo da un’altra prospettiva, magari a subirlo in maniera diversa, credendo però nelle stesse cose di una volta. Puoi non avere più fame, ma il talento non te lo può togliere nessuno. Come dice Walk on “Quello che hai dentro, non possono strappartelo via”.
Questo è Songs of innocence, una sincera dichiarazione degli U2 di oggi che guardano agli U2 di ieri, non come esempi, ma con una punta di nostalgia e maturità.
Come sempre i nostri hanno sbagliato singolo di lancio, perché ok The Miracle (of Joey Ramone) è un pezzo carino, con un bel riff tosto di Edge, una buona melodia, ma in tutta onestà è la canzone più debole del disco.
Ricordare uno dei gruppi punk migliori di sempre non basta.
Every breaking wave credo che sarà il vero singolo. Un ritmo sincopato sul quale s’insinua voluttuosa la voce del frontman, che esplode poi in un radioso ritornello. Si è un pezzo come lo chiamano i miei amici snob “radiofriendly”, ma chi se ne frega??? È bello o no?
Se mi trovate qualcuno che onestamente può dirmi che gli fa pena, butto questa recensione nel fuoco. È un pezzo stupendo. Punto.
Con California (There is no end to love) si va più sui gusti personali; un pop – rock bello tirato, con un giro di basso trascinate e un ritornello che ci ricorda proprio il sole californiano. Le basi del pezzo sono più deboli che nel precedente caso, ma vi dirò, fa salire una certa adrenalina ascoltarlo.
Song for someone è la ballad acustica che il gruppo non ci aveva ancora regalato. Il testo è dedicato da Bono alla moglie. Da brividi.
Un’altra dedica è presente in Iris (Hold me close), questa volta alla madre di Bono, morta quando lui aveva solo quattordici anni. Il suo nome era proprio Iris.
Con un ritmo vagamente dance, e il fraseggio del nostro guitarhero che fa capolino assieme al basso preponderante di Adam, la canzone ha un forte retrogusto vintage, e sarebbe stata benissimo nel celeberrimo “The unforgettable fire”. Uno dei momenti più riusciti del disco, con un testo davvero toccante. (“Ho la tua luce dentro di me, Iris”)
Da qui in poi comincia la parte più sperimentale del lavoro, secondo me la più intrigante.
Si parte con Volcano ed il suo giro di basso a dir poco avvincente, con una carica energetica difficile da trovare negli ultimi album di questo gruppo. Rock allo stato puro.
Raised by wolves è forse in assoluto il pezzo migliore. Parla di un attentato avvenuto vicino casa di Bono quando lui era ancora ragazzino, e ci si sente dentro tutta la tensione emotiva dell’evento.
La musica tiratissima è cadenzata da suoni campionati, con una chitarra funky tagliente che s’incunea pian piano all’interno della composizione, prendendo il sopravvento insieme ad uno dei ritornelli più azzeccati dell’intera produzione “uduiana”.
Cedarwood Road (nome del quartiere di provenienza di Paul) prosegue in questa direzione, senza avere però le potenzialità del precedente pezzo.
Il vero esperimento è quello di Sleep like a baby tonight che sembra venuta fuori dal progetto “The Passengers” con Brian Eno. La strofa è tutta sostenuta da campionamenti simili a quelli dei Kraftwerk, e si apre solo leggermente al suono acustico nel ritornello. Bono sfodera in seconda battuta un falsetto degno di MacPhisto. Il pezzo funziona alla grande, in tutta la sua stranezza.
This is where you can reach me now è un omaggio ai Clash, e avvolge piacevolmente l’ascoltatore con il suo giro tra il reagge e il funky. Nella strofa alla parte ritmica sembra quasi di ascoltare i Franz Ferdinand.
Il disco è chiuso dall’ipnotica The troubles, in cui si può apprezzare quell’atmosfera malinconica tipica delle desolate costiere irlandesi, grazie soprattutto a un arrangiamento pieno di archi e violini, e alla dolcissima voce della cantante svedese Likke Li. Un pezzo magico, davvero. Non ascoltatela prima di andare a dormire, potreste sognare labirinti o qualcosa del genere!
Insomma Songs of Innocence (titolo ispirato dall’omonimo poema di William Blake) non è il miglior disco degli U2, non è il più ispirato, non è il più epico, ma è uno dei meglio realizzati (grazie anche alla produzione di Danger Mouse), e contiene alcune delle canzoni più belle che io abbia mai sentito. È il lavoro migliore che abbiano realizzato da vent’anni a questa parte, ed è un gran disco. E (scusate l’espressione) non ci sono cazzi!

Voto: 7.5/10

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