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mercoledì 6 febbraio 2019

Mi scrivo

Stavo pensando ad una di quelle fulgide definizioni, quelle massime concise e ficcanti, estremamente rivelatrici nel loro pur apparente ermetismo. Aforismi, li chiamano.
Avrei detto allora, e senza temere di allontanarmi troppo dalla mia realtà, che scrivo per riconoscermi, ancor prima che per esser riconosciuto.
Eppure avrei detto solo una parte della verità, e questo mi spinge a tentare una risposta più esaustiva.
Scrivo per necessità, prima d'ogni altra cosa. La necessità di un atto che trovo naturale, non per l'ingenua pretesa di schiudere un'ispirazione velleitariamente artistica, ma per il rasserenamento che m'induce tale gesto. Quindi scrivo anche perché mi piace, certo.  Perché voglio esprimermi, e mi sento assai più a mio agio facendolo riempiendo un foglio bianco, materiale o virtuale che sia, con tanti piccoli segni neri coi quali cerco di disegnarmi nel mondo che mi immerge e di cui sono immerso, tratteggiando i contorni non come li vedo ma come li sento, piuttosto che parlando. Quando parlo mi manca il gesto e il contatto, sfuggono le parole, non riesco ad accalappiarle quanto vorrei.
Insomma, se ho paura di non essere un bravo scrittore, di certo mi sento spesso goffo come oratore.
Si dice che si scriva per colmare un vuoto. C'è chi al suo vuoto dà un nome: Dio, turbamento, verità. 
Si crea per colmare un vuoto. 
La scrittura è creazione, invenzione, sebbene sempre più sfoci nella ripetizione. Ripetizione di contenuti, e soprattutto di forme: le regole grammaticali ne tracciano lo scheletro, la logico-discorsività ne rappresenta la linfa. Ciò che dico deve essere comprensibile, sistematico, consequenziale. Sono le fondamenta del nostro sistema culturale.
Un po' come gli astrattisti nelle arti figurative, ad un certo punto alcuni scrittori hanno criticato questa metodologia.
A loro attiene il merito di avermi fatto riflettere su scelte che mi parevano ovvie, scontate. Voglio dire, come si può pretendere di esprimersi senza lasciarsi capire, senza usufruire delle coordinate che ci permettono di decifrare razionalmente, un pensiero, un sentimento? Eppure si può. Di più, si deve.
La poesia è la massima esponente di quest’esternazione astratta. Ma non voglio perdermi, in questa occasione, tra i meandri della trattatistica, che tanto non servirebbe comunque a spiegare e annullerebbe quel che ho poc’anzi affermato.
È mia unica intenzione porre risalto alle diverse sfumature della scrittura, al suo non lasciarsi incatenare da leggi prestabilite.
Perché scrivere è anzitutto un gioco, un gioco che non risponde a regole poiché esula dalla competitività, dalla voglia o necessità di arrivare primi; bensì un’attività ludica che basta a se stessa, il cui unico scopo è il divertimento. Troppo poco? No, molto più di quanto vogliamo ammettere.
Quando il gioco si trasforma in competizione ecco che arriva la letteratura, la peggior nemica della scrittura. Essa detta regole, stabilisce dogmi, avvia stupide tenzoni, in cui ciò che conta non è più la presunta autenticità di quel che si dice, ma la posa, il riscontro di pubblico ad ogni costo, il punto di vista del lettore e non più quello dello scrivente.
Sebbene abbandonare la rilevanza concessa al punto di vista del lettore appaia oggi poco più che un’utopia, ritengo che lo scrittore che ne tenga conto più del dovuto, ossia vi si prostri cedendo incondizionatamente pezzi di autenticità, si  faccia violenza nel cercare l’empatia di chi legge. L’empatia non si chiede, non si cerca né si ottiene: si dà e si riceve. Oppure non esiste.
Con ciò vorrei solo esprimere una speranza, che spendo in primis per me stesso, ovvero l’auspicio che si smetta di scrivere pensando soprattutto al riscontro che ne potrebbe conseguire, e si torni, o meglio, si cominci a scrivere per tradurre ciò che davvero si sente.

In fin dei conti, che s’inizi a giocare, e quindi, a scriversi per davvero.

martedì 29 gennaio 2019

Moda e anti-moda: due concezioni fallaci

Le mode sono dure da aggirare, specialmente per chi, assumendo di possedere una salda identità, tende ad esteriorizzarla sfruttando un determinato indirizzo di gusto corrente, cui propende ad uniformarsi ed infine a lasciarsi assimilare, cedendo incondizionatamente proprio quella supposta "identitas" che sarebbe nell'atto di riaffermare.
Per questo non ho mai amato le mode (pur essendoci inciampato di tanto in tanto), né apprezzo l'atteggiamento di coloro che pur di sfuggire alla gravità accentratrice dello "stile attuale" si oppongono aprioristicamente ad ogni suo contenuto, evitando con accuratezza di valutarne le varie componenti.
Facebook è stato di moda sino a qualche tempo fa, cedendo lentamente il trono (presumibilmente temporaneo) della popolarità "virtuale" a Twitter, ed Instagram in particolar modo.
Oggi i più giovani snobbano Facebook come mezzo datato e adoperato per lo più da individui di una certa età, utilizzandolo solo saltuariamente rispetto al più "figo" fratello minore, Instagram.
Non di meno, Facebook continua ad essere un contenitore colmo di esternazioni d'ogni sorta, dove le riflessioni sentite soccombono ai piedi del superficialismo, dell'arroganza, della tuttologia. Più maturi, insomma, non vuol automaticamente dire più sapienti.
Così capita di collegarsi alla home del celebre social-network e di vedersi risucchiati in un vortice di false notizie, complottismi, gratuite cattiverie, ringhiose critiche a caso, sciorinature di presunte verità universali, e quanto di peggio possa partorire un'intelligenza che si definisca umana. C'è anche dell'altro ovviamente, e io mi auguro di farne parte, ma l'atteggiamento più diffuso, in genere, è di sì fatta levatura.
Spesso valuto se abbandonare questa piattaforma, giacché ad ogni buon conto non mi appartiene, non la sento mia, come la stragrande maggioranza dei "social".
Sono sempre stato critico rispetto a tali strumenti comunicativi, e iscrivendomi non ho cessato di riscontrarvi innumerevoli negatività. Per ora continuo ad usufruirne proprio ambendo a farlo in maniera diversa, praticandoli con moderazione e cercando più di avvalorare quanto dico, che il modo in cui lo faccio. Io stesso mi sono lasciato andare ad alcuni "colpi d'effetto", che talvolta appaiono congeniali alla trasmissione di un certo contenuto, ma che troppo spesso ne annebbiano la forza e la significanza.
Ecco, mi pare che questa sia divenuta un'altra delle tante mode da sradicare, cui non contrapporre però un' "anti-moda", che inevitabilmente diverrebbe moda a sua volta, bensì un approccio più pratico e meno generalizzante.
Penso ad esempio alle ceneri del Dadaismo, prolifico e pervicace movimento culturale soffocato dalle sue stesse istanze dogmaticamente contrappositive.
Pur prendendo le mosse da una condivisibile critica di alcuni principi culturali considerati limitanti, laddove non falsi, dando inoltre origine ad opere d'arte e problematiche che risultano ancora oggi palpabili, taluni dadaisti finirono per esprimersi solo per contrapposizione, svilendo la rilevanza di una proposta alternativa. Questa, senza offesa per gli illustri esponenti della sopracitata tendenza, è una questione aperta, alla quale rispondono magnificamente le fanfare di coloro che, non avendo né un'acuta percezione delle cose né la statura di formulare un'idea, finiscono per lagnarsi indistintamente di tutto, lasciandosene divorare.
Negando ogni cosa, si finisce per negare se stessi.




giovedì 24 gennaio 2019

Una via d'uscita

Ho cercato le risposte alle mie domande nelle pagine dei libri, nei consigli dei più saggi, tra le pieghe dell'esperienza diretta.
Non m'inganno di potermi astrarre totalmente dalle teorie filosofiche, teologiche, scientifiche,  ma è mio fermo proposito, in quest'occasione come nelle altre, parlare senza filtri e con la spontaneità che contraddistingue la relazione tra me, il mio corpo (mente compresa) e il mondo circostante: cos'è che non va? Perché, voglio dire, anche il più ottuso degli uomini, se in buona fede, si accorgerebbe che più di qualche cosa non funziona come dovrebbe nel nostro mondo.
Potrei rispondere dando adito ad infinite argomentazioni sulle più disparate tematiche del vivere, ma al di là del fatto che migliaia di esperti lo farebbero meglio di me, mi ero ripromesso di essere spontaneo e diretto. Allora parlerò come il "semplice" uomo che sono, tornando alla base dei miei ragionamenti di sempre: in generale credo che manchi la voglia di ascoltarsi e capirsi reciprocamente, nonché il tanto decantato "senso del dovere" che non ha mai sostituito lo spirito di sopravvivenza, prima, e quello di autodeterminazione della propria superiorità sugli altri, poi.
Conseguentemente è assente il senso civico, nulla più che una mera allucinazione in un sì fatto modo d'esistenza: civico, civiltà di cosa? Senza alcun "senso del dovere", dell'ascolto, della comprensione, della condivisione, della comunità, cos'è questo senso civico che ci rimane? Nient'altro che una farsa dietro la quale si nascondono gli ingenui sognatori (come me, fino a poco fa) e i falsi perbenisti.
Una via d'uscita? Una via d'uscita ci vuole, se non altro per continuare a camminare, a combattere. E non deve essere, non è, necessariamente un'utopia, un'entità ultraterrena in cui stipare le speranze di una futura redenzione. Una via d'uscita è il nostro compito qui e adesso, se non come obiettivo pienamente realizzabile, quantomeno come risultato cui tendere costantemente, con la forza di ogni singolo muscolo, movimento, pensiero.
Si rende dunque necessario, vitale oserei dire, tornare ad interrogarsi seriamente su questi temi, praticandoli nelle case e per le vie, insegnandoli nelle scuole, ma non come (troppo spesso avviene) vacuo intercalare con cui sciacquarsi amabilmente il volto, per poi calpestarlo sotto il peso della propria ipocrisia ed indifferenza.
Tutti siamo più o meno ipocriti ed indifferenti, è un fattore che non possiamo annullare. Ma ciò che davvero conta sono i milioni di piccoli passi che compiamo: messi insieme segnano un cammino, e anche se capita di zigzagare, di ripercorrere uno stesso tratto, ciò che alla fine rimane è la strada che abbiamo percorso, e il luogo in cui abbiamo deciso di lasciarci cadere.
Ancor meno bisogna incorrere nell'inciampo, storicamente ampiamente documentato, di trasformare una proposta, anche radicale, di cambiamento in un reazionario ritorno a stilemi e stimmate del passato, per di più elevati all'ennesima potenza.
I nostri più drammatici abbagli sono nati da questo non sempre sincero fraintendimento, ovvero dal confondere la tensione per il cambiamento, la rottura con uno stato contingente per pervenire ad uno nuovo e diverso, con la tensione per il ripiegamento acritico su posizioni reazionarie. Reagire non basta. Bisogna reagire per costruire, non solo per demolire.
Dai grandiosi ideali della rivoluzione francese questo cieco atteggiamento ha ridestato l'incondizionata violenza del terrore e dell'assolutismo; dagli inoppugnabili valori teorici di un certo socialismo lo stesso atteggiamento ha condotto alle aberrazioni del comunismo sovietico e cinese, per non parlare poi dei figli illegitimi di questi enormi stravolgimenti: il fascismo e il nazismo.
Il padre di tutti gli errori che hanno contribuito a suscitare queste immani tragedie storiche (e ve ne sarebbero molte altre da annoverare) è talmente banale ed attuale che si fa fatica ad accettarlo: la mancanza di ascolto, di attenzione, del tentativo di dare risposte, anche negative ma pur sempre risposte. Ascoltare non vuol dire accontentare, ascoltare vuol dire tributare attenzione al proprio interlocutore, riconoscere i suoi problemi, riconoscerlo, interessarsene. Gli intellettuali, gli uomini di governo e di "potere" non possono permettersi il lusso di lasciare inascoltate, di far cadere al suolo senza colpo ferire, le sofferenze di un popolo. Peggio degli indifferenti sono solo gli indifferenti arroganti e ipocriti, e purtroppo nelle pagine della nostra storia se ne contano molti.
Voglio ancora puntualizzare, per non incappare nell'errore di lasciarmi fraintendere. Ascoltare il popolo non equivale ad essere "populisti", realizzando ogni suo desiderio e mandando all'aria tutto il resto: questo è esattamente ciò che succede quando il popolo non lo si ascolta, quando arrivano i Mussolini, gli Stalin, gli Hitler, e chi vuol capire capisca. Ascoltare la gente vuol dire, intanto, impegnarsi seriamente per dare sollievo alle loro piaghe, e anche se questo dovesse richiedere anni o decenni, essere veri, sinceri, realisti. Dopodiché bisogna avere un comportamento consono e rispettoso degli altri: andare a raccontare in giro che tutto va bene, che esistono milioni di nuovi posti di lavoro, che le tasse sono diminuite, che la scuola è rinata, sghignazzando e ridendo a crepapelle, è esattamente il modo migliore di sdoganare la rabbia, l'indignazione, la reazione.
Ma come abbiamo ben visto, non tutte le reazioni sono positive.

lunedì 14 gennaio 2019

Sensibili. Non buonisti

La scorsa vigilia di Natale mi trovavo a casa dei miei zii a Campobasso. Come tutti gli anni, avremmo festeggiato tale ricorrenza riunendo la famiglia, ma in questa occasione si era deciso di anticipare il classico cenone per l'ora di pranzo, permettendo così anche a mia madre, la quale avrebbe dovuto prendere servizio alle 21.00, di parteciparvi con la dovuta calma.
Durante il pomeriggio, a seguito del lauto pasto a base di pietanze di pesce della tradizione (tra queste l'immancabile baccalà), mi ero adagiato sul divano, satollo e assonnato.
Con la puntualità di un orologio svizzero, mia zia mi chiede se voglio accompagnarla a ritirare la sfoglia per le lasagne che preparerà l'indomani. Dopo qualche blanda protesta esteriore, e molte altre, più aspre e durature, interiori, acconsento svogliatamente.
Giungiamo al pastificio in centro, dinanzi al quale mi parcheggio, e decido di accendermi una sigaretta mentre attendo mia zia che si appresta a ritirare il fragrante impasto.
Un ragazzo di colore mi si avvicina chiedendomi qualche spiccio. "È Natale", mi dice. Ci penso un attimo, ricordo che non ho spicci con me, gli chiedo se vuole una sigaretta ma lui mi dice che non fuma. Decide allora di domandare ad un signore sulla sessantina che nel frattempo sta attraversando la strada, ma quello s'innervosisce e non gliele manda a dire: "e che cazzo, pure a Natale!" Mi guarda mentre proferisce queste parole, cercando una sorta di spalleggiamento, ma io, imbarazzato e colto alla sprovvista, mi volto dall'altro lato, senza dargli retta.
Se vivete a Campobasso o nei dintorni vi sarà certamente capitato di incontrare diversi ragazzi di colore all'entrata di alcuni supermercati. Il più delle volte sono persone pacifiche e nemmeno troppo insistenti, che chiedono qualche monetina, talvolta in cambio di un accendino o qualcosa del genere.
Sempre a Campobasso, se, come immagino, occasionalmente vi recate all'ospedale Cardarelli, avrete certo avuto modo di conoscere dei venditori ambulanti perlopiù di origini partenopee. Vendono calze. Alcuni di questi sono tanto simpatici quanto insistenti, e a volte riescono a convincere i miei genitori, persone affabili, a prendere qualche paio di calze, anche quando non sono strettamente necessarie.
Gli stessi venditori li potete trovare nei parcheggi di uno dei centri commerciali più noti della città.
Mi capita, di rado, di recarmi a Roma con il treno. Quando arrivo alla stazione Termini spesso vengo circondato da due o tre individui, in genere donne, presumibilmente di origine slava, che vogliono aiutarmi a fare il biglietto di ritorno con una delle macchinette preposte. In cambio chiedono qualche monetina. Sempre per le strade di Roma incrocio continuamente clochard, presunti o veri invalidi, e qualsiasi caso umano che richieda un contributo economico. Ci sono italiani, bengalesi, francesi, africani, slavi, e di tutto un po'. Alcuni sono di una tremenda insistenza, altri chiedono e poi si allontanano pacificamente.
Tornando all'episodio della scorsa vigilia, voglio fare una considerazione cercando di esulare dal facile moralismo che si presterebbe magnificamente, e in maniera letteraria, a chiosare il mio scritto con una frase del tipo "ma è Natale, non siamo tutti più buoni?". Ebbene mi è dispiaciuto che quel ragazzo sia stato apostrofato in tal modo dal signore. Mi sono sentito solidale nei suoi confronti, se non altro per i modi burberi utilizzati. Per quanto potessi intuire anche l'inopportunità evidentemente recepita dal brizzolato cittadino, sarebbe bastato dire di no. Quella esasperazione me l'attendo da un romano costretto a divincolarsi ogni giorno tra falsi e veri bisognosi, un po' meno da un campobassano che, tutto sommato, risente ancora parzialmente di tali problematiche.
Ma di là da questo, e da tutte le considerazioni possibili di carattere generale, vorrei solo porre l'accento sull'impossibilità di bollare etnicamente la "questione del bisogno".
Prima di suddividerci in popoli e culture diverse, siamo derivati da antenati comuni, e apparteniamo tutti al genere umano.
Umani, dunque.
E "restare Umani", o forse imparare ad esserlo, è l'ardua missione che ci si pone dinanzi.
Ambirei ad avere governanti che nell'affrontare le complesse questioni inerenti l'apparato statale, seppur nell'evidente impossibilità di far tutti felici e contenti, traggano le mosse dal sincero convincimento che non esistono a priori nemici da combattere, ma altri individui come noi da trattare anzitutto in quanto tali.
Ciò non per le impellenze buoniste di un giovane provincialotto che non sa nulla della vita, ma per una semplice questione di buon senso, di conoscenza, di sapienza.
E se non è chiedere troppo (ma evidentemente ad oggi lo è), di un briciolo di sensibilità.

mercoledì 9 gennaio 2019

Leggiamo: tra ragione e sapienza



Fin dagli anni della prima adolescenza ho sempre nutrito una profonda ammirazione verso coloro che leggevano assiduamente libri.
Con gli occhi di un undicenne cresciuto a pane e televisione, scorgevo in questi individui, e nel loro atto, un appetito di conoscenza che percepivo quasi "magico".
Sono state molte più le volte in cui mi sono deliberatamente spacciato per un accanito lettore (magari per far colpo su qualche ragazzina, o per mostrarmi più saggio di quanto fossi) che quelle in cui lo sia effettivamente stato.
Il mio amore per la lettura sboccia e s'assopisce a intermittenza, e questo è stato particolarmente vero almeno fino a qualche anno fa. Anzi, paradossalmente credo di aver tentato prima di "scrivere seriamente", e solo dopo di leggere con altrettanto impegno.
Sono "figlio" della televisione, dicevo, anche se poi è arrivato il web a spodestarla.
Il mio carattere inquieto m’impedisce di protrarmi troppo a lungo in un'attività che non abbia, almeno apparentemente, un immediato risultato pratico.
Questo (probabilmente un malcelato senso di colpa e insoddisfazione) si è dimostrato un buon antidoto contro l'inoperosità e l'accasciarmi su me stesso.
Così generalmente non riesco a guardare la tv, a collegarmi ad internet per un periodo consistente e in maniera spensierata, se prima non ho fatto almeno qualcosa che ritenga immediatamente utile.
Allo stesso modo prediligo leggere di sera, quando mi pare di aver esaurito il mio minimo apporto alla vita quotidiana della casa e delle persone che mi stanno intorno.
Negli ultimi anni ho perfezionato le mie qualità di lettore, preferendo sempre più spesso perdermi tra le righe di un racconto o di un saggio, piuttosto che tra le immagini di un film, molti dei quali continuo parimenti ad apprezzare come forma espressiva alternativa.
Non sono comunque diventato un lettore eccezionale, come taluni che ho avuto ed ho il piacere di conoscere.
Mi piace prendermi il mio tempo con un libro: leggerlo solo quando mi sento davvero in vena di farlo, tornare indietro di qualche pagina quando qualcosa non mi è chiaro, tenerlo sul comodino pronto all'uso per un po'. Per un certo periodo, la copertina di quel libro si confonde, in qualche misura, con l'immagine della mia vita.
E, nonostante il trascorrere del tempo, continuo ad avvertire qualcosa di "magico", inafferrabile, indefinito in un libro. Sarà lo spazio che corre tra il fissare una parola e la sua interpretazione, oppure quella prorompente facoltà di colmare un brandello vuoto di conoscenza, che a sua volta ne schiude un altro.
Ci vuole un certo periodo per leggere un libro, e talvolta impegno: la sapienza ha bisogno di tempo per lasciare il suo seme, di pazienza, d’intuizione ma anche di studio, dei sensi e, almeno in parte, della "ragione", affinché germini.
La sapienza, però, non è una meta tangibile in cui approdare, piuttosto un percorso lungo e, il più delle volte, travagliato da percorrere: questa considerazione a sua volta non è l’espressione di un imperante relativismo padre di ogni cosa, ma la presa d’atto dell’assoluto carattere umano del sapere inteso come risultato di un processo cognitivo che tenta di racchiudere ogni ambito al suo interno.
Anche gli animali sono in un certo senso sapienti, ovvero conoscono, in molti casi meglio degli uomini, le cause e gli effetti del rapporto tra il loro corpo e il mondo circostante. Ad ogni modo non sembra che pretendano di “sapere” tutto e di spiegarlo agli altri, caratteristica tipica degli individui della nostra specie.
Dagli albori della sua storia l’uomo si è opposto al timore del caos, cercando di trovare un senso ad ogni cosa, dandosi una struttura, dei ruoli, delle norme. Questo “sviluppo”, ovviamente imperfetto, è comunque l’espressione più autentica dell’esperienza umana, nel bene e nel male.
Dal basso della mia ignoranza auspico che questo processo diventi sempre più consapevole e inclusivo delle diversità che si manifestano con spirito, anche fortemente critico, ma sempre rispettoso dell’altrui esistenza.

E in questo i libri, con tutte le loro incompiutezze, possono ancora darci una grande mano.

domenica 30 dicembre 2018

I Maitunat di Gambatesa: il soffio di una tradizione


Manca un solo giorno alla celebrazione del rito plurisecolare delle "Maitunant", palesemente la tradizione più sentita dalla maggioranza dei gambatesani.
Tradizione, dal latino traditio-traditionis: "consegna, trasmissione" (dizionario Treccani). Trasmettere memorie, testimonianze, usanze così come le si conoscono.
Il mutare degli individui e della società s'insinua inevitabilmente nel mutare delle memorie, delle testimonianze e delle usanze: nessuna tradizione può svincolarsi da questo genere di modificazione, anzi essa si manifesta come presupposto vincolante della sopravvivenza della tradizione stessa, strumento indispensabile affinché rimanga arginata a quello che potremmo definire "immaginario collettivo": così le maitunate che si realizzano oggi nel nostro paese sono ovviamente differenti da quelle che, come lascia presumere un antico documento, si facevano già nel 1570, e da quelle ancor più antiche che con ogni probabilità affondano le proprie radici nei canti di questua da una parte, e nella cultura pastorale dall'altra.
Tutti i gambatesani che abbiano a cuore questa tradizione sanno che l'estemporaneità delle liriche, il marchio di fabbrica degli stornelli nostrani, così come l'esecuzione musicale che l'accompagna, sono espressioni prettamente novecentesche, delle quali tutt'al più affiorano i primi germi nella seconda metà dell'Ottocento.
Eppure, come rimarcato sin dal principio, nulla conosciamo, ad oggi, di come fosse strutturata e si manifestasse esteticamente la produzione di una maitunata originale del 500', o ancor prima.
Conosciamo, questo sì, quelle che noi definiamo "maitunate antiche", preservatesi grazie alla testimonianza dei più anziani della comunità, all'impegno e alla ricerca storico-popolare dell' Associazione Culturale  "I Maitunat" di Gambatesa ed altri appassionati concittadini, che si prodigano annualmente per conservare questo folclore e donarlo ai posteri. Tali forme antiche, che al fianco delle evoluzioni più recenti vanno rievocate e custodite, difficilmente, però, possono essere giunte immutate a noi attraversando diversi secoli.
Il punto, quindi, non è tanto ricercare la forma, per usare una brutta parola, primitiva della nostra "saga tradizionale", quanto preservarne lo spirito più autentico con cui ci è stata trasmessa.
Per sopravvivere, per perdurare, inevitabilmente le usanze tipiche cambiano, avviluppandosi al mutare delle società che le danno rappresentazione.
A ben vedere la fortuna delle maitunate di Gambatesa, rispetto a quelle (seppur diffuse ma meno partecipate da residenti ed ospiti) di altri comuni regionali sta proprio nel traslare dei modi e della forma, tentando, impresa mastodontica, di mantenere intatto lo spirito che lungo i secoli ha percorso questa tradizione e con cui i nostri avi ce l'hanno consegnata.
E allora è ai più giovani che mi rivolgo, vedendo in loro la gioia e la grande attesa per tale manifestazione, ma scorgendo ad un tempo il pericolo che la competitività, per quanto foriera di un sano tentativo di accrescimento musicale e canoro, soverchi il senso ultimo del rito, che si sedimenta su tre diversi filoni coagulatisi inesorabilmente: il canto benaugurale, il rito di passaggio dall'anno vecchio a quello nuovo, la possibilità di dire, burlescamente, quanto durante l'anno non è dato dire.
Ragazzi, la vostra passione per questa tradizione è encomiabile e ardente: cambiate pure i modi, inventate parole e musica, rallegratevi nel rispetto, ma non nella deferenza, degli altri.
Ma più di ogni altra cosa cercate di preservare intatto lo spirito di convivialità di un rilevante momento della vita comunitaria.
Non conta tanto la gara a chi è più bravo, o quella archetipica, verace, e tutta mascolina del "chi dura di più": conta divertirsi e far divertire. Condensando paure, amare verità, nostalgia, timori e speranze future in un'esternazione canora e musicale. Dissacrandole, esorcizzandole e seppellendole, almeno per una notte, con un diffuso sorriso.

venerdì 21 dicembre 2018

Libero


Il freddo spietato del primo mattino a dicembre ti scopre nudo, e lentamente s’impasta al cruento bagliore del  sole.
Ti crepa la pelle, ma la tua natura, che per poco riduce al silenzio tutto il resto, ti chiama, e tu non hai di meglio da fare che risponderle.
Ad ogni passo che sospingi in avanti s’accresce la tua forza, s'irrigidisce la tua inizialmente tenue volontà.
L'odore acre della terra mescolata all'erba, ancora umide, narra la tua storia, la tua essenza, meglio di quanto ogni parola potrà mai fare.
E la nebbia, che svogliata e silenziosa si leva dallo specchio d'acqua nell'angusta pianura, ti ricorda ancora una volta il prezzo che hai pagato per liberarti dalle più selvagge e ferali paure, sostituendole con delle nuove.
Più civili e subdole, non meno malvagie.
Ma sei libero, ora: nello spazio che intercorre tra un passo e il successivo, nel vapore che fuoriesce dal tuo caldo corpo, su questo suolo amaro sferzato dall'aria asciutta, sei libero.
Come non lo sarai in nessun altro modo.

martedì 18 dicembre 2018

La centralità delle religioni nell’interpretazione del mondo antico e moderno

Che si sia credenti, atei o agnostici, lo studio delle origini religiose e degli sviluppi spirituali dei popoli susseguitisi nella storia è ancora una chiave di lettura fondamentale per indagare sulla società attuale, e più nel dettaglio sull’individuo moderno.
Piaccia o meno, la religione ha esercitato per millenni, e in molti casi continua a farlo, un’influenza primaria sulle norme di conduzione dell’esistenza umana; ciò in qualunque ambito ove l’uomo si sia costituito una, seppur semplice, struttura comunitaria.
Tentare di approfondire le contingenti dinamiche d’approccio al reale, esulando dagli aspetti e dai retaggi religiosi, equivale a tracciare una lettura parziale delle cose.
Ovviamente la tematica storico-spirituale è talmente ampia e complessa che fornirne un quadro completo appare a dir poco arduo anche per i maggiori esperti della materia.
Lo scopo di questo articolo, dunque, non vuole e non può essere quello di proporre un’accurata analisi storiografica e culturale sulla portata che i diversi credi religiosi hanno avuto nel dipanarsi dell’esperienza umana, ma piuttosto rappresenta il semplice invito di un “curioso” a tentare, benché sommariamente, di intendere più a fondo le origini della nostra e di altre società, e in ultima analisi di conoscerci un po’ meglio.
Come risaputo, spesso il confine tra religione e potere politico è stato labile, e ha caratterizzato alcuni cruciali cardini delle strutture societarie e, in maggior misura rilevante, ha influenzato le più intime convinzioni di milioni d’individui, sfociate a loro volta nella elaborazione di principi e valori, talora di dogmi, che hanno concorso alla strutturazione degli antichi e attuali sistemi collettivi.
Porsi in maniera analitica allo “studio” del mondo moderno, non può che presupporre una precedente ponderazione su tali temi. E se l’osservazione vuol essere davvero completa, suggerisco di non soffermarsi alle sole tradizioni religiose occidentali, ebraismo e cristianesimo su tutte, ma di cercare perlomeno di informarsi riguardo alle nozioni fondamentali di altre confessioni di cui spesso ci riempiamo la bocca (islam e induismo ad esempio), ma delle quali in realtà conosciamo ben poco. Senza considerare, appunto, che sappiamo quasi nulla finanche della religione di cui la maggior parte di noi si professano seguaci.
Certo occorrono molto tempo e impegno, e non nascondo che alcune parti dei libri sacri nonché degli approfondimenti storici, archeologici e letterari ad essi connessi possano manifestarsi come anacronistici e pedanti all’occhio del lettore medio moderno.

Eppure basterà staccarsi per un po’ da alcune delle nostre essenziali attività virtuali, o dall’ultimo libro di Fabio Volo, per trovare la voglia e il tempo necessari.

mercoledì 12 dicembre 2018

Molise: "Un meraviglioso declino"

https://www.tuttitalia.it/molise/statistiche/censimenti-popolazione/
https://www.tuttitalia.it/molise/statistiche/popolazione-andamento-demografico/



Prendendo a prestito il titolo del bel disco di un giovane cantautore siciliano, allego i dati dell'andamento demografico nel territorio molisano, dal 1861 al 2017.
Ovviamente, di meraviglioso non c'è niente, se non la fascinazione più o meno perversa che ogni "declinare" porta con sé. Ci sono molti lati positivi nel vivere in una regione sostanzialmente lontana, in parte, dalle maggiori problematiche tipiche dei vasti agglomerati urbani e contraddistinta da alcuni paesaggi fiabeschi, ma allo stesso tempo bisogna, appunto, poterci vivere, ovvero trovarvi un impiego che consenta di essere autosufficienti. 
Ecco, prima di proporre soluzioni che sono tanto necessarie quanto ardue da individuare, bisognerebbe soffermarsi un attimo sui dati di fatto: dal 1951 al 2017 (un arco di soli 66 anni) la popolazione molisana è letteralmente crollata dalle 406.823 alle 308.493 unità.
Ora, io non sono molto preparato in matematica quindi lascio a voi l'onere, qualora ne aveste voglia, di fare i calcoli percentuali. Ma così, a senso, sento di poter dire che i problemi da affrontare sono molto più grandi di come spesso li si vogliono far apparire.
Quindi? Smettiamo di cercare delle soluzioni e accettiamo supinamente un' incontrovertibile tendenza?
Certo che no, ma se si vuole affrontare la questione in maniera seria, l'unico modo per farlo è approcciarsi ad essa in maniera strutturata, non proponendo accomodamenti "magici" e sconclusionati.
Un conto è confidare nella speranza, coltivando virtuosamente e sistematicamente un lavoro di perfezionamento individuale e comunitario; un altro è fingere che con una bacchetta si possa mettere tutto a posto, così, dall'oggi al domani.
Il "meno siamo e meglio stiamo" di arboriana memoria è potenzialmente condivisibile, dal mio punto di vista (quello di un orso di collina), specialmente nel periodo storico che stiamo attraversando. Ma per "essere" in quanto comunità, nello stratificato e complesso sistema socio-economico contemporaneo, bisogna avere i numeri. 
Se la tendenza di cui sopra dovesse continuare senza grossi inciampi, nel giro di poche decine di anni del Molise, per come lo conosciamo, non resterà che il ricordo.
L'impegno a contrastare questa portentosa deriva deve essere ad un tempo diffuso e capillare: non si può pensare, quantomeno io non penso, che senza investimenti strutturali, senza la collaborazione della massima parte degli enti locali e  governo centrale, senza scongiurare sperperi e contentini di sorta, la situazione possa evolvere positivamente.
Avere un quadro realistico della situazione contingente può lasciare un sentore aspro al palato, rendere difficoltoso muoversi per  contribuire a diradare le difficoltà che ci attanagliano, eppure ne è presupposto fondamentale.
Costruirsi o, peggio, lasciarsi illudere da circostanze contestuali che semplicemente non esistono, invece, equivale a firmare la propria condanna, per giunta sorridendo come un ebete. 




giovedì 6 dicembre 2018

Nessuno finirà di leggerlo. (Astrusa argomentazione strettamente personale sul valore della comunicatività nel post-postmoderno)

Talvolta ho la sensazione che tutto sia già stato detto, e che a noi non resti che ripetere, magari con accenti diversi e più personali, ciò che qualcun'altro ha ben prima teorizzato ed espresso.
Questo è il motivo per cui negli ultimi anni ho scritto molto meno. Inoltre reputo fuorviante, nonché potenzialmente pericoloso, riversare pensieri intimi in un tritacarne, del quale io stesso in qualche modo faccio parte, come Facebook.
Sulle incoerenze, spesso inevitabili, dell'esistenza mi riservo di parlare in altra occasione, in quanto il discorso si farebbe troppo complicato e mi impedirebbe di approfondire ciò che sento di esprimere in questo momento.
Qui mi limiterò a dire che ritengo si possa essere onesti con se stessi pur usufruendo di mezzi comunicativi di cui non si approvano appieno le modalità e molto spesso i contenuti.
D'altro canto non ho abbastanza stima di me stesso, e della società in cui vivo, per scrivere un libro e proporlo ad un editore.
Eppure, saltuariamente, sento il bisogno di riversare delle considerazioni su un foglio, fisico o elettronico che sia, e il desiderio o meglio ancora la speranza che qualcuno legga, e trovi quantomeno interessante ciò che vi è scritto. Non so se si tratti di un'esigenza narcisistica del mio insoddisfatto ego, o più semplicemente di una necessità comunicativa insita nel mio carattere. Forse non è poi così importante appurarlo, ciò che conta per me in questi, ormai rari, momenti, è tirare fuori quello che sento.
Così ho deciso di farlo nel modo che mi appare più congeniale, sfruttare il Web, ed in particolare Facebook, ma attraverso un filtro, il filtro di questo blog che non utilizzavo oramai da anni, e che mi permette di conservare una speranza speciale: che qualcuno sia davvero interessato a ciò che penso, che lo legga per il solo piacere, o ancor di più per la curiosità, di farlo. In che modo? Superando un ostacolo tanto ridicolo quanto arduo da valicare nel nostro mondo iper-informatizzato e fondato sulla superficialità dell'attenzione, costretto a divincolarsi tra la velocità di azione e la noncuranza: cliccare su un post, aprire una pagina che vada oltre il social network, non fermarsi al titolo (che mi auguro sarà accattivante quanto basta per facilitare questo passo).
Io stesso sono diventato più pigro culturalmente, quindi la mia non vuol essere una critica tout court, perché quelle lasciano il tempo che trovano: ogni cosa va analizzata nel dettaglio e argomentata perché se ne possa discutere seriamente.
Ciò che vado ripetendo, in primis a me stesso è:
ogni tanto facciamolo questo sforzo di cliccare su un pulsante, aprire un'altra finestra sul mondo che non sia riduttiva quanto scorrere la homepage di un collettore di frammenti, più o meno pensanti, ma comunque spesso marginali e insoddisfacenti.
Faccio fatica a mostrare la mia vera anima su Facebook, anche se ogni tanto, più o meno velatamente, ci provo.
Il problema, oggi, è spostare la nostra soglia di attenzione e sete di sapere, in avanti: ci stiamo appiattendo eccessivamente in formule abbreviative che non possono contenere aspetti complicati della realtà.
Trovo imbarazzante e precario discutere di temi complessi su  piattaforme sempre più vandalizzate dall'approssimazione, come i luoghi virtuali della società. Allo stesso tempo non comprendo chi li adopera, anche sapientemente, ma poi si rifiuta di rispondere a critiche che gli vengono poste: certo, talvolta sono talmente sconclusionate da rasentare l'inabilita mentale, e in questi disperati casi forse la miglior risposta rimane la non curanza. Ma quando i quesiti posti contengono un minimo di fondamento, per lo meno logico, l'atteggiamento di manifesta superiorità intellettiva, e il conseguente sottrarsi ad un confronto per quanto in luogo inappropriato, lo trovo vile, facilistico e in definitiva gravemente errato.
Se si decide di partecipare ad un "gioco" bisogna accettarne le regole. Questo non vuol dire che si debba giocare come tutti gli altri.
Concludo questa lunga, e apparentemente confusa, dissertazione tornando alla considerazione in principio: è stato tutto detto? Non lo so. So che non ho voglia di aprire dibattiti che spesso si evolvono al ribasso; che ho meno voglia di esprimermi rispetto a prima, perché sovente lo trovo superfluo e comunque inutile. Mi piace parlare negli occhi di chi ho di fronte, magari fumando una sigaretta o bevendo una birra. Camminarci assieme, ché il gesto  supporta il pensiero, e viceversa.
Finché senti crescerti nello stomaco qualcosa di impellente tanto da doverlo strappare fuori, e cerchi di fissarlo in parole, frasi, paragrafi o semplicemente ragionamenti, non conta che sia già stato detto o meno: devi farlo, perché è la tua indole, la tua cifra, l'espressione più compiuta della tua esistenza. E non importa se qualcuno aggiungerà un like, o fingerà di comprendere nel tentativo di compiacerti. L'unica cosa che conta realmente è che tu abbia detto esattamente ciò che sentivi, per quanto il linguaggio sia per sua natura insufficiente ad esprimere pensieri ed emozioni, e che qualcuno, anche una sola, unica, persona abbia voglia di ascoltarti, di leggerti: solo rappresentandoci quanto più possibile in maniera veritiera, seppur inevitabilmente incompiuta, possiamo rivelarci, essere "amati", e volere un po' più bene a noi stessi.