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mercoledì 23 marzo 2016

Sixto Rodriguez e gli strani casi della vita




Diverso tempo addietro ho avuto il piacere di imbattermi in un bel documentario intitolato "Searching  for sugar man".
Il "docu-film" in questione trattava dell'epopea che due fan sudafricani avevano intrapreso per rintracciare, o almeno conoscere le sorti, di un cantautore americano molto apprezzato nel loro paese d'origine: Sixto Rodriguez.
Quest'ultimo era stato dato per suicida, ma i nostri giovani supporters non si sono persi d'animo, e non solo sono riusciti a scoprire che Sixto era ed è ancora vivo e vegeto, ma hanno avuto modo di svelargli il suo crescente successo in Sud Africa, regalandogli una sorta di seconda vita, parallela a quella di operaio dei sobborghi di Detroit.
Ebbene si, Rodriguez non era affatto a conoscenza della sua celebrità, in quanto in America i suoi fantastici due dischi non avevano venduto più di qualche copia.
Mi sono appassionato a questa storia e a questo personaggio. 
Innanzitutto perché trovo le sue composizioni colme d'ispirazione e di quella malinconia empatica, che solo i grandi artisti possono avere. Ma poi, anche perché Sixto Rodriguez rappresenta una sorta di riscatto per tutti coloro che non ce l'hanno fatta, per tutti coloro che non ce la faranno mai.
Il mondo è pieno di gente capace, di poeti, scrittori, musicisti, artisti in genere che non sono mai stati baciati dal "successo", pur avendoci provato.
Sixto (chiamato così poiché sesto bambino nato dai suoi genitori) sembra non essere molto interessato al successo; è un tipo schivo, oggi ha più di settant'anni e di tanto in tanto tiene qualche concerto in giro per il mondo. Non si è mai atteggiato a star, e ancora oggi, vedendolo, pare di aver difronte il figlio di un immigrato messicano, discendente da qualche nativo americano, che non sa vestirsi bene. 
Proprio questo è il motivo per cui mi piace quest'uomo. Ha fatto della sua arte l'obiettivo di una vita, senza esserne riuscito a cavarne un dollaro, almeno fino a qualche anno fa. Un fallito, direbbe qualche arrivista dei giorni nostri. Il figlio di un "giusto errore", dico io.
A differenza di Rodriguez centinaia di grandi artisti muoiono senza veder riconosciuto il proprio talento. Il talento non è merce, e purtroppo non sempre in molti decidono di "acquistarne" i "prodotti".
Sfrutto questo post per consigliare, a chiunque ne abbia voglia, di cercare il vero talento, che sia dentro o fuori di noi; di riconoscerlo, di apprezzarlo. Di non lasciarlo morire invano. Che poi questo ci permetta di vivere da nababbi, bé è tutta un'altra storia. 
Solitamente tutto ciò che è quantificabile economicamente, ha un valore piuttosto esiguo nella vita dell'uomo.
E poi, chi lo sa, potrebbe capitarvi di fare la bella "fine" di Sixto Rodriguez... 
Intanto, non lasciate che il vostro talento vi scivoli tra le dita.


sabato 19 marzo 2016

17 Aprile 2016: Perché voterò sì al referendum, per dire no alle trivelle

Come non troppi di voi sapranno, a causa del (sino ad ora) quasi totale silenzio al riguardo da parte dei mass media, il prossimo 17 d'Aprile saremo chiamati ad esprimerci sul seguente quesito referendario: "Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c'è ancora gas o petrolio?" 
Ebbene, cercherò di spiegarvi le ragioni per cui ritengo sia importante partecipare a questo voto, e le motivazioni per le quali io voterò sì, e mi auguro che la maggior parte degli italiani la pensino come me.
Partiamo dalle motivazioni più strettamente "pratiche" e materiali: "Secondo i calcoli di Legambiente, elaborati su dati del ministero dello Sviluppo economico, le piattaforme soggette a referendum coprono meno dell'1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas. Se le riserve marine di petrolio venissero usate per coprire l'intero fabbisogno nazionale, durerebbero meno di due mesi." Punto uno.
Punto due: Avremo ancora bisogno, e per bisogno intendo una stretta necessità, di estrarre petrolio (tralasciando il gas per cui vale un discorso diverso) nei prossimi trenta, cinquant'anni?
A mio parere no. Gran parte delle auto che si stanno immettendo già da oggi sul mercato, sono dotate di sistema ibrido; un'altra bella fetta gode di propulsione tramite metano o Gpl; nei prossimi anni questa tendenza andrà sempre più crescendo, e le auto a benzina o gasolio verranno pian piano accantonate. Deve essere così, perché se non fosse così si rivelerebbero ridicole tutte quelle chiacchiere che in primis i nostri politici decantano sulla necessità di abbassare il livello d'inquinamento delle nostre città; non avrebbe senso far fermare le auto nei maggiori centri urbani per due giorni, per poi progettare future estrazioni petrolifere volte ad aumentare ancora questo insostenibile inquinamento nel quale versiamo. Non avrebbe, e non ha alcun senso continuare a sfruttare i nostri mari più per estrarne petrolio e gas, che per valorizzarne le ingenti potenzialità turistiche e naturali. Ci lamentiamo dei tumori, dello smog, delle polveri ultra fini, e poi abbiamo paura di dire no al proseguimento indiscriminato di questo falso progresso? il progresso è un altro, soprattutto in campo energetico. Sono ormai vent'anni che santifichiamo le energie rinnovabili, e invece di incentivare la ricerca in tal senso, il nostro governo che fa? Finanzia le multinazionali dell'energia che speculano sulle risorse e sulla bellezza dei nostri mari, per riempirsi le tasche, e riempirci di veleni.
La mia auto va a benzina, e la uso abbastanza, soprattutto per andare a Campobasso. Ma cerco ,quando posso, di non prenderla, e spero che un domani potrò cambiarla con un mezzo che sia alimentato da una fonte energetica più pulita; troppo spesso, anche per fare venti metri, ci  spostiamo con la macchina, e la cosa dovrebbe allarmarci. Siamo fatti per camminare, e non so voi, ma io quando cammino a piedi mi sento anche molto meglio.
Si perderanno posti di lavoro votando sì e dicendo no a nuove trivellazioni? Assolutamente no! Di posti di lavoro da creare in Italia ce ne sarebbero così tanti che non basterebbero milioni di trivelle per pareggiare il loro numero. Nostro malgrado è sempre la scelta più facile, e più conveniente per loro, che i nostri politici amano prendere. La strada più semplice, più veloce, più conveniente al momento. Ma a che prezzo? Al prezzo di pagarne lo scotto tra dieci, venti o trent'anni, così come stiamo pagando ora a causa di scelte errate fatte in passato. Almeno, cinquant'anni fa non c'era ancora la consapevolezza che le loro scelte (quelle di alcuni politici) ci avrebbero fatti ammalare tutti, e avrebbero messo in ginocchio le nostre città, le nostre campagne, le nostre vite. 
Oggi , invece, Renzi lo sa, i suoi amici lo sanno. Ma a loro infondo non importa. A loro importa solo dare il contentino a ognuno, e scontentare tutti.
Per quanto mi riguarda, non ho bisogno di alcun contentino. L'unico bisogno che sento è quello di coerenza, un valore che dalle nostre parti non è mai stato considerato. La coerenza per cui si cerchi di fare il bene del proprio paese e dei suoi abitanti, guardando non solo al presente ma anche al futuro.
Allora non commettiamo anche noi il grave errore di fare la scelta più semplice e scontata. 
Tutti sappiamo che per ottenere dei grandi risultati bisogna impegnarsi a fondo, e fare anche qualche sacrificio. 
Non ci siamo lasciati prendere in giro quando volevano il nucleare in Italia, e l'acqua di proprietà esclusiva di qualche oscuro padrone, che traesse le sorti delle nostre vite.
Non lasciamo che ci prendano in giro neanche questa volta. 
Il 17 Aprile prossimo alziamoci dai nostri divani e andiamo a votare sì a questo referendum, per il bene della nostra aria, della nostra terra, del nostro futuro, e del futuro dei nostri figli.

giovedì 3 marzo 2016

L'amore è anche rinuncia

Vogliamo sempre più di ciò che abbiamo. Siamo infelici, insoddisfatti. Ci arroghiamo diritti che per natura non ci appartengono, e dimentichiamo di batterci per quelli che dovremmo avere.
Siamo ingordi, avidi, incontentabili. Siamo irrispettosi di chi, e di quello che ci circonda.
Pensiamo di avere il controllo assoluto sulle nostre vite, quando tutt'al più possiamo sentirci complici di un destino che dipende solo parzialmente dalla nostra volontà.
Siamo arroganti, oltre che falsi e opportunisti.
Ci sentiamo in dovere di giudicare qualunque cosa, senza mai giudicare noi stessi.
Spesso siamo avidi, menefreghisti, intolleranti, insensibili.
Siamo umani.
Non siamo perfetti e non lo saremo mai, ma cerchiamo almeno di seguire con maggiore interesse ciò che la Natura ci insegna.
La Natura non è vittima né assassina, la Natura non si cura di noi; noi siamo solo parte di un cosmo immenso che corre parallelo alle nostre vite, inglobandole.
Rispettare le nostre esistenze non può che voler dire rispettare ciò che ci circonda. Smettiamola di pensare che tutto sia funzionale al nostro volere!
Chiunque abbia davvero amato, almeno una volta nella vita, sa bene una cosa: l'amore è anche rinuncia.
Amiamo condividendo, sorridendo e soffrendo assieme, nell'espletazione piena di tutte le nostre sacro-sante libertà, e di tutti i nostri diritti.
Ma, per favore, smettiamo di bramare ciò che non possiamo in alcun modo avere, se non prevaricando la nostra stessa Natura.
Ci sono alcune cose che non possiamo, e forse non dobbiamo cambiare.
L'amore è anche rinuncia, la vita è anche rinuncia ed accettazione.
Accettiamo questo dato di fatto, dando valore a ciò che invece abbiamo, ed è nostro diritto avere.

lunedì 22 febbraio 2016

Gambatesa e Vipera: due facce della stessa medaglia?

Premessa: Gambatesa, le origini di un popolo e del suo territorio
Una località di nome "Gambatesa" appare nelle fonti storiche solo dalla seconda metà del XII secolo. La vita del nostro paese è dunque così, relativamente, breve?
Si sa che la storia è colma di sfumature, e affermare che non esistesse nessun nucleo abitato nei pressi dell'attuale centro urbano, sarebbe quanto meno affrettato e superficiale.
Ma partiamo dalle testimonianze "materiali": che si giri in un lungo ed in largo il nostro paese, che lo si indaghi da ogni punto di vista, è impossibile non notare quanto la sua sia una conformazione strutturale e geografica prettamente medievale. Per di più non sono presenti, all'interno del centro abitato, aree archeologiche antiche, né reperti d'epoca romana o sannita, nemmeno nei materiali di riporto con cui poi furono costruiti il castello e tutti gli edifici più antichi.
Abbiamo però, credo approssimativamente a 4-5 km dal centro urbano di Gambatesa e precisamente in Contrada Piana delle Noci, i resti di una necropoli romana, purtroppo ancora nascosta dalla terra.
Abbiamo inoltre un ulteriore indizio che ci porterebbe a dedurre che il nostro territorio sia stato abitato e frequentato sin dai tempi più remoti: il tratturo Lucera- Castel di Sangro, uno dei tratturi più importanti nella pastorizia, ma anche crocevia, punto cardine e di passaggio tra i territori montuosi abruzzesi e le floride pianure della Puglia. E voi saprete meglio di me dell'importanza che questo tragitto ha ricoperto nel corso della storia, ancor prima della venuta dei romani. E sebbene non possiamo essere certi che il tratturo abbia continuato ad essere praticato e praticabile, almeno durante la prima parte del medioevo, appare quanto mai improbabile che un percorso che sia arrivato con tutta la sua fama sino ai giorni nostri, fosse stato del tutto ignorato e lasciato in disuso dai nostri avi nel medioevo.
Da questo momento in poi c'addentreremo nel campo delle ipotesi, ma badate bene che si tratta di ipotesi suffragate da varie fonti e soprattutto dalla logicità delle loro motivazioni.

Vipera e Gambatesa


Dicevamo che dalle fonti non abbiamo notizia di Gambatesa prima della seconda metà del XII secolo.
Abbiamo però vari riferimenti, precedenti al periodo sopra citato, ad un abitato di nome Vipera, più precisamente "Guiperanum".
Ebbene cosa centra Vipera con Gambatesa, vi chiederete. Si dà il caso, e chiunque sia nativo del nostro borgo lo sa bene, che proprio difronte al nostro paesino si erga una collinetta dalla forma peculiare, da tutti chiamata "Toppo della Vipera".
Vi sembrerà che io stia forzando i termini della questione, in quanto una semplice omonimia non può bastare per dimostrare alcunché. E in effetti avreste ragione, se solo non ci fossero alcuni punti interessanti, che vi vado ad elencare.
Nelle fonti scritte la nostra Vipera è sempre citata senza Gambatesa, e cronologicamente prima di essa. Meno un caso: in questo specifico caso, riportato da Francesco Rossi prima, da Franco Valente (grazie al quale ne sono venuto a conoscenza) poi,  in un  appunto ripreso dai "distrutti Registri angioini" si legge che nel 1330 Margherita di Gambatesa, moglie di Riccardo Caracciolo e figlia di Riccardo di Gambatesa, possedeva il "castrum" di Gambatesa e tra gli altri quello di "Tofarie et Vipere".
Appare singolare che l'unica volta in cui Gambatesa e Vipera sono citate contemporaneamente, esse siano in qualche modo strettamente correlate tra loro, vuoi per una vicinanza territoriale, vuoi per i feudatari che ne traevano le sorti.
Il buon Franco Valente, che a differenza mia ha fatto una vera e propria ricerca storica e ha già discusso di queste tematiche nel suo volume dedicato al castello, si è recato al nostro "Toppo della Vipera", spinto dalla possibilità di rinvenirvi i resti dell'antica Guiperanum, è ne è tornato vedendo i suoi dubbi "aggravati dopo un'attenta ispezione dei luoghi...." infatti "con esclusione dell'impianto di una piccola cisterna-serbatoio, non sono stato capace di trovare una benché minima traccia di una muratura di qualunque tipo". 
Valente continua affermando che sebbene l'ultima volta in cui Vipera sia stata menzionata risalga a settecento anni fa, appare strano che non vi sia alcuna sua traccia. 
Dunque Vipera doveva trovarsi in un altro luogo, oppure... oppure potrebbe  aver rappresentato un primitivo nucleo abitato dell'odierna Gambatesa, in epoca longobarda chiamata Guiperanum, e da cui ha preso nome il vicino "Toppo". Questo è possibile, ma ad oggi non è dimostrabile, e a me non pare del tutto logicamente accettabile, almeno in questi termini.
Ma se proviamo ad immaginare che i primi abitanti dell'odierna Gambatesa provenissero da un altro luogo ad essa attiguo, magari chiamato Vipera, e che si fossero spostati, vuoi per motivazioni geo-politiche, alimentari, climatiche, per danni provocati da terremoti o frane, verso l'altura che oggi ospita il nostro villaggio, allora tutto appare più plausibile.
Torniamo per un attimo al Toppo della Vipera. Se è pur vero che non è stato rinvenuto alcun reperto in zona, è altrettanto vero che la ricerca si è soffermata solo sul colle specifico, e non è andata oltre, nelle zone adiacenti. Dietro il suddetto colle esiste una necropoli romana, che non disterà più di un paio di km dallo stesso. Che la zona sia stata abitata anche successivamente? Potrebbe essere.
Ma indaghiamo più affondo questo Toponimo: perché Vipera?
Il culto della vipera e, più precisamente, quello della Vipera Anfisbena, mitico serpente dotato di due teste, era largamente diffuso tra i longobardi, e specie nel territorio giuridico beneventano, di cui all'epoca il nostro Fortore faceva parte. Come non supporre dunque che tale nome sia strettamente legato al periodo di frequentazione longobarda? 
Degli insediamenti longobardi, seppur minimi, dovevano essere presenti in quella zona, tanto più che nelle sue vicinanze fu poi costruita la chiesetta oggi intitolata alla "Madonna della Vittoria". Ci siamo mai chiesti come mai quella chiesa si trova proprio lì, in un luogo evidentemente diverso e relativamente distante dall'attuale centro abitato? Se teniamo presente che San Barbato, fece di tutto per sopprimere il culto idolatro della vipera, possiamo immaginare che la chiesetta della Madonna della Vittoria sia stata posta in quel luogo proprio come "rimedio" alle credenze, che visto il nome del colle, dovevano lì essere fortemente radicate. Non è da escludere che l'edificio potesse essere in un primo momento collegato proprio al culto della vipera, prima di esserne "liberato" e ristrutturato dall'ortodossia della fede cristiana. Ma se c'era una religione, doveva anche esserci qualcuno che la praticava o che comunque ne seguiva i precetti. 
Ecco che torna calda l'idea che una Vipera esistesse, e che fosse nei pressi dell'attuale Gambatesa. E che forse gli abitanti di questo antico borgo furono i primi ad insediarsi sull'altura su cui oggi sorge il nostro bel paese. 
Tutto quello che ho detto non è dimostrabile, ma di certo è ragionevole e in un certo senso intrigante.
Ad ogni modo, ai posteri l'ardua sentenza!

giovedì 18 febbraio 2016

Festival di Sanremo 2016: Cosa resterà?

Torniamo a discutere di qualcosa di più leggero.
Anche se amo altri generi e contesti musicali, è mia abitudine seguire il Festival di Sanremo, non fosse altro che è l'unico momento in cui la televisione statale si concentra principalmente sulla musica dal vivo. Al riguardo, tra l'altro, non posso che consigliare a chiunque abbia problemi a prendere sonno e sia amante della buona musica, di sintonizzarsi su su Rai 5 verso la mezzanotte. Qui spesso a quell'ora mandano in onda documentari e concerti di artisti che hanno fatto la storia della musica, e che, con tutto il rispetto, hanno poco da spartire con gli artisti dei giorni nostri, che si recano a Sanremo.
Ma bando alle ciance, e basta fare i criticoni. Cercherò di parlare di quest'ultimo Sanremo esulando, per quanto possibile, dai miei gusti personali, che sono evidentemente molto distanti da quelli proposti dalla Kermesse in questione.
Partiamo però dalla conduzione: quattro persone che si occupano di questo aspetto sono palesemente troppe, soprattutto se due di queste risultano quantomeno irrilevanti nel loro apporto dato al programma. Ovviamente sto parlando di Madalina  Ghenea e Gabriel Garko. Due bellissimi ragazzi, per carità (specialmente la Ghenea), ma noi pubblico avremmo fatto volentieri a meno di vedere queste comparse, spesso (soprattutto nel caso di Garko) impacciate e fuori luogo; e altrettanto bene avrebbe fatto la loro assenza alle casse della Rai, e conseguentemente alle nostre. Soldi buttati, diciamocelo.
Bene invece Carlo Conti e Virginia Raffaele. Il primo ha saputo, come sempre, mantenere un bel ritmo, nonché un naturalissimo e piacevole aplomb, che ne fanno ad oggi il miglior conduttore italiano. Magari un conduttore un po' "piatto", ma forse il ruolo di chi conduce questo tipo di manifestazioni è proprio quello di essere presente ma non "invadente". Infondo si sta pur sempre parlando di una gara tra canzoni, tra artisti, quindi è bene che il conduttore sia funzionale a questo fine, e non viceversa.
Per quanto riguarda la Raffaele, lei è probabilmente stata il vero "pepe", la mossa televisiva azzeccata di questo Sanremo. Memorabile la sua parodia della Fracci, un po' meno quella della Versace e delle altre messe in scena. Ad ogni modo un "brava" se lo merita tutto, tralasciando ovviamente i cachet ancora esorbitanti e vergognosi che percepiscono i conduttori e gli ospiti.
Passiamo proprio agli ospiti allora: tra i grandi nomi è da segnalare solo quello di Elton John, con la sua buona esibizione. E poi, ovviamente, il magico intervento di Ezio Bosso, con parole d'amore per la musica e grandi insegnamenti di vita, sui quali non ritorno poiché se n'è ampiamente parlato.
"Sciapite" le altre ospitate, soprattutto non riesco a capire perché continuino ostinatamente ad invitare attori che non hanno nulla da dire, regalandogli altri soldi, oltre a tutti quelli che già hanno, per venti minuti di chiacchierata insulsa.
Infine, passiamo alle canzoni: non me n'è piaciuta nemmeno una, ma come ho già detto, devo sgombrare la mente da quello che ascolto di solito e cercare di giudicare in maniera oggettiva.
Allora benino i rapper, Rocco Hunt e soprattutto Clementino, che hanno riproposto tematiche sociali ritrite, un po' banalizzate, ma che sembrano averlo fatto in maniera sincera, con pezzi simpatici. Benino i vincitori Stadio, se non altro perché a differenza di molti altri, hanno alle spalle anni ed anni di concerti e di contatto diretto con il pubblico. E poi anche perché mio padre metteva sempre una loro cassetta in macchina, quand'ero piccolo.
Benino Dolcenera, non per la canzone, come sempre abbastanza odiosa, ma per la sua magnifica voce ed ottima esibizione. Bene Elio e le Storie Tese, che si riconfermano grandi musicisti e riescono anche a farci sorridere.
Non pervenuti tutti gli altri. Onestamente non ce la faccio proprio a parlare bene di canzoni che mi lasciano tanto indifferente.
Simpatico il pezzo di Francesco Gabbani, vincitore tra le nuove proposte, e una menzione particolare per il giovane Ermal Meta, che a mio parere ha presentato quella che rimane la canzone più bella di questo festival. Lasciando per inteso, che non è certo un pezzo che rimarrà negli annali.
Cosa resterà allora di questo Sanremo? Ovviamente nulla, ma faccio comunque i complimenti al lavoro di tutti gliu artisti e musicisti che vi hanno preso parte. Cantare e suonare bene non è mai frutto di un semplice caso.Detto questo Sanremo rimane inscindibilmente legato alla tradizione più classica della musica italiana, quella di Claudio Villa o Modugno per intenderci, quindi ha poco a che vedere con la musica moderna, e soprattutto con la buona musica moderna. Non mancano ovviamente le eccezioni, penso a Rino Gaetano con Gianna, o a Vasco Rossi, e tanti altri che si sono dimostrati al di sopra del "contenitore tradizionalista" di Sanremo. Ma ad oggi non consiglierei a nessun musicista che voglia fare musica "seria" di partecipare al Festival ligure, o quanto meno gli consiglierei di parteciparvi un po' come fece il buon Rino: facendo tutti "fessi e contenti". 

giovedì 11 febbraio 2016

Gli "ingessati" e i "disfattisti militanti".

Non molti giorni addietro ho assistito ad un interessante convegno, nel quale si è parlato, per farla breve, del futuro del nostro territorio e quindi di noi giovani.
Uno dei relatori, per la verità una persona che mi è parsa preparata sul tema e colta, ha però accennato ad una definizione rivolta ad alcuni ragazzi d' oggi, che non mi è piaciuta affatto, se non altro per il modo superficiale in cui è stata proferita: "gli ingessati".
Gli ingessati ,secondo questo signore, sarebbero molti dei miei coetanei (forse anche io), che non riescono o non vogliono porsi in maniera attiva e costruttiva nei confronti della società che li circonda.
Fin qui sono d'accordo, l'appellativo è assolutamente centrato. Perché è vero noi siamo, o quantomeno spesso ci sentiamo, degli ingessati, soprattutto rispetto a chi negli anni ottanta o ancora più addietro aveva la nostra età. Ma ci siamo posti la domanda, qualcuno dei nostri concittadini più in là con l'età, se l'è mai posta la domanda del perché di tutto ciò? Perché siamo così legati, immobili, inetti come lo Zeno del buon Italo Svevo?
Sempre lo stesso signore del convegno sosteneva di non volersi rivolgere a questo tipo di persone.
A parte che escludere a priori degli interlocutori, per di più ragazzi e quindi linfa vitale del nostro divenire, senza nemmeno ascoltare le loro opinioni, o almeno dargli la possibilità di esprimere le proprie presunte ragioni, è di per sé un atto fascista, e mi stupisce che a proferire questa sentenza sia stato uno che si è lasciato tranquillamente definire "compagno". Inoltre il nostro relatore si è dimenticato una fase fondamentale della costruzione di una risposta, e conseguentemente di una proposta: una domanda. Ovvero il nostro non si è chiesto la ragione per cui questi ragazzi, noi ragazzi siamo spesso "ingessati", e ci ha sbattuto in faccia le porte di ogni presa d'iniziativa.
Io credo che se molti di noi si sentono inermi nell'attuale situazione socio-economica-politica, la responsabilità prima debbano prendersela coloro che potrebbero essere i nostri genitori, zii o anche nonni. E no, non è la solita storia dello scarica barile, perché sono convinto che noi abbiamo delle pesanti responsabilità al riguardo, ma non possiamo ignorare il gravoso fardello della pedagogia, della forza dell'esempio, della necessità di un dialogo.
Mio padre da ragazzino partecipava alle manifestazioni, faceva il rappresentante d'Istituto, s'interessava alla propria contemporaneità. Anche io ho fatto queste cose più o meno come lui, ma ci divide un' enorme differenza: dagli anni novanta in poi i giovani hanno perso sempre più quel ruolo di voce sociale che rappresentavano prima, e lo hanno fatto anche e soprattutto perché nessuno dava più loro tanta importanza. Nessuno (o davvero qualcuno) ha dato loro il buon esempio, nessuno si è mai posto il problema che la società sprecona e immorale che stavano costituendo potesse porre le basi per la presunta "immobilità" giovanile in cui versiamo.
Non condivido l'atteggiamento di chi se ne frega del proprio presente, né lo giustifico. Io stesso mi sono scagliato spesso contro queste persone, ma non tanto per demonizzarli, quanto per tentare di risvegliarli, di risvegliarmi, dal torpore che ci circonda.
Pensionamenti a 50 anni, stipendi fissi e liquidazioni abnormi garantite senza dare alcuna garanzia, pensioni di invalidità regalate, parlamentari che hanno preso e continuano a prendere vitalizi  "vita natural durante", avendo lavorato (in molti casi rubato) si e no per una legislatura, consiglieri regionali che continuano a percepire 10.000 euro e rotti al mese mentre un'operaio, un piccolo imprenditore, un agricoltore, un "call-centerista" non arrivano a fine mese, e questi vengono a dirci che siamo degli ingessati??
Non è che prima queste cose non esistessero, ma di certo nel corso degli anni 60' fino ad arrivare ai giorni nostri si sono acuite terribilmente, fino a surclassare lo status di semplice fenomeno "occasionale". Questa ad oggi, e per almeno gli ultimi 40 anni, è stata ed è la normalità.
Allora per poter dire qualcosa che abbia un senso ed un peso, bisogna anche avere degli interlocutori eticamente  presentabili e rappresentativi. E diciamoci la verità, in molti casi (ovviamente questo non vale per tutti, lungi da me generalizzare) chi oggi ha 50 o 60 anni, e magari ha anche avuto la possibilità di legiferare e decidere in qualche modo delle nostre vite, non lo è.
E noi sì, questo è vero, dovremmo incazzarci molto di più, e costruire un' alternativa a questa deriva. E qui mi assumo tutta la mia, la nostra responsabilità.
Ah dimenticavo... sono stati citati negativamente anche dei presunti "disfattisti militanti". Evidentemente nella cornice di un convegno che tratta di proposte per il futuro non è possibile disquisire per ore su tematiche tanto delicate, ma è dovere della persona intelligente pesare le proprie parole: un conto sono quelli che dicono no a prescindere e sanno solo criticare, un conto sono coloro che si pongono giustamente delle domande, e approcciano in maniera critica alle proposte provenienti dall'alto.
Se non ci fossero stati certi "disfattisti militanti"  oggi saremmo ancora sotto la monarchia, o tutt'al più ad un regime totalitario, dove un qualsiasi idiota avrebbe potuto decidere a suo piacimento della sorte dei suoi consimili.
Ora che ci penso però, anche se all'apparenza tutto sembra più confortante e sbrilluccicante, non ci siamo poi così lontani.  

sabato 6 febbraio 2016

Un'idea di futuro, la consapevolezza del presente, la conoscenza del passato.

Ieri si è tenuto a Gambatesa un convegno dal titolo "Territori che pensano il futuro, il Fortore". 
Avrei dovuto leggere alcune mie considerazioni in quest'occasione, ma a causa di un contrattempo occorsomi durante gli ultimi minuti della discussione, e presa inoltre coscienza del fatto che molti dei temi che mi sarei apprestato a toccare erano già stati ampiamente discussi e s'era dunque passato a discorsi più specifici, non ho potuto farlo, e ho quindi pensato di riproporle sul mio blog. Quello che segue è il mio pensiero.

Quando il nostro sindaco, Carmelina Genovese, mi ha proposto di fare un piccolo intervento durante quest’importante occasione, in un primo momento mi sono sentito spiazzato.
 Sì, spiazzato perché oggi appare sempre più raro che un amministratore chieda ad un semplice cittadino, peraltro un giovane, di esprimere la propria opinione riguardo temi cruciali che ci riguardano tutti, come quello che si sta trattando qui oggi.
L’input che la nostra amministratrice mi ha dato, è stato il seguente: “cosa manca a voi giovani in un paese come il nostro? Sarebbe utile se un ragazzo come te dicesse la propria su questo tema.”
Ebbene è proprio questo il motivo per cui, nonostante la mia iniziale reticenza, ho deciso di non mancare quest’opportunità, scrivendo queste poche righe che mi appresto a leggervi.
Proprio perché la prima risposta che mi è venuta in mente riguardo alla domanda “cosa manca a voi giovani?” è stata la seguente: essere maggiormente coinvolti nel nostro presente e futuro, e conseguentemente, in quello del nostro territorio. E quando il primo cittadino del tuo comune, non solo ti offre l’opportunità di esprimere la tua opinione al riguardo, ma ti sprona inoltre a farlo, ritengo che sia un dovere non tirarsi indietro. Questo è il motivo per cui mi trovo qui a parlarvi, non in veste di esperto del settore, né di politico, ma in quanto semplice e giovane cittadino, che come voi ha a cuore il suo avvenire, e quello dei luoghi in cui vive.
Inutile negare che la piaga che maggiormente affligge la nostra terra è quella della mancanza di lavoro. Non sta a me dare soluzioni a questa problematica, poiché  non ne ho le competenze né le capacità, ma ritengo che le iniziative come quella odierna, che ci troviamo a discutere, vadano nella giusta direzione.
In un territorio che, come il nostro, non gode di una posizione geomorfologica favorevole, per la conformazione stessa delle nostre colline, monti e valli, e per la sua marginalità rispetto ai centri economici più importanti della Nazione, è a mio parere necessario puntare a valorizzare quello che abbiamo, piuttosto che a costruire quello che comunque non ci renderebbe tanto quanto rende in zone più centrali e adatte al suo sviluppo. E qui mi riferisco in particolare alla vocazione agricola e rurale del nostro territorio.
È allora giusto investire le risorse economiche che ci vengono concesse in due principali ambiti, a mio modo di vedere, tra loro correlati: la cultura e l’agricoltura.
Dunque incentivare un tipo di agricoltura, e perché no, di turismo gastronomico e culturale che potremmo definire “eco-sostenibile” diventa una priorità.
Cosa intendo per turismo ed agricoltura “eco-sostenibili”? Ebbene, un turismo ed un’ agricoltura che rispettino le conformazioni e le vocazioni del proprio territorio, e che le valorizzino senza stravolgerle. Un turismo ed un’agricoltura responsabili dunque, perché dobbiamo puntare a preservare quell’ ”incontaminazione” della natura, dell’arte, dei luoghi e dei prodotti, che contraddistingue l’intera nostra regione. Quando un turista, un passante o un semplice viaggiatore viene qui, quello che cerca è la purezza dell’aria e del territorio, la semplicità e bellezza dei borghi, la genuinità del nostro cibo e dei nostri vini. Ovvero tutto quello che ha difficoltà a reperire in altri contesti, come possono essere quelli delle grandi città o comunque delle regioni più densamente popolate.
E su questo, che dir se ne voglia, si può costruire tanto lavoro, basti pensare ai più noti esempi della Valle d’Aosta o del Trentino, dove un territorio stupendo è stato valorizzato enormemente, e dove molte persone vivono di turismo, cultura e agricoltura eco-sostenibili.
Detto ciò, al di là del discorso prettamente lavorativo, che sappiamo bene essere la motivazione principale per cui molti giovani vanno via da questa Regione, cosa manca (secondo me) a Gambatesa? Perché io e i miei coetanei abbastanza spesso decidiamo di spendere più tempo a Campobasso o altrove, piuttosto che qui? Forse abbiamo bisogno di più stimoli, che certamente in parte dobbiamo essere noi stessi a costruire, ma d’altro canto credo sia dovere di chi ci governa recepire le necessità della propria cittadinanza. Poi ovviamente sta a noi renderla una cittadinanza attiva e non passiva.
Ad esempio un’altra delle vocazioni di questo territorio, in particolare del nostro paesino, è quella della musica: sarebbe allora bello poter usufruire di un luogo in cui esercitare questa nobile arte, e con essa altri campi della cultura, come la lettura ed il cinema. Ovvero, sarebbe bello avere una struttura adibita a questi fini, dove i ragazzi possano incontrarsi, non solo per svagarsi, come purtroppo sempre più spesso accade solo nei bar e nei locali, ma anche e soprattutto per costruire qualcosa di importante riguardo al proprio futuro, al nostro futuro, e questo lo si può fare solo prendendo ulteriore consapevolezza del nostro presente, grazie alla cultura. E cosa sono la musica, la letteratura, il teatro, il cinema se non cultura?
Ecco cosa mi spronerebbe ulteriormente a passare molti dei miei pomeriggi qui, soprattutto nel periodo invernale, quando troppo spesso i nostri piccoli centri sembrano diventare quasi lande desertiche e desolate.
Abbiamo una struttura scolastica invidiabile, e forse tra non molti anni saremo costretti a vederla vuota a causa della decrescita demografica in cui versiamo. Rivalutarla e sfruttarla sempre di più anche nell’orario pomeridiano, come in effetti si sta già provando a fare, sarebbe di certo un’ottima cosa.
I ragazzi avrebbero una possibilità in più per suonare liberamente, vedere film, leggere romanzi, fare recite e spettacoli.
Ed oltre ad un castello di inestimabile valore storico-artistico, che a onor del vero l’attuale amministrazione sta già tentando di valorizzare il più possibile, avremmo anche un altro importante luogo d’incontro culturale.

Cos’altro posso aggiungere? Qualcuno potrebbe obiettare che il nostro futuro è in gran parte già deciso, ma a quest’affermazione potrei controbattere che siamo noi cittadini in primis, e i giovani più di tutti, a dover implementare e sorvegliare il lavoro di chi ci governa, ed è quindi troppo semplice scaricare le colpe della difficile situazione attuale solo sui politici e sugli organismi di governo, che pure dovrebbero essere i baluardi della giustizia economica e sociale, sebbene in molti casi siano solo i baluardi del proprio rendiconto personale. Dobbiamo imparare ad essere più civili, e a capire che i nostri interessi privati spesso coincidono con quelli del nostro prossimo, e solo perseguendo il bene collettivo potremmo raggiungere anche il nostro personale benessere. Non è una questione di buonismo o filantropia cristiana, ma di pura e semplice logica. E non lo dico io che sono solo un ragazzo qualunque, ma ce lo insegnano la storia e i suoi protagonisti. Armiamoci dunque di buona volontà e d’ impegno civile. Una delle mie massime preferite è “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Tentare di seguire questa semplice regola ci aiuterebbe a dare valore alla nostra terra, ai nostri usi e costumi, ai nostri concittadini, e in ultima analisi, a noi stessi.

martedì 2 febbraio 2016

Quelli come te

Un paio di strofe (quelle che mi ricordo) da una delle canzoni che ho scritto tra i sedici e i diciott'anni... Dedicate a quelli che.. ogni tanto si sentono così:

Quelli come te non servono a niente,
cantano i sogni finiti della gente,
guardano in fondo al mare e sognan di trovarci pietre rare

Quelli come te sono  un pò strani,
li vedi sempre fare gesti con le mani,
parlano con le nuvole e talvolta credono anche alle favole

però...

"And I must be an acrobat, to talk like this and act like that"



giovedì 19 novembre 2015

Soli

Soli

Siamo soli a questo mondo,
se ci guardiamo l'un l'altro senza riconoscere una scintilla comune nei nostri sguardi.
Siamo soli,
se costruiamo muri e barriere,
invece di ergere ponti.

Siamo soli,
se generalizziamo, se giudichiamo senza conoscere, 
se ci estraniamo, se molliamo senza tentare.
Siamo soli,
se non compatiamo il nostro prossimo,
che sia a noi vicino oppure lontano,
è pur sempre un essere umano.

Siamo soli se lasciamo correre
e se non ci uniamo contro il terrore,
ma siamo altrettanto soli
se l'odio penetra i nostri cuori
e non lo sappiamo elaborare.

La giustizia non ha nulla da spartire con l'odio.
La giustizia è sete di pace,
l'odio è sete di guerra.
La guerra non ha mai risolto nulla.
La guerra non ha vinti né vincitori.
La guerra genera solo vittime,
spesso innocenti.
E sarà sempre la scelta "dei prediletti che non dovranno combattere".

giovedì 5 novembre 2015

Caro lettore

Caro lettore,
io non ti conosco, e diciamocelo, neanche tu conosci me. Nella migliore delle ipotesi sei un mio "amico" che da qualche social network legge queste mie divagazioni.
Ma non sai davvero chi sono, né come sono fatto o quali siano i miei sentimenti più profondi. Allo stesso modo, io non so niente di te. Ma questo potrebbe essere uno di quei momenti in cui ci confrontiamo senza filtri, senza falsi perbenismi, senza subdoli luoghi comuni.
Scrivere è sempre un rischio, e lo è tanto più se decidi di postare i tuoi pensieri in rete. No, non come fa la maggior parte di noi, scopiazzando malamente frasi di grandi autori, accompagnandole con una ridicola foto.
"Il falso sapere da copertina di Facebook" non  mi è mai interessato e mai mi interesserà. Questo è un piccolo spazio dell'anima, nel quale mi sento libero di esprimermi, al di là delle convenzioni e di ciò che gli altri possano pensare di me. Sarebbe molto più facile farlo sotto un finto pseudonimo, ma alla fine cosa mi importa? Tu non sai nulla di me, e se pensi di sapere qualcosa e ti sei fatto un'idea sbagliata, questa sarà l'occasione buona per ricrederti.
Ho ventiquattro anni dallo scorso 19 ottobre. Da bambino pensavo che a questa età sarai diventato "grande", avrei vissuto per conto mio, magari con una famiglia mia, con un lavoro mio. Poi sono cresciuto davvero, ed ho capito che la realtà è un pizzico più complicata di come te l'aspetti a dieci anni.
Specialmente per chi è come me. Come?, mi chiederai.
A scuola ci hanno insegnato, o quantomeno qualche anima pia ha provato a farlo, il valore della coerenza, della virtù, dell'etica. Mi domando perché affannarsi in tematiche tanto difficili se poi una volta entrati nel "mondo degli adulti" tutto sembra assumere il valore opposto di ciò che ci avevano detto.
Ed è lì che si crea un conflitto dentro di te, tra ciò che ti hanno sempre passato come buono e giusto, e ciò che invece è in realtà: un mondo dove ognuno cerca di fregare il prossimo, dove le regole sono solo inchiostro su un foglio, dove la falsità vince sull'onestà, dove i poveri pagano per i ricchi, dove ti conviene fare la voce grossa se non vuoi essere schiacciato come un moscerino.
Certo le persone per bene esistono, ma sono rare come le mosche bianche.
E dopo averci infarcito di cotanta grandiosità di ideali, letture della Costituzione, dei diritti dell'uomo, di Kant, Voltaire, Madre Teresa e compagnia bella, da un giorno all'altro ci buttano in questa babele di caproni, dove dobbiamo scornarci per ritagliarci un posticino in quest'esistenza.
No, caro lettore, io non mi tiro indietro. Anche io ho paura, ma quando hai dei buoni motivi per combattere, lo fai fino in fondo. E resisti ai soprusi, alle maldicenze, ai torti che la vita di tanto in tanto ci riserva. Solo che mi chiedo perché continuare a raccontare bugie ai nostri ragazzi? Perché crescerli per il paradiso e poi gettarli in mezzo ad un rogo di fiamme infernale? é ovvio che i più sensibili tra di loro incontreranno crescenti difficoltà ad integrarsi in una sì fatta società.
E poi ci domandiamo esterrefatti come mai i giovani di oggi abbiano tante difficoltà ad inserirsi nel mondo degli adulti, quando la risposta ce l'abbiamo scritta a caratteri cubitali sotto gli occhi: siamo falsi, falsi come i sogni che ci propinano da bambini, false come le storie che ci raccontano i politici in televisione.
Cosa fare allora? Mandare tutto all'aria? No, amico lettore, te l'ho detto io voglio combattere. Non con le armi, non con le molotov, né con i pugni: con la forza della ragione e dell'anima, due cose che troppo spesso sono state messe in contrapposizione nella storia della filosofia, e che invece vanno assolutamente di pari passo. Con la forza delle cose che mi hanno insegnato i miei genitori e  pochi buoni maestri, e che vedo realizzarsi giorno per giorno in chi non ha affossato la propria dignità per asservirsi a coloro che ci vorrebbero come un gregge senza pastore.
Con la forza dell'amore, fiamma vitale che guida ogni moto dell'esistenza, con la forza della voglia di vivere di un ragazzo che vorrebbe solo fare il proprio cammino senza calpestare le cose in cui crede. Questa non è utopia, ma richiede di certo un grande sacrificio. Io ho ancora voglia di combattere, caro lettore, e tu?
Non posso cambiare il mondo, ma posso cercare di cambiare il mio mondo. Siamo complici del nostro destino, non padroni, né vittime. Non buttiamo all'aria anche quest'ultima possibilità.