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giovedì 24 agosto 2023

Uno psicologo nei lager



Quarto giorno del nostro viaggio di nozze. Si parte dalla fastosa ed imperiale Vienna di buon mattino, per giungere al campo di concentramento di Mauthausen. È l'unica tappa su cui nutrivamo qualche perplessità, forse non si addice alla luna di miele di due novelli sposi, ma il nostro è un viaggio organizzato, ed infondo ci pare un affronto esimerci da questa visita così drammatica e rilevante.
Ad attenderci la nostra guida, un austriaco sulla cinquantina, non molto alto ma in piena forma fisica, dimostra certamente meno degli anni che ha con il suo taglio a spazzola e l'abbigliamento casual. Parla bene l'italiano, anche se con l'accento tipico della lingua tedesca. Noto subito al suo polso un meraviglioso orologio: un Rado, riedizione degli anni 50' con Dial verde soleil sfumato petrolio. Gli faccio i miei complimenti.
Porta con sé alcuni fogli, lettere, stampe, fotografie, testimonianze che utilizzerà per supportare la nostra visita.
Ci dirigiamo subito in prossimità degli enormi massi di granito che gli internati erano costretti a trasportare per lunghissime ore, sulla "Scala della morte": un vortice spaventoso solo a guardarlo, una specie di discesa negli inferi tant'è ripida ed insidiosa, e mi domando come potessero degli uomini mal nutriti e nelle peggiori condizioni igieniche immaginabili ascenderla con addosso massi di cinquanta e più chili.
La guida ci sfida a sollevarne uno. Li guardo e penso che prendendo uno dei più piccoli potrei farcela, ma che senso avrebbe? Desisto.  
Dalla collina s'intravede una fattoria, la stessa dalla quale una signora scrisse una lettera che il nostro Cicerone ci legge: si lamenta delle vessazioni, delle violenze perpetrate nei confronti dei detenuti alla luce del sole, chiede che le si facciano laddove nessuno può vederle.
Andando avanti visitiamo i capannoni, le camere a gas, i crematori.
Ero pronto a tutto questo, ne avevo letto, studiato, sentito parlare dalla viva voce dei sopravvissuti, visto foto e video.
A qualcuno scende una lacrima, qualcun altro fa il segno della croce. 
Una cosa mi rimane impressa di questa nostra visita: le parole di uno scrittore, Viktor Frankl, lette con trasporto dalla nostra guida. Psicologo, rinchiuso in quattro diversi lager, Frankl sostiene che in ogni situazione, anche la peggiore ove l'uomo è abbruttito da ogni forma di cattiveria e violenza gratuita come all'interno dei lager, questi continua ad avere una possibilità di scelta in merito al suo comportamento.
Nulla di più scontato, ma se a dirlo è uno che ha vissuto sulla propria pelle tutta la cattiveria di cui il genere umano è capace, che è stato testimone degli oppressi che divenivano oppressori famelici, e parimenti di altri, i meno naturalmente, che preservavano una dignità assoluta anche nelle torture più atroci, c'è da dargli credito, e da tentare di fondarvi le basi del proprio comportamento in ogni situazione quotidiana.
Non avevo mai sentito parlare di Viktor Frankl, del quale ho ora avuto modo di leggere alcune opere che descrivono il suo metodo psicoterapeutico, la logoterapia.
A tutti, però, consiglio di leggere il suo breve libro "Uno psicologo nei lager"; se non ci sarà d'aiuto nel migliorare il nostro modo di essere, quantomeno avremo testimonianza che qualcuno, spogliato da ogni dignità umana tranne che da quella che si era costruito dentro di sé, ci è riuscito  e che dunque è possibile essere uomini migliori, sempre e comunque.

venerdì 18 novembre 2022

Verso te

La vita ci offre molti modi di esternare quello che siamo.
Per me, negli ultimi anni almeno, la questione centrale è sempre stata quella di mirare ad una sorta di equilibrio, un atteggiamento che non contraddicesse i valori cui sono legato e che allo stesso tempo mi permettesse di tirare avanti facendo i conti con le storture della realtà quotidiana.
L'equilibrio è sempre precario, così come la verità è sempre un passo avanti rispetto al nostro approdo, ma ciò che conta davvero, l'unica cosa che conta davvero nella vita, è sforzarsi costantemente di tendere all'equilibrio, pur sapendo che non sarà mai compiutamente e definitivamente nostro.
Così facendo si può riuscire, in ogni momento della nostra esistenza, a migliorarsi, fosse anche di poco.
Quando spesso si dice che la vita è movimento, questo è ciò che intendo per quel movimento: scostarsi, anche solo di mezzo passo, verso la rappresentazione ideale che ci siamo dati di noi stessi. Tale obiettivo dovrebbe essere la bussola della nostra esistenza, la sola compiuta realizzazione che ci è concessa.


domenica 31 luglio 2022

Dei lavori che (quasi) nessuno vuol fare, ma che (quasi) tutti vogliono che qualcuno faccia

Ogni tanto mi capita ancora di riflettere, una pratica molesta che ho cercato, invano, di abbandonare negli ultimi anni.
Certamente avrete  avuto modo di ascoltare, se non dire, "eh ci sono dei lavori che nessuno vuol più fare!"
Dal panettiere, al muratore, dall'allevatore al fabbro e così via.
In effetti, pur non avendo dati ufficiali alla mano, anche a me pare che alcuni di questi impieghi siano messi da parte per ambire a posti più remunerativi, o semplicemente più comodi.
Senza entrare nel merito della polemica circa il se e quanto tali occupazioni possano essere appetibili, mi preme in questa brevissima osservazione notare che, ogni qualvolta un mio interlocutore si lamenta delle carenze di suddette figure professionali, ovviamente condendo le sue dissertazioni con valutazioni spregiative di colui o colei che non ha portato avanti l'attività per mancanza di volontà, voglia, coraggio ecc., egli (il mio interlocutore) non ha mai nemmeno lontanamente tentato di avviare un laboratorio per la panificazione, non ha preso con se un piccolo gregge da curare ogni mattino, e tantomeno ha ritenuto opportuno fare un mestiere che implicasse particolari sforzi fisici.
Ecco, questo giusto per evidenziare una deriva che troppo spesso ci contraddistingue, ovvero il parlare, o per meglio dire blaterare, senza alcuna cognizione di causa, stigmatizzando ogni decisione altrui.
Mi piacerebbe tanto un mondo in cui tutti si strappino i capelli per fare i panettieri, ma non posso certo inculcare in qualcun altro una volontà che non mi appartiene, né posso pretenderla da lui.
Insomma, pensiamo a fare bene il nostro di lavoro, che già quello sarebbe un mezzo miracolo.

giovedì 14 aprile 2022

Orgoglio

Sei nato con una malformazione all'aorta che fin da piccolo ti ha creato problemi.
A soli due anni mangiavi pochissimo e i nonni temevano potessi non farcela, tanto che, una volta ricoverato all'ospedale, la nonna fece voto alla Madonna di Loreto: se ti fosti salvato, ti avrebbe fatto la comunione presso il celebre santuario a lei dedicato.
Spesso mi raccontavi del regalo che ricevesti  in quella occasione: una serie di offerte che tanti altri malati in attesa di guarigione ti fecero durante la messa.
Poi sei cresciuto, a scuola ti chiamavano "lo scoiattolo" perché saltavi sui banchi e sgusciavi tra le gambe dei compagni; di tanto in tanto, più in là negli anni, saltavi le lezioni preferendogli il club che avevate fittato con altri amici.
A soli nove anni dei ragazzi ben più grandi di te, affascinati da quella voce bianca che sentivano sovente risuonare in una via Garibaldi non ancora così caotica, ti chiesero di cantare per il loro gruppo. Conserviamo ancora oggi la foto di quel tuo primo concerto: eri un bambino, ma la musica scorreva già nelle tue vene.
Per i diciott'anni dei tuoi figli hai organizzato, com'è consuetudine al giorno d'oggi, delle belle feste al ristorante, con musica, tanto cibo ecc.
Per i tuoi diciott'anni anni, invece, nonno ti donò 500 lire con le quali offristi delle succulente aragoste alla crema a 4 o 5 dei tuoi amici più stretti. Parlavi di quei dolci come del regalo più bello che avresti mai potuto ricevere.
Mi hai insegnato l'impegno, la dedizione, la serietà sul lavoro e nella vita. Il tuo lavoro lo amavi profondamente, così profondamente che non ti bastava essere il custode del castello, il castello lo avevi studiato in ogni suo minimo dettaglio, sui libri di notte, sul campo di giorno, dalla voce viva di tutti gli studiosi che lo hanno analizzato. E lo raccontavi, donandolo ai visitstori, come solo tu sapevi fare. 
Sapevi essere duro e dolce ad un tempo, hai resistito con coraggio a tutte le batoste che la vita ti ha riservato. Due operazioni a cuore aperto, ictus, crisi epilettiche, e ti sei sempre rialzato. Alla fine un altro ictus ti ha portato via ("Free at last, they took your life, they could not take your pride").
Voglio solo che tu sappia che anche io voglio resistere, resistere alle angherie di questi tempi bui, alla pandemia, alla guerra, alla paura.
Non sono bravo a divincolarmi in una società così complessa come lo sei stato tu, ma resistere, caro papà, è sempre stata la cosa che mi viene meglio.
In questo ho avuto il miglior esempio possibile.

sabato 1 maggio 2021

Il bidello (quasi) felice

Oggi torno a scrivere dopo un lungo periodo di pausa. 
Come per ogni altra attività, anche per questa bisogna avere delle motivazioni che ci spingano, e per me ognuna delle suddette era temporaneamente venuta meno.
Ho abbandonato ogni velleità letteraria da diverso tempo, ma mi piace scrivere e per di più mi aiuta a mettere ordine tra i miei cassetti, a sentirmi più sicuro.
Avrei potuto dire tante cose in questo lungo e travagliato anno segnato dalla pandemia; infine ho deciso di tacere, la mole di parole attorno all'argomento è stata e continua ad essere talmente elevata che altro non può se non confondere, irritare, disorientare.
Parlare di me stesso avrebbe d'altro canto rasentato la noia più assoluta, ma è sempre di noi stessi che parliamo, in un certo senso, no?
Da ottobre ho iniziato a fare il collaboratore scolastico (leggasi bidello) presso l'Istituto di Guglionesi.
Potrei dire che è la prima vera esperienza lavorativa di una certa rilevanza della mia vita. Un'esperienza arrivata piuttosto inaspettatamente, sebbene io avessi rinnovato per due trienni la domanda e avessi nel frattempo completato alcuni corsi (attenzione completato, non comprato come purtroppo sempre più spesso accade) che concorrevano ad aumentare il mio punteggio. Non lo feci certo con l'obiettivo di raggiungere una chiamata in questo ambito lavorativo (in tutta onestà non credevo di avere alcuna chance), ma più che altro perché erano corsi spendibili in diversi campi e non avevo poi di meglio da fare per impiegare il tempo.
Ebbene anche quelli mi sono serviti, e così mi sono ritrovato catapultato in una scuola a fare sì le pulizie, ma anche tante altre piccole cose che non mi dispiacciono affatto, e soprattutto ad avere un contatto quotidiano con tanti giovani ragazzi, bambini, linfa vitale che inevitabilmente ti strappa qualche sorriso e speranza oltre ad un arrochito strillo qua e là.
Non so se questa opportunità potrà protrarsi anche in futuro, mi auguro di sì, ma sono soddisfatto di averla colta, e ancora più orgoglioso vado del fatto che, solo, sono riuscito ad intraprendere un percorso lavorativo, senza lasciarmi abbindolare dalle lusinghe di un mondo dove in tanti si vedono costretti  o comunque portati a chiedere e ricambiare favori.
Ho sempre vissuto nella narrazione che, se si vuol essere felici, nella vita bisogna fare ciò che si ama, ciò che ci fa sentire realizzati; ebbene da quasi una decina d'anni a questa parte il mio unico desiderio era riuscire a farcela da solo, trovando un lavoro che mi permettesse di cogliere l'unico sogno, l'unica ambizione che mi pare degna di questo nome: raggiungere l'indipendenza per me e la ragazza che amo, nel pieno rispetto dei principi in cui credo e senza nulla togliere a qualsiasi altro individuo.
Certo, sono cosciente che la strada che mi attende è assolutamente irta e piena di insidie, oltre che lunga e faticosa; così come sono consapevole del fatto che ho avuto la mia buona dose di fortuna nel ricevere questa chiamata: fortuna dovuta solo alla circostanza che, conseguentemente all'emergenza pandemica, si sono resi necessari molti più posti in ambito scolastico. 
Tuttavia sono anche contento di aver accettato la sfida, e che quel poco che ho seminato, forse, sia stato ben seminato e possa dare i suoi frutti.
Così, oltre a fare tante piccole cosucce interessanti che mi tengono attivo fisicamente e mentalmente, sono finache felice di pulire i pavimenti, e pure i cessi!
Sono felice perché, nonostante i miei tantissimi difetti, mi sento pulito, e faccio un lavoro che ha tutte le caratteristiche del lavoro cui ambivo.
Per quanto attiene alle mie grandi passioni come la scrittura, la lettura, il vacuo filosofeggiare, ho anche il tempo e un pizzico in più di serenità per dedicarmici a fondo e con maggior profitto.
Che poi, il bidello-filosofo è una figura mitologica oramai acclarata.
Certo, più danni di un Fusaro qualsiasi non li potrò fare!

mercoledì 23 settembre 2020

L'unico Viaggio che non puoi evitare



"Mi credevo un idealista, è così che uno chiama i propri piccoli istinti vestiti di paroloni." 

Ora cerco di leggerli, alcuni libri. 
Una volta credevo che bastasse tenerli in bella vista su uno scaffale per fingersi più intelligenti, più esperti della vita. Mi ci davo un tono, insomma. Per un po' ho addirittura sinceramente creduto che bastasse studiarli, quei balordi, per immagazzinare pezzi di consapevolezza.
Adesso basta che mi facciano compagnia.
Viaggio al termine della Notte di Céline me ne ha fatta per un bel pezzo. 
Dapprima mi guardava torvo da una mensola nella mia camera, ma io lo ignoravo: avevo diciassette anni e  se proprio dovevo leggere preferivo farlo con qualcosa di più immediato e conciliante, Siddharta ad esempio. Mi intrigava però quel titolo, quell'autore "controverso". 
Sono trascorsi oltre dieci anni prima che riuscissi ad intraprendere quest'emozionante traversata tra gli spasmi del 900' ma, è banale dirlo, ne è valsa la pena.
Nessun libro come questo ha saputo restituirmi un vivido ritratto del secolo scorso, frammentato, turbolento, sboccato, claudicante, ringhioso, ma più di tutto sincero, autentico.
Questa qualità, di cui tanto pecchiamo noi uomini, mi pare la più difficile da riscontrare ancora oggi.
Un filo conduttore conduce dalle ultime pagine di questo capolavoro ai giorni nostri, in cui si sono forse modificate le modalità, le forme, ma non la sostanza dei problemi esistenziali tra cui Bardamu, protagonista del romanzo, ruzzola rocambolescamente.
Ma non voglio certo insegnare nulla a nessuno io, non ho nulla da insegnare. Spero solo che qualcun altro di voi là fuori, possa godere, come io ne ho goduto, della compagnia inestimabile di queste parole, di queste percezioni, di queste fascinazioni.
Che dopo tutto, in un modo o nell'altro, siamo tutti viaggiatori: camminiamo sul crepuscolo delle nostre coscienze, barcollando di qua e di là. Se solo capissimo che percorriamo lo stesso tragitto verso la stessa meta, smetteremmo di metterci gli sgambetti a vicenda, di giudicare, di fare le gare. 
Céline ora si sarebbe fatto una grassa risata. 
Ridi, amico mio, le tue parole come ben sai non mi hanno insegnato niente, ma mi hanno fatto star bene.

mercoledì 2 ottobre 2019

Oltre l'Umanesimo


Sovente mi interrogo riguardo l’opportunità di continuare a scrivere nonostante la pressoché nulla condivisione che nell'ultimo periodo riservo alle mie pagine. Devo ammettere che la spinta propulsiva derivante dalla consapevolezza che qualcuno legga è assai intensa, e non vorrei che la mia apparisse come un’aperta ammissione di mancanza d’audacia.
Non che io mi ritenga un ardito, ma sarebbe ad ogni modo improprio imputare alla mia insicurezza e pavidità una tale scelta. Essa discende piuttosto dall'impossibilità di potermi esprimere in un contesto che reputi adeguato, così ché preferisco donare queste mie considerazioni all'oblio della mia sola coscienza, questa sconosciuta. Né m’inganno, sebbene tale prospettiva carezzi la mia narcisistica immaginazione di tanto in tanto, che le mie divagazioni possano venire riscoperte in un futuro (magari non troppo lontano) da qualche “archeologo del web”, amante delle lettere e della riflessione.
Se la parola è innanzitutto linguaggio, il linguaggio comunicazione, e la scrittura una delle più sofisticate forme di questa comunicazione, mi si obietterà che non ha alcun senso scrivere senza condividere ciò che si è scritto. Lungi da me il voler contraddire in maniera totalizzante questo asserto, mi è impossibile e inoltre una sì fatta contraddizione si rivelerebbe in tutta la sua ipocrisia. Dico solo che scrivere con autenticità, pur sapendo che quasi nessuno leggerà, si può fare e ha molto senso, senza che con questo si cada nel mero individualismo o addirittura nell'autoreferenzialità.
Giacché la nostra “interiorità” consta di miriadi di sfaccettature che in un certo senso trascendono i limiti del nostro corpo, pur rimanendovi saldamente ancorate, e ancora, poiché suddetta interiorità è assai composita e parzialmente mutevole, si converrà con me che non v’è assolutamente nulla di assurdo nel dialogare con se stessi; in effetti è ciò che facciamo quotidianamente, pur senza usufruire di un mezzo esteriorizzante come la parola detta o la scrittura. Ci basta il pensiero, o, come direbbe qualche moderno studioso di neuro-scienze, un insieme di algoritmi. L’ “Io narrante” interverrebbe poi a mettere in ordine le infinite caselle del nostro cruciverba senza soluzione, e a dare un senso a ciò che un senso non ha.
Ma, tralasciando per una attimo le dispute riguardo il funzionamento ultimo della nostra coscienza o del nostro sistema nervoso, ciò che mi preme dimostrare in questa sede è che pensare, parlare, anche solo per e con se stessi (magari evitando di essere tacciati per schizofrenici) è tutt'altro che un procedimento egoistico, misantropo, e non necessariamente opportunistico. In prima istanza, probabilmente, è un’esigenza connaturata alla nostra esistenza, ed in quanto tale inevitabile. Il passo successivo, ovvero scrivere per se stessi, non è poi così diverso dallo scrivere “per se stessi e per gli altri”.
C’è un pezzo di me dentro di te, chiunque tu sia e dovunque ti trovi, così come io sono, forse per una milionesima parte, ciò che tu sei. Dunque, dialogare con se stessi equivale, ovviamente in via incidentale ma non per questo fasulla,  a interloquire con l’Altro. Ma chi è quest’Altro cui facciamo tanto spesso riferimento? Colui che ci è più prossimo e più simile, ovvero l’altro essere umano. A ben vedere, però, l’essere umano non è affatto qualcosa di scisso e di completamente avulso da ciò che lo circonda: egli è anche ciò che lo circonda, le piante, gli animali, l’aria, l’acqua, la terra, ecc.
Invece di guardarci intorno e cercare di riconnettere la nostra specie ad un complesso e stratificato mondo animale e vegetale di cui è ineluttabilmente parte integrante, senza per questo scadere in banali e poco consapevoli slogan animalisti o ambientalisti, stiamo facendo sì che l’Umanesimo,  indiscutibilmente foriero di grandissime conquiste per il nostro genere e parimenti padrino di uno dei più grandi fraintendimenti mai partoriti (l’Uomo come centro e misura di ogni cosa), venga superato nella direzione sbagliata: quella della tecnica che non è imbrigliata da alcun valore umano né tanto meno dall'attenta analisi e dal riguardo per i fenomeni naturali.
L’Umanesimo andrebbe invece profondamente integrato, rivisto, rivoluzionato prendendo le mosse proprio da una profonda critica verso molti dei valori che ha generato e portato all'apice, tralasciando di essere rappresentativo esclusivamente di un frammento dell’ecosistema da cui dipende la sua stessa esistenza.
Come conciliare la dignitosa preservazione del genere umano, ed in particolare degli affetti che ci legano ai nostri simili, con la definitiva rivalutazione del cosmo che ci attornia e pervade?
Questa è la più complessa questione sulla quale dovremmo sforzarci di ragionare e tentare di proporre delle risposte, anche adoperando le più avanzate tecnologie, facendo ricerca scientifica, inventando e lavorando, ma ricalibrando, ove necessario in ogni momento, il tragitto che tali attività possono imboccare. Il viandante deve interrogarsi continuamente sulle ragioni del suo cammino per continuare ad avanzare e non lasciarsi cadere; poiché la “ fede nella verità comincia con il dubbio in tutte le “verità” credute sino a quel momento”.

martedì 27 agosto 2019

La politica non dovrebbe essere una partita di calcio

L'ennesima crisi di governo scaturita per interessi politici di parte, rappresenta l'occasione buona per dare adito ad una riflessione che covo da un po' di tempo a questa parte.
Esulando volontariamente dal dare giudizi di merito riguardo le varie fazioni partitiche, mi soffermerei invece su un dato di fatto: nel nostro Paese ad ogni dibattito politico, fuori e dentro il Parlamento, pare di assistere ad una partita di calcio in cui i pochi tifosi che stanno sulle tribune fanno spudoratamente il tifo per la "squadra del cuore". Ma alla fine di questa partita non si vince una coppa, né un premio in denaro, bensì ci si gioca il presente e il futuro di milioni di persone.
Sarebbe forse il caso di smetterla una buona volta di ragionare in termini di un futuro consenso elettorale, per concentrarsi invece sui problemi pulsanti che affliggono la quotidianità di quasi tutti i cittadini, e confidare dunque in quella che si ritiene fin da subito la soluzione realistica migliore, per quanto non in termini assoluti. Purtroppo dobbiamo fare i conti con le inevitabili distorsioni che qualsiasi "sistema di potere" comporta, di più con la non meno ineffabile ed imperfetta natura umana. 
Il dato peggiore di questa disamina fattuale, riscontrabile ogni giorno alla tv, sui giornali e attraverso il web, è che i protagonisti non sono solo i politici, che ovviamente danzano senza soluzione di continuità da una dichiarazione al suo opposto, da una volgare offesa dell'avversario alla sua puntuale santificazione, salvo poi tornare sui propri passi laddove la situazione si facesse meno conveniente; i protagonisti, dicevo, sono soprattutto gli ignari individui che si fanno portavoce di una dialettica politica della più bassa lega, la quale punta unicamente ad interessi partitici piuttosto che a quelli della comunità. Si sfidano, si azzuffano, sbraitano ogni sorta di abominio sulle proprie pagine social pur di dare ragione al loro paladino di turno, che si tratti di Salvini, Di Maio o Renzi.
Provo un'incommensurabile pena per queste persone: tutti ci sentiamo in qualche misura di parte, abbiamo delle preferenze, sebbene in un panorama politicamente così desolato appaia davvero arduo individuare un personaggio degno di una qualsivoglia forma di rispetto; eppure non capisco come ci si possa ancora lasciare trasportare da una diatriba del genere, al punto da comportarsi come militi al soldo del capetto di turno.
Il militante, l'inquadrato, lo squadrista mi provocano l'orticaria al pari del tifoso che pur di "vincere" accorderebbe ogni sorta di scorrettezza al club per cui parteggia.
Il tifoso calcistico però lo compiango, si accanisce per una partita da cui non avrà nulla, che finisca bene o male; la sua è una passione pura, sciocca ma disinteressata.  
Il tifoso politico, invece, è doppiamente stolto: esprime un appoggio incondizionato per chi lo ha già preso e lo prenderà ancora per i fondelli, e si convince che il suo interesse coincida con quello di tutti i sette miliardi di individui che popolano il mondo.
I militanti e i menefreghisti sono due facce della stessa medaglia: entrambi credono, senza dubbio alcuno, senza porsi mai un quesito, di avere sempre, inevitabilmente, ragione.

sabato 20 luglio 2019

L'Aquila: cronaca distratta di una sessione di Laurea

L'Aquila.
Laurea specialistica di mia sorella.
Sala gremita di astanti chiassosi e distratti. Distratto anche io, posto che la logopedia, ad oggi, non mi  interessi granché, e che il microfono non amplifichi minimamente la voce delle laureande. Per la loro gioia, immagino.
Quantomeno resto in silenzio e cerco di allietare il mio scorrere del tempo scrivendo quanto segue.
Il viaggio da Gambatesa al capoluogo abruzzese è stato lungo e tortuoso: se in linea d'aria le due località distano poco, lo stesso non può dirsi del chilometraggio stradale, per di più appesantito dal tragitto ascendente e sinuosissimo. Così, partiti alle 3 del pomeriggio, dopo una breve pausa a metà via, siamo giunti a destinazione solo alle 19.00.
Subito ci siamo recati a Collemaggio, pregevole Basilica finemente lavorata all'esterno (l'interno, visto l'orario, aveva già chiuso al pubblico), e alla celebre ed iconica fontana delle 99 cannelle.  Poggiati i bagagli al "BeB" dove trascorreremo la notte, ci dirigiamo in centro: cena in un colorato ristorante dal non vago sapore arnoldiano (quello di Happy Days, per intendersi), dove, per coerenza, ordino un riso basmati con pollo in salsa thai. Buono, forse un po' troppo americano.
Per digerire e soddisfare l' immaginazione oltre che l'appetito, si passeggia in centro, perlomeno nella parte di quello che risulta accessibile. L'Aquila è una bella città, dal passato visibilmente più rilevante (storicamente) rispetto alla nostra Campobasso, testimoniato da eleganti palazzoni, cospicue chiese e ampie piazze; un presente magmatico ma pulsante, con i tanti giovani che, nonostante la ferita ancora sanguinante del sisma, pullulano nelle strade, tra i locali che sprizzano fame di "eros e thanatos", con cocktail di musica e, immagino, qualche pasticca digestiva, non priva di pericolose controindicazioni. Il futuro è un'incognita, qui come altrove, forse più che altrove, ma la sensazione è che, di là dei cliché, questa città abbia la forza per risollevarsi, confidando nella speranza che nuovi sismi non tornino a scuoterla così forte, sempre che la feroce ingordigia di alcuni uomini non si presti meglio e prima allo scopo.
Viaggiare mi piace sempre più, sebbene non sia ancora riuscito a vincere alcune prassi che contrastano quest'avvincente attrazione: abitudinarietà, poco, pochissimo sonno, ansia di vedere, girare, assaggiare, conoscere, e l'inevitabile stanchezza che ne consegue. In compenso, mi adatto un po' più che in passato.
L'Aquila, questo posto così simile eppure diverso da quello in cui sono cresciuto, questo popolo martoriato dalle  doglie della Terra e dall'incuria di diversi suoi abitanti, mi ricorda ancora una volta quanto io sia piccolo, e quanto possa contare ogni gesto dei "piccoli" come me, se consapevoli di non poter controllare per intero la propria esistenza né di esserne inevitabilmente succubi, bensì di poterla in una certa misura influenzare.
Così è quasi giunto il turno di mia sorella, io non so se ho detto quanto avrei davvero voluto, in realtà non so bene nemmeno cos'ho effettivamente detto, ma mi sento come sollevato, ora che ci ho almeno provato.

giovedì 30 maggio 2019

Sono io

Siamo esseri complessi dotati di un'interiorità cui appartengono le nostre esperienze ed ogni sfaccettatura, anche quella apparentemente meno significante, della nostra esistenza. Eppure la stessa interiorità che ci permea, sempre più spesso senza che nemmeno ce ne rendiamo conto, trascende in parte la nostra vita, investendo i legami che in qualche misura ci costituiscono, e i retaggi ambientali, culturali, sociali e dunque genetici che contribuiscono a strutturarci in quanto esseri viventi.
Ecco perché, ogni qual volta accenniamo con superficialità a quella indissolubile "identità" che racchiuderebbe la nostra essenza, applichiamo inevitabilmente una sorta di riduzionismo, una cesura forse indispensabile, ma pur sempre artificiosa e labile in alcune delle sue presunte componenti ed espressioni.
Ciò non autorizza a lasciarsi insidiare dalla facile conclusione che ogni essere umano sia privo di un'articolata sfaccettatura interiore strettamente correlata all'ambiente, al corpo e alle loro relazioni, come invece sempre più spesso si va sostenendo.
Il così detto "uomo modulare", che tanto dettagliatamente critica Miguel Benasayag, è divenuto l'ennesimo mitema nella storia dell'uomo, cui aspirare quale modello d'essere al mondo nei nostri tempi. "Costui" si presenta dunque come il singolo, o meglio il "profilo", costituito da moduli intercambiabili, privo di "interiorità, storia, esperienze. Egli ha, deve avere le qualità di un hard disk".
Ecco che si profilano due visioni agli antipodi, eppure così simili nei loro semplicistici approdi: da una parte l'essere umano è percepito come pura interiorità, un blocco unico insensibile ad ogni afflusso esterno; dall'altro, esso è completamente deprivato di ogni sostanzialità intrinseca, e rappresenta null'altro che una costruzione sulla quale apporre pezzi più "performanti" o detrarre quelli che si ritengono inutili se non dannosi.
Ma noi, come detto, siamo molto più di questo: più di un contenuto stipato in un contenitore, più di un ammasso d'informazioni ed esperienze; più di un blocco d'argilla in cui è soffiato un alito divino. 
Quello che siamo non sono capace di spiegarmelo o di dirlo a parole, forse posso solo intuirlo e lasciarlo cadere.
Siamo parte d'un tutto, di questo sono certo: e in quanto parte non possiamo pretendere di farcela da soli, ponendoci al di sopra d'ogni altra cosa. Abbiamo il dovere di rispettare ciò che ci circonda, e rispettarlo non è facile come sembra. 
Nell'epoca delle mode che banalizzano grandi temi del vivere, dell'esasperazione della forma che svuota il contenuto, è fin troppo comodo scambiare la potenziale parte di un percorso con un approdo.
Sono vegano-rispetto gli animali. Ho l'auto elettrica-non inquino. La lista potrebbe essere assai lunga, ma mi bastano due esempi per dimostrare che le cose sono più complesse di come ce le vogliamo rappresentare.
Recuperare il "senso del Sacro", inteso come ciò che è "aldilà" della nostra consapevolezza, appare essenziale. Equivale a riconoscere la nostra "finitezza" che, lungi dall'essere scusante di ogni nostro errore, ci responsabilizza.
Avere "senso del Sacro" vuol dire, inoltre, rendersi conto che esiste qualcosa che trascende i nostri limiti e allo stesso tempo li integra, qualcosa di più grande: e no, non sto parlando di un essere soprannaturale. Chi ha un figlio o ama una persona si rende ben conto di quello che voglio dire.
In definitiva, la nostra storia personale, per quanto rilevante e sensibilmente riconoscibile, non è che una minima parte di ciò che effettivamente siamo.

martedì 16 aprile 2019

L'ossessione della giovinezza

All'arrivo della primavera, quando le giornate erano abbastanza lunghe e le vecchie mura della casa si lasciavano assuefare dal tepore del sole, i miei nonni paterni lasciavano le buie stanze della loro abitazione cittadina e tornavano al paese.
Io, mia sorella e i miei genitori vivevamo al piano superiore di una palazzina costruita agli inizi del secolo scorso: due camere, un bagno e la cucina. Al piano inferiore si ripeteva grossomodo la stessa divisione: era lì che i miei nonni trascorrevano le loro giornate.
Giù il mobilio era rimasto quello degli anni 60', c'era il caminetto sporco di nero e fuligine, nel bagno solo la tazza e un piccolo lavandino.
Mio nonno paterno, di cui porto il nome, aveva un occhio di riguardo nei miei confronti, così come io serbavo grande stima e affetto nei suoi.
Alla sera ci coricavamo entrambi sul vecchio materasso con cuscini imbottiti di lana di pecora: faceva freschetto nonostante la stagione, date le spesse mura di pietra e la mancanza, al piano inferiore, di altri mezzi per scaldarsi all'infuori del piccolo caminetto. Sotto le massicce coperte pareva che l'animo si scaldasse assieme alle membra, e il nonno mi raccontava i "fattarelli": di quando, in guerra, aveva tentato di fuggire dal campo di concentramento tedesco con il suo compagno entusiasta di mangiare patate crude ed erba fresca che a lui, invece, nonostante la fame, continuavano a non garbare molto; poi l'arrivo degli americani, e ancora il celarsi nelle flautolenti fogne prima della fine della guerra.
Ma raccontava anche storielle della tradizione, come quelle del lupo e della volpe, il primo sempre soggiocato dalla più furba seconda.
Lo avrei ascoltato per ore ed ore, se solo il sonno non fosse soggiunto, ineffabile, ad irretirmi tra le sue accoglienti braccia.
Il rispettoso riguardo che tributavo agli anziani era già stato certamente instillato in me dall'educazione dei miei, ma credo si sia radicato ulteriormente in quei preziosi anni.
Non ho mai guardato ai "vecchi" come fardello da accantonare il prima possibile, bensì quale fonte d'ispirazione, cassetti ricolmi di storie da raccontare e da cui trarre preziosi insegnamenti. Certo, fin da bambino vedevo anche i lati negativi della vecchiaia: gli affanni, i volti segnati dal trascorrere del tempo e degli eventi, le malattie. 
Più di questi ultimi, però, mi spaventa la prospettiva di un mondo fatto di soli "giovani", o di individui molto in là con gli anni che vogliono apparire tali. Non amo i bianchi filamenti che strenuamente continuano a spuntare tra la mia non più foltissima e castana chioma: semplicemente li accetto, sono prolungamento della mia essenza, sarebbe assurdo coprirli o mascherarli. Essere performanti, aggiornati, in voga, appare evidentemente un'esigenza comprensibile in una società tutta puntata all'apparenza e al "funzionamento" come la nostra. Bisogna comunque guardarsi dal divenire la caricatura di se stessi, e aderire più ai bisogni intrinseci del proprio corpo ed estrinseci dell'ambiente, che a quelli oramai completamente artificiosi di una società che ha perso di vista questi due fattori nodali. 
La nostra epoca sembra non poter fare a meno dell'ossessione per la giovinezza, nella speranza di vivere per sempre un'esistenza svuotata di qualsiasi significato.
Rimpiango i miei nonni e la loro fiera saggezza, la dignità dei loro anni, delle loro rughe, la pesantezza dell'esperienza, il dolore degli acciacchi che esprimono ancora tutta la forza della vitalità, per quanto al suo crepuscolo.
Io e i miei coetanei saremo, come peraltro già molti altri sono, esteriorità che inevitabilmente declina senza voler soccombere, burattini che lasciano muovere i propri fili dallo schermo di un cellulare, e dimenticheremo, nel frattempo, di vivere il poco che ci resta.

martedì 26 marzo 2019

"Nel Mondo", a modo mio

Scrivo questa breve riflessione mentre mi trovo in una sala d'aspetto per la visita medica di un parente che ho accompagnato. Avrei avuto innumerevoli e più consone circostanze per farlo, ma, tant'è, all'urgenza d'esprimersi non si danno appuntamenti né orari.
Da qualche settimana ho preso la decisione di eliminare i profili "social" sui quali ero attivo, e che tentavo di utilizzare maggiormente per la condivisione dei miei scritti e di altre esternazioni di minor conto ma ad ogni modo rispettose dell'altrui sensibilità. La vita come ben sappiamo è connotata dal serio e dal faceto, e non ho mai ritenuto opportuno ridurre al silenzio quest'ultimo aspetto, che stimo altrimenti assolutamente connaturale alla mia esistenza. Di più, non ho mai preteso, e sarei stato uno sciocco nel farlo, che i "social" fossero univoca espressione di tematiche esistenziali e profonde dissertazioni sulla realtà che ci avvolge. Pur ponendomi sempre con atteggiamento critico rispetto al tipo di uso che se ne potesse fare, ho inteso adoperarli prima per un'umana esigenza di riconoscimento comunitario, anche laddove questa fosse autoreferenziale, e poi perché sostenevo, e continuo a sostenere, che se ne possano trarre fruttuosi esiti sebbene a discapito di potenziali distorsioni negative. Evidentemente queste ultime, per quel che concerne la mia personale condizione nell'utilizzo di tali canali comunicativi, rischiavano di prendere il sopravvento. Mi sono risolto a cancellare i miei profili, dunque, per un insieme di motivazioni che vado brevemente ad elencare.
In primo luogo essi erano una consistente fonte di distrazione, il che non è di per se un elemento malvagio, ma avendo a disposizione moltissime altre e migliori riserve cui attingere al riguardo, i "social" cominciavano ad essermi d'intralcio. Da qualche giorno stavo infatti cercando di immergermi nella lettura di un libro assai interessante e parimenti scritto in linguaggio specifico di non semplice fruizione: ebbene facevo fatica a riuscirvi, ed ogni qualvolta la lettura diveniva eccessivamente impegnativa fuggivo verso lo schermo del mio cellulare in cerca di più facili  scappatoie. 
Ma (quasi) tutto quel che trovavo urtava la mia intelligenza ed emotività, e non da ultimo il buon senso, al punto che cominciavo a chiedermi cosa ci facessi, io, nonostante i tanti miei difetti, in quel grondaio d'approssimazione e malelingue, assorbito dalla giungla d'estemporanee esternazioni sintomatiche d'indisposizioni fisiche ed emotive mal incanalate, nell'assurda pretesa di sviscerare una verità che si voleva assoluta, e che non poteva essere se non relativa. Ci facevo, forse, quel che pochi altri internauti (quale termine obsoleto), con immani difficoltà, si sforzano di fare, ovvero "stare nel mondo" sapendo di farne piena parte, impegnandosi stoicamente nel non lasciarsene cannibalizzare, bensì relazionandosi, per quanto possibile, in maniera dialettica con esso. 
Ebbene, l'elevata soglia di sopportazione, l'erudita impassibilità ottenuta a colpi di vivida e disincantata esperienza, non è mai stata una delle mie migliori qualità. Così ho ceduto alla volontà di mandare tutto quel ciarpame a farsi benedire, ed eccomi qui, a non crogiolarmi giammai nella vile illusione  d'essermi sbarazzato delle tante brutture che permangono nella nostra società, ma augurandomi, quantomeno, d'essermi tolto d'impiccio da una delle tante incongruenze che mi, e ci, contraddistinguono.
Ora, non ricordo bene quale filosofo disse che bisognava guardarsi dal cattivo gusto di voler essere amici di tutti, ma in effetti aveva le sue buone ragioni. Di amici ne ho davvero pochi, credo anche e soprattutto a causa mia. Nonostante questo non amo esprimermi cinicamente, mi piace invece essere educato anche nei riguardi di chi non apprezzo particolarmente, esimendomi, ovviamente, dal prostrarmi con deferenza al suo cospetto. Ma cos'è leggere post feroci, discriminatori, ignoranti, follemente iracondi, goffamente assurdi, vomitevoli sentenze purificatorie che nemmeno la peggior Inquisizione, e starsene lì buoni in silenzio? Cos'è questa se non deferenza o al più indifferenza?
Rispetto il diritto d'opinione di tutti, ma nel merito, laddove ne vedo l'urgenza, sento l'istinto e l'opportunità d'intervenire. Questo bisogno si scontra con la necessità del "quieto vivere" che ugualmente bramo, come la maggior parte dei miei simili. 
Infine estraniandomi da questa parte di mondo virtuale, stavolta in maniera totale, non posso che guadagnarne in termini di tempo, coerenza e salute.
E a tutti coloro che, genuinamente, si ostinano a prenderne parte, rivolgo la preghiera di segnalarmi le proprie manifestazioni, austere o frivole che siano, in modo che io possa fruirne tramite differenti canali. 
Ancora a loro, con riguardo all'ambito delle "reti telematiche sociali" cui ho fatto riferimento in questo scritto, auguro migliore sorte, e maggior saggezza di quanta ne possa aver usata io.

sabato 9 marzo 2019

La perfezione esiste



Un paio di settimane fa gironzolavo ansioso nei pressi del nostro bel castello, nell'arduo tentativo di realizzare una foto che rendesse il senso del movimento, come richiesto dall'insegnate del corso fotografico che sto frequentando.
Stavo per gettare la spugna, quando d'un tratto mi ha travolto quello che, con un eufemismo, potremmo definire un "gran colpo di fortuna": un bimbo sguscia fuori da un vicoletto, inseguito dal suo cucciolo preferito. Un momento estatico, di gioia assoluta, che parla da solo.
Ho colto quel momento, l'ho fissato nell'obiettivo della mia macchinetta, lasciandone intatto il ritmo, il battito, il senso.
Forse la perfezione esiste, anche se dura solo un attimo, il tempo di non lasciarle crescere attorno altre idee che la soffochino.
Un po' come quando, da bambini, si correva senza alcuna meta,  con il sudore che grondava copioso dalla nostra fronte.
Alla ricerca di nulla.
Tutto quello di cui sentivamo il bisogno, era racchiuso in quell'attimo.

giovedì 7 marzo 2019

Gli affreschi del castello di Gambatesa e un mistero ancora irrisolto



Nel 1656-1657 anche Gambatesa, come tutto il Regno di Napoli, fu colpita dalla peste.
All’epoca nel nostro territorio vigeva l’obbligo, ancor prima che la consuetudine, di ricoprire con la calce viva le mura interne, al fine di “disinfettare l’ambiente”. Tale pratica è testimoniata dai colpi di piccozza visibili ancora oggi su alcune pareti del castello, attuati proprio per permettere alla calce di aderire meglio.
Tradizionalmente, e forse in maniera approssimativa, si ritiene che da quel momento fino al primo intervento di restauro interno, avvenuto tra il 1977 e il 1978, tutti gli affreschi siano stati ricoperti dall’ossido di calcio e da diversi strati d’intonaco addizionati nel corso degli anni. Questa tesi è suffragata dalle testimonianze di chi ha preso parte al primo intervento di restauro, da molti di coloro che frequentarono il castello tra gli anni 50’ e 70’, nonché dalla penuria di documenti storici che facciano menzione delle raffigurazioni pittoriche.
In realtà già nel suo “Apprezzo del feudo di Gambatesa”, realizzato tra il 1697 e il 1698, nel descrivere il nostro castello, Giuseppe Parascandalo affermava: “s’entra in una sala quadra con intempiatura, muro pittato a friso, a destra, ed in testa di detta sala, vi sono quattro stanze con intempiatura”.
A poco più di quarant’anni dall’avvento della peste, dunque, almeno alcune porzioni di affresco dovevano essere nuovamente ben visibili.
Inoltre, spesso le memorie riportate si rivelano discordanti: alcuni anziani con cui ho avuto modo di chiacchierare al riguardo, ricordano che, tra gli anni 50’ e 60’ del secolo scorso, determinati affreschi erano distinguibili.
Oggi, grazie all’instancabile lavoro di ricerca del Prof. Salvatore Abiuso, custode della biblioteca comunale, abbiamo un nuovo elemento che va a complicare ulteriormente questo già intricato enigma: un documento ufficiale del 1933, reperito nell’archivio storico del comune, riporta una descrizione sommaria del nostro maniero, nelle cui righe finali si legge “alcune sale contengono degli antichissimi affreschi, discretamente conservati”.
Ebbene, nel 1933 diversi affreschi si vedevano, e chiaramente.
È possibile che negli anni 70’, come sembra testimoniare la foto riportata a corredo di quest’articolo, non fosse più così? Erano stati nuovamente ricoperti e intonacati? Se così fosse, quale fu il motivo, e quale il periodo della nuova intonacatura?
Allo stato attuale delle cose, non è possibile rispondere univocamente a queste domande.
Quello che appare certo, però, è che i pregiati lavori di Donato Decumbertino abbiano traversato alterne vicende, uscendo in qualche modo “vincenti” e, per lo più, indenni dall’incessante scorrere del tempo e degli eventi.

La vecchia bottega d'un sarto



Intonaci color catrame chiaro tappezzati di ritagli di giornale, calendari di un'altra era, foto ingiallite ma più vive del ragazzetto con l'iphone che attraversa la strada.
Le grandi e scure macchine da cucire forgiate in ferro pesante, busti di manichini imbottiti, carichi di cappotti cammello e tessuto scozzese.
L'aria odora di tabacco bruciato, che fuma da una sigaretta di cui è rimasta per lo più cenere. Un uomo sulla sessantina lavora placido e accorto: pare che al di fuori di questo momento, di questo spazio fiabesco e inafferrabile, non esista null'altro.
Sarà l'effetto che trasmette chi ama ciò che fa.
Il sentore di un mondo che, lentamente ma in maniera inesorabile, continua a scomparire.

Il suono del noce



C'era un grande noce che affondava le sue robuste radici affondo nell'aspro terreno, di fronte alla radura.
Le sue fronde si muovevano grevi al debole soffio del rovente vento estivo.
Piccoli uomini dalla forza erculea dissodavano il suolo intorno: affondavano con veemenza i propri arnesi nella terra riarsa dal sole cocente.
La pelle scura cotta dal duro lavoro quotidiano, le piaghe sul volto, i calli sulle grosse mani.
I bambini si riposavano nell'ora più calda, giocando ad acchiapparella sotto l'ombra refrigerante del "grande vecchio".
Le donne stendevano la tovaglia su un timido prato pagliericcio, poco discosto. Tagliavano il pane e il formaggio fresco di capra, versavano il vino.
Si lavorava poi ancora, per ore ed ore, e giungeva il tramonto, che illuminava i lunghi passi che conducevano al ritorno, a casa. Poco più che un ovile.
Una partita a carte, una zuppa di fave, due chiacchiere prima di coricare le proprie membra stanche, per attendere un nuovo giorno.
Il grande noce restava lì silente, quieto. Solo le foglie bisbigliavano qualche mormorio di tanto in tanto.
E quando lo facevano, il loro suono giungeva alle finestre aperte dei braccianti: così sentivano la voce del vecchio, imperturbabile  arbusto, che tenue augurava loro un po' di riposo, durante la breve notte.

Dove stiamo andando?



"Ci sono storie da raccontare che non sono canzoni".
Così leggevo qualche anno fa, in un bel libro del giornalista musicale Niall Stokes. Una frase lapidaria per riaffermare che non tutto può essere condensato in una rappresentazione artistica della realtà, sia essa un dipinto, un'opera lirica o una qualunque altra manifestazione "estetica".
L'arte, in tutte le sue variegate sfaccettature, ha sempre avuto molto a che fare con la vita quotidiana, con le problematiche umane, più o meno profonde.
In un periodo storico in cui l'arte preponderante da un punto di vista mediatico ha smesso di occuparsi di questioni esistenziali, se non con vaghi riferimenti di circostanza a dir poco approssimativi, non mi stupisco affatto della deriva generale che sta prendendo la società in cui viviamo.
C'è chi si riferisce agli "altri" come a dei "barbari", ovviamente nell'accezione deteriore del termine, da scacciare a qualunque costo. D'altro canto c'è anche chi inauditamente non percepisce, o finge di non percepire, tensioni tumultuose in seno alla comunità, non certo giustificabili nelle loro aberranti esternazioni di ignoranza, ma comprensibili alla luce di mancate risposte e assordanti silenzi da parte delle istituzioni e della migliore "intelligentia" globale.
Alcune questioni affondano le proprie radici nella natura stessa dell'uomo, oltre che in processi storici lunghi secoli se non millenni. E sono complicate da affrontare.
Non sarò mai dalla parte di chi dimentica innanzitutto di essere Umano, di dover usare la ragione e la coscienza, puntando sempre alla migliore soluzione possibile per il bene comune (ovvero di tutti, nessuno escluso).
Chi, d'altra parte, snobba tali problematiche ergendosi sul tetto del proprio benessere, coltivando la non curanza, non fa altro che fomentare posizioni di odio e rancore.
Dove stiamo andando? Esattamente dove ci portano due nemici agli antipodi, ma che lavorano bene insieme: l'indifferenza e la rabbia.

Non di solo pane, ma anche



Siamo nel periodo di raccolta delle olive (tempo meteorologico permettendo), e dunque mi pare opportuno esternare una considerazione che mi porto dietro da qualche anno.
Non di rado mi è capitato di leggere e sentire sedicenti intellettuali apostrofare sarcasticamente l'olivicoltura o la vendemmia, lasciando intendere che si tratti di attività da villani (nel senso deteriore che il termine ha assunto) ignoranti.
Certo, nessuno vuol mettere in dubbio che esistano questioni estremamente più importanti e dirimenti, e che bisogni nutrire il proprio intelletto anche con ben altri contenuti.
Ma è giusto mancare di rispetto, senza fare alcuna distinzione, a chi si impegna personalmente per la raccolta e trasformazione dei prodotti della propria terra?
Fin dall'antichità l'olio di buona qualità era considerato foriero di proprietà benefiche, se non addirittura terapeutiche, per il nostro organismo.
Alla luce delle più moderne ricerche, tale tesi è stata rafforzata, e un misurato consumo di tale prodotto è altamente consigliato dagli specialisti.
Senza considerare la portata sociale e culturale che tali pratiche rivestono, specie se ancora attuate in maniera tradizionale, consiglio a questi arroganti tuttologi di rimboccarsi le maniche, salire su un albero, cogliere il frutto, riporlo nelle cassette e trasportarlo al frantoio per la molitura.
Il loro fisico e la loro mente non potranno che trarne benefici.
Se poi preferiscono l'olio "lampante" venduto a 3 euro nei supermarket o il vino colmo di solfiti, beh ognuno ha i suoi gusti e la sua salute!
Un'ultima cosa: a volte si impara più da una dura giornata di lavoro in campagna, che in un tanto sofisticato quanto banale convegno.

Re-Mazzarò (2018)



Le "cose" non hanno un valore intrinseco, se non quello che noi attribuiamo loro. È banale, ma ogni tanto bisogna ricordarsene.
Essere eccessivamente attaccati ad un oggetto può essere sintomo di superficialità, o addirittura di avarizia, come nella novella di Verga.
Ma anche l'atteggiamento inverso ha in sé qualcosa di deleterio. Una pratica che, specie nel 2018, nonostante la crisi di valori e il venir meno di un retroterra solido su cui porre delle basi progettuali d'esistenza, è sempre più accentuata dall' esasperato consumismo che ci contraddistingue.
Per questo mi piace "prendermi cura" delle mie cose: pensare che alcune di queste mi accompagnano da tanti anni, e sono ancora in buone condizioni, mi aiuta a riconciliarmi con i sacrifici che i miei nonni e i miei genitori hanno affrontato per farmele avere.
Ecco che alcuni oggetti acquistano valore, e ovviamente non si tratta tanto di un valore economico, quanto affettivo collegato a sua volta ad un atteggiamento "etico".
No, di qui a cent'anni non la porterò certo via con me "la roba", come voleva fare Mazzarò.
Ma nemmeno la getteró il giorno dopo nel cestino, in nome dell'iphone all'ultimo grido o di un maglione griffato da 300 euro.
La novella di Verga che studiammo a scuola è ancora estremamente istruttiva, dal mio punto di vista, e rileggendola nel contesto odierno vi scorgo una  doppia critica: l'una rivolta a chi enfatizza il valore dei beni materiali, l'altra a chi li dà per scontati.

Perché non siamo Sanniti



Amare la propria terra e interessarsi alla sua storia, come il non conoscerla affatto, potrebbe indurci nella facile tentazione di rievocare delle "gloriose" origini e mitologiche discendenze.
Spesso il Molisano si autodefinisce Sannita, supponendo, a volte anche in buona fede, di essere l'erede di un "popolo" celebre per la strenua resistenza che oppose alle più numerose masse romane, di lì a poco assurte a ruolo dominante nell'Occidente europeo.
Se la rilevanza storica e la complessità organizzativa della società sannita non possono essere messe in discussione, alla luce dei più recenti studi, delle evidenze archeologiche, e della semplice analisi dei fatti (le genti italiche che per secoli misero in difficoltà i romani non potevano certo essere un popolo di rozzi pecorari), lo stesso non si può dire della presunta stretta connessione che intercorrerebbe tra i moderni Molisani e questi ultimi.
I Molisani non parlano una lingua elaborata partendo da quella sannita, bensì una lingua figlia del latino (in uso ai Romani) e di varie contaminazioni successive.
I Molisani non professano una religione politeista sul modello sannita; "nemmeno i Romani", obietterà qualcuno. In realtà, come molti di voi sapranno, a partire dai primi anni del IV secolo d.C. il Cristianesimo si diffuse ampiamente nell'Impero, divenendo inesorabilmente la religione di Stato.
Infine da un punto di vista prettamente scientifico probabilmente gli attuali Molisani sono tanto simili agli antichi Romani che ai Sanniti.
L'unico elemento, peraltro non da poco, che condividiamo con il popolo sannita è parte del territorio in cui si era stanziato. Ma della cultura sannita, della sua celebre "resistenza" in quanto "popolo", e non come virtù individuale, poco ci è rimasto.
Faremo allora bene ad interessarci più al nostro territorio nel tentativo di conoscerlo e valorizzarlo, spingendo in tal senso su una politica locale e centrale che lo ha sempre snobbato quando non denigrato, piuttosto che richiamarci ad un passato illustre che non ci appartiene, se non per motivazioni geografiche ed ambientali.
Ed è proprio in virtù della rilevanza di tali motivazioni, e di tante altre positive componenti, che non possiamo crogiolarci nella nostalgia di un'antica grandezza, ma dovremmo batterci per il miglioramento di una preoccupante situazione presente, e per la mancanza di una prospettiva futura.