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domenica 13 novembre 2016

In guerra per amore: un' accurata analisi storica, scandita da emozioni e tante risate



Non sono un esperto di cinema, ma credo di poter serenamente affermare d'aver visto un gran bel film ieri sera.
Si tratta di "In guerra per amore", di Pierfrancesco Diliberto (Pif). 
Premetto che non sono un amante di gran parte del cinema contemporaneo italiano, e per lo più mi appassionano i film di fantasia, ma ieri sotto la "pressione" della mia saggia e dolce Chiaretta mi sono lasciato tentare da questo lungometraggio, e sono uscito dalla sala davvero felice di aver speso sette euro, e meno di due orette del mio tempo a guardare quest'opera sorprendente.
Senza svelare la trama, vi dico solo che la pellicola riesce a condensare in un'ora e quaranta di proiezione uno spaccato importantissimo della storia del nostro paese, in particolare dello sbarco americano in Sicilia durante la seconda guerra mondiale, e delle connessioni che ciò ha comportato con la rinascita e il rafforzamento della mafia, e dei suoi rapporti con la politica e lo Stato.
Il tutto raccontato in maniera oserei dire eterea, senza alcuna pesantezza, lasciando intatta la rilevanza e profondità del tema trattato. Per di più Diliberto riesce a farci morire dal ridere con i suoi personaggi stravaganti ma quantomai realistici, a tenerci attaccati allo schermo, con uno svolgimento della trama serrato e per nulla banale, e soprattutto riesce a farci riflettere, e a spiegare in un film tutto sommato "leggero" una parentesi storica che perdura ancora oggi, facendolo meglio di molti libri scolastici. Ecco, se fossi un insegnante di storia non perderei nemmeno un attimo, e porterei i miei allievi a guardare questo film, a prescindere dalla loro età, perché la narrazione è accessibile anche ai più piccoli.
Col sottofondo costante della storia d'amore, attraversando situazioni comiche e farsesche tipiche della migliore commedia italiana, "In guerra per amore" in realtà non è altro che un avvincente film storico, analitico e puntuale nel racconto dei fatti. 
Concedete una chance a questo regista e a questo film, non ve ne pentirete!

sabato 5 novembre 2016

Chitarra, voce e magia: dieci pezzi acustici imprescindibili

Avvolto dalla noia che di sabato pomeriggio s'addice al falso venticinquenne che sono, ho pensato di far in qualche modo fruttare questo tempo, proponendovi una lista di dieci canzoni acustiche che a me piacciono molto, e che magari non tutti conoscete. Siccome ce ne sono centinaia bellissime, preferisco omettere quelle che mi paiono più scontate. Senza dilungarmi troppo, eccovi le tracce:

- Society, Eddie Vedder


-Hurt, Johnny cash (cover Nine Inch Nails)


-Mr.Tambourine man, Bob Dylan


-Fat old sun, Pink floyd


-Creedence Clearwater Revival, Have you ever seen the rain


Fink, Perfect Darkness


-Sixto Rodriguez, Crucify your mind


-Led Zeppelin, Stairway to Heaven


-The blower's daughter, Damien Rice



-Green eyes, Coldplay





giovedì 27 ottobre 2016

Ecco perché il Nobel a Bob Dylan non è giusto, ma Sacro-Santo!



Ora che i toni si sono abbassati, che non se ne parla quasi più, mi sento di tirare giù due righe sulla questione "Premi Nobel per la letteratura 2016", come tutti sapete assegnato al cantautore Robert Allen Zimmerman.
C'è stato un marasma di polemiche su tale decisione, e ad oggi non ho ancora capito bene quale sia il motivo.
Dylan non è uno scrittore? Ma scherziamo?! Uno che nella sua ormai cinquantennale carriera ha scritto centinaia, forse migliaia di testi, libri e quant'altro, credo possa autorevolmente definirsi un autore, e più prolifico di molti altri suoi colleghi che si dedicano solo all'arte della penna! (O meglio, oggi tastiera!)
Ci sono scrittori contemporanei migliori di lui? Io non sono un grande lettore, e potrebbero essermi sfuggiti narratori talentuosi tanto quanto il nostro Bob, o più di lui. Ma al di là della questione del gusto personale (grazie al quale tutto in questo campo è arbitrario), lascio che siano le parole di Zimmerman a difendere la sua bravura, citando giusto qualche verso:



"Guardo il tuo mondo di persone e cose, i tuoi poveri, i contadini, le principesse e i re.
Ti ho scritto una canzone che parla del buffo mondo che abbiamo davanti.
Sembra ammalato, è affamato, stanco, dilaniato... sembra morto ma è appena nato." (Song to Woody).


"Quante strade deve percorrere un uomo
prima che tu possa definirlo un uomo?
E su quanti mari deve volare una colomba
prima di riposare sulla terraferma?
E quante volte devono fischiare le palle di cannone
prima di essere proibite per sempre?
La risposta, amico mio, ascoltala nel vento,
la risposta ascoltala nel vento." (Blowin'in the wind).





"..la mia stanchezza mi sorprendei miei piedi sono segnati
non ho nessuno da incontrare e le antiche strade vuote
troppo morte per sognare.
Portami in viaggio sulla tua nave magica ondeggiante,
i miei sensi sono denudati le mie mani non sentono la presa,
i piedi insensibili per camminare
aspettano soltanto che i tacchi
incomincino a vagare.
Sono pronto ad andare ovunque
sono pronto a svanire
nella parata di me stesso" (Mr. Tambourine man)


Ho messo le prime tre che mi passavano per la testa, ma la lista sarebbe lunghissima. Ecco cos'era e cos'è ancora oggi Bob Dylan (scrive testi incantevoli tutt'ora, a settantacinque anni), un artista e un poeta, prima che un menestrello e cantautore. 
Quindi, per favore, prima di vomitare sciocchezze su chi ha compartecipato a sdoganare la letteratura contemporanea, soprattutto rendendola fruibile anche alle grandi masse, ascoltatela un po' questa buona musica, queste intense parole. 
E, rivolgendomi agli scrittori che si sono risentiti e hanno commentato sbigottiti la notizia ricevuta, smettetela di rosicare... e come direbbe il buon Robert "non criticare quello che non puoi capire!"


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venerdì 30 settembre 2016

Domenica 2 ottobre: SushaFire e Streight Leg in concerto a Gambatesa!



Questa domenica i SushaFire tornano ad esibirsi live, in Piazza a Gambatesa.
Prima di loro suoneranno i giovanissimi Streight Leg, accompagnati per l'occasione dall'esordiente Marco Scocca.
Non mancheranno le sorprese, con esibizioni di altri musicisti che avrete modo di scoprire quel giorno stesso!
L'appuntamento è alle 17-17 e 30, sulla rotonda della villa.
Vi aspettiamo numerosi, per passare assieme un pomeriggio pieno di rock, funky, blues, e tanto divertimento!!! A domenica!


mercoledì 21 settembre 2016

"Francesco di Bella & ballads Cafè"



Dopo aver "attraversato" lo stretto della manica per disquisire amabilmente di alcuni protagonisti musicali di quei luoghi piovosi ed umidi, mi sento di tornare alle colline e agli orizzonti nostrani, non meno bagnati ultimamente.
Torniamo in Italia, ma in effetti, almeno figuratamente, non ci allontaniamo troppo da quelle atmosfere dense di nebbia e pioggerellina battente, tipiche delle terre britanniche.
Già, perché l'egregio lavoro di Francesco di Bella, ("Francesco di Bella & Ballads Café") ha più il suono del vento mentre addensa le nuvole, che del sole che le dirada.
I cantanti malinconici mi sono sempre piaciuti tanto: in realtà non oso nemmeno immaginarlo un'artista che non sia melanconico; sarebbe come vedere un leone che non ha fame, una lepre che non corre, un pesce che non nuota. In sintesi, sarebbe il venir meno di un istinto naturale, senza il quale ognuno di questi animali non sarebbe ciò che è in realtà. E per come la vedo io un artista o è malinconico, o semplicemente non è. Punti di vista.
Venendo a noi, e alla musica, ci troviamo difronte ad undici brani, per lo più acustici e in dialetto napoletano, confezionati con maestria e cura, ma soprattutto scritti sull'anima e cantati con la pancia e con cuore.
L'empatia ha molto a che vedere con quello che amiamo o meno, e canzoni come "Vesto sempre uguale", "La costanza", "Luntano" "L'alba" riescono a suscitare in me un'inconsueta unità di vedute e sentimenti col cantautore partenopeo. Francesco di Bella si mostra, a mio parere ancora meglio di quanto avesse fatto con i 24 Grana, come arguto autore, grande interprete, e fine musicista.
La semplicità strutturale della sua opera, e il fatto che senza alcun orpello stia in piedi perfettamente, denota una bravura sopra alla media, e una sensibilità fuori dai canoni della normalità.
Con il suo volto giovanile e fresco, nonostante un' età non più giovanissima,come un novello Peter Pan, Di Bella attraversa, senza alcuno sforzo e con considerevoli risultati, tutte le sfumature che sono la cifra del suo stile musicale: dal folk di matrice americana ("Accireme"), passando per le atmosfere New wave inglesi, il Reagge, la canzone d'autore italiana (con tanti riferimenti musicali al conterraneo Pino Daniele), fino ad arrivare alla tradizionale canzone popolare napoletana, intrisa di quella tristezza viscerale, che così bene racconta le sfumature più profonde dell'animo umano.
Se pensate che la frivolezza sia l'essenza della vita, sebbene non avrete mai il coraggio di ammetterlo, lasciate perdere questo disco, lasciate perdere questa "recensione". Il blog di Selvaggia Lucarelli, o chi per lei, saprà sicuramente rendervi più incoscienti e felici, così come le canzonette di Justin Biber.
Ma se avete voglia di conoscere e condividere gli stravolgimenti e le dinamiche del nostro lato più recondito, per tornare in superficie un po' più maturi e consapevoli, o semplicemente, se avete voglia di ascoltare qualcuno che "canta pe' nun suffrì", allora mettete su questo disco, e magari  accompagnatelo ad un buon bicchierino di vino nostrano. La vostra salute, mentale e fisica, ve ne sarà grata.

venerdì 16 settembre 2016

Brit rock (moderno): i migliori 10!

Brit rock (moderno): i migliori 10!

Considerato che la mia mini classifica riguardante le migliori cinque cover rock sia stata apparentemente apprezzata, e che in questi giorni non ho né la voglia né l’ispirazione per affrontare tematiche più rilevanti, ho deciso di continuare in questo simpatico passatempo di raccontarvi alcuni attori della scena musicale che mi stanno particolarmente a cuore.
E visto che ciò non mi comporta alcuna fatica mentale, e mi sento piuttosto convinto delle mie preferenze in tale "categoria", ho deciso di parlarvi delle mie dieci band “Brit rock” preferite.
Ho ritenuto più opportuno dividere, del tutto arbitrariamente, il Brit rock in due distinte categorie temporali, al fine di semplificarmi il “lavoro”, e anche di non mischiare la carne col pesce: Gruppi Brit-rock moderni (nati o comunque consacratisi musicalmente dopo la fine degli anni 80’), e Gruppi Brit-rock classici (ovvero tutti quelli che sono venuti prima).
Oggi butterò giù la mia personale classifica della prima serie, e mi riprometto (chissà, tra un paio di giorni o forse un paio di mesi) di stilarne successivamente una tutta dedicata alle formazioni più “esperte”.

Dunque bando alle ciance, e lasciamo spazio alla musica!

10-The Verve: della band originaria di Wigan possiedo in realtà un solo album, il celebre “Urban Hymns”, e onestamente mi è bastato per porli alla base della mia personale classifica. Ciò per tre fondamentali considerazioni: innanzitutto i Verve trascendono l’etichetta di semplice gruppo brit, tenendo in sé un respiro musicale molto più ampio ed internazionale; in secondo luogo la band Richard Aschroft non era poi così “figa”, e a me quelli che passano tre quarti dei propri dischi a vantare le proprie presunte qualità adulatorie ed il proprio essere “in”, hanno sempre un  po’ annoiato (forse perchè sono invidioso!). E ultima, e più importante motivazione, i Verve hanno scritto almeno cinque pezzi che vanno molto al di là della canzone mediamente bella (per chi fosse curioso li cito: “A New decade, History, Sonnet, The drugs don’t works, Bitter sweet symphony).




9-Mogwai: Se i Verve rappresentano per molti versi l’aurea Pop della musica brit, i Mogwai, almeno inizialmente, hanno incarnato le tensioni più decisamente Post-rock dell’ambiente britannico. Dischi come “Mogway young team” e “Come on die young” sono imprescindibili per coloro che si dicono amanti della cultura post-rock.


8-Travis: gusto personale e dl tutto opinabile, ma i Travis a me sono sempre piaciuti molto: sarà per la dimensione intima delle loro composizioni (ascoltare l’album “The man who” su tutti), sarà perché il mio maestro di chitarra mi faceva suonare spesso “Sing”, ad ogni modo per me l’ottavo posto è il loro.



7-The Libertnes: alla band del “tenebroso” Pete Doherty va riconosciuta un’indubbia rilevanza storica, anche se forse (almeno al principio) non se n’erano accorti nemmeno loro! Sì, perché in un periodo in cui (i primi anni duemila) band americane come Strokes e White Stripes si contendevano il piedistallo della scena musicale giovanile internazionale, i buoni Libertines si sono prepotentemente intromessi in quella stessa scena, con la vitalità e l’entusiasmo che solo gruppi rock loro connazionali hanno avuto in passato (The Jam, Clash ecc. ecc.), e hanno ribaltato i riflettori nuovamente sul rock d’oltre manica. E poi, sono il gruppo ,così detto Brit, che forse più di tutti gli altri ha portato con sé gli stilemi e la grande eredità del Punk.



6-Franz Ferdinand: alla prorompente energia elettrica dei The Libertines, i quattro ragazzi di Glasgow devono sicuramente tanto, ma probabilmente devono ancora di più a quegli stessi gruppi “punk” che citavo prima, i Jam su tutti,  e anche un po’ alla classe dei crooner anni 50’. Aggiungete un pizzico di funky, post-punk e New wave, e la magia è fatta: non potrete non amare i Franz Ferdinand!



5-Coldplay: questa era l’unica posizione sulla quale non mi sentivo del tutto convinto. Posso sbattere, mi dicevo, i Coldplay al quinto posto!? Insomma, probabilmente parliamo della band inglese che ha avuto più successo negli ultimi quindici anni. Poi mi sono detto che dovevo farlo, perché i primi cinque semplicemente, ad oggi, mi piacciono di più. Chris Martin and co., come tanti altri loro colleghi, si sono lasciati forzare la mano dalla sete di successo, e dal volerlo mantenere. Così, diciamocelo, hanno fatto dei dischi davvero al di sotto delle loro possibilità (Ghost stories vince in assoluto il cucchiaio di legno del peggiore). Questo però non toglie che abbiano realizzato capolavori come “Parachutes” e “A Rush of blood to the head”, e, che nonostante si siano dati ad un Pop sempliciotto e troppo commerciale, rimane ancora difficile cambiare stazione quando alla radio passano un loro brano.



4-Oasis: della controversa storia dei fratelli Gallagher potremmo parlare per ore. Ma io sono un fan degli U2, ed in onore alla storica rivalità tra le due band (sebbene seconda a quella con i Blur), taglierò corto: gli Oasis avevano delle enormi potenzialità, e in più di un’occasione l’hanno dimostrato. Che ascoltiate “Definitely Maybe”, o “(What’s the story) Morning glory?”, vi sarà comunque ben chiaro che siamo di fronte alla band dalla caratura pop più elevata dopo i coldplay. Solo che a differenza loro hanno compiuto meno passi falsi. Poi il resto lo lascio alle riviste di gossip…



3-Muse: Sicuramente sono (o quanto meno sono stati) la band maggiormente influenzata dal Ghotic e dalla New wave che abbia avuto (e matenga) successo dai primi anni duemila sino ad oggi.
Anche loro si sono lasciati svezzare dallo showbuisness, ma va riconosciuto che lo abbiano fatto in maniera più coerente e poliedrica dei sopracitati Coldplay. Proprio la loro eterogeneità musicale, affiancata ad una bravura senza confini (che dire di Matthew Bellamy come cantante e chitarrista?!) mi ha spinto a concederli questo meritato terzo posto.


2-Blur: Stiamo parlando di Brit-rock, no? Bè per me loro sono quelli che da sempre hanno corrisposto di più a questa definizione, pur lasciandosi andare a sperimentazioni e innovazioni.  Il loro sound è unico e riconoscibile, e hanno saputo sfilarsi dalla definizione di gruppo Brit-Pop adolescenziale, per diventare qualcosa di molto più grande.
Con tutte le cadute che ne sono poi conseguite, per me “Parklife” e l’omonimo “Blur” rimangono in assoluto i capisaldi del genere di cui stiamo parlando.



1-Radiohead: Quando penso alla musica mi viene sempre in mente qualcosa di piccolo che sa diventare grande nell’animo di chi l’ascolta. È un po’ quello che capita con i Radiohead.
 Nell’arco di oltre vent’anni di onorata carriera ci hanno saputo far emozionare, arrabiare, sentire spaesati e a casa nostra, e rimangono ancora oggi uno dei gruppi più moderni che ci siano in giro.

Per di più, sebbene abbiano raggiunto un successo planetario, hanno saputo rimanere fedeli a quello che facevano sin dagli inizi, facendolo magari anche meglio: realizzare musica che piacesse prima di tutto a loro: e credetemi, già solo questo varrebbe il primo posto!


mercoledì 14 settembre 2016

Meglio dell'originale? Le mie cinque cover rock preferite

Immagine presa da internet


Meglio la cover o l'originale?
Diverse volte mi sono posto questo interrogativo, trovandomi difronte a reinterpretazioni di brani, più o meno famosi, a dir poco eccezionali.
In generale credo sia difficile superare l'incisione di chi una canzone l'ha scritta, pensata, vissuta, e composta. Fare musica e creare una composizione musicale è un po' come crescere un figlio e lasciargli fare la sua strada quando viene il momento: difficile che qualcuno gli voglia più bene dei propri genitori (sebbene non impossibile), ma una volta diventato grande sta a lui decidere in che modo esplicare al meglio le proprie capacità.
Così capita con la musica: si può realizzare una grande canzone, ma una volta che la si lascia andare (pubblica) in un certo senso è lei stessa a decidere se e da chi farsi reinterpretare (ovviamente col consenso dei genitori naturali), richiamando il presunto artista tramite le sue qualità sonore, di scrittura, ecc.
Per farla breve ho deciso di stilare una sorta di classifica delle mie cover preferite, alcune più conosciute ed altre meno, nella speranza che, se qualcuno di voi non avesse già avuto modo di apprezzarle, possa farlo attraverso questo piccolo articolo: Buon ascolto!

5- Love (J. Lennon) cantata da Beck:
Per puro caso ho trovato in rete questa bella ballad dell'indimenticato John Lennon, reinterpretata da uno dei cantautori contemporanei più apprezzati: Beck. La sua soave delicatezza, e il sound ipnotico ed accattivante, mi hanno spinto ad inserirla tra le mie migliori cinque


4- Helter skelter (Beatles) suonata e cantata dagli U2:
Potevo escluderli dalla mia personale classifica? Lo sapete che in fondo sono un nostalgico! Al di là delle battute a mio modesto parere il pezzo è stato ulteriormente arricchito da questa reinterpretazione, molto rispettosa dell'originale ma in pieno stile U2 di fine ottanta!



3-Space Oddity (D. Bowie) cantata da Chris Hadfield:
Forse è un'eresia, e qualche fan accanito di Bowie mi lincerà per questo, ma trovo la versione di Hadfield ripulita da tutti quei suoni kitsch dell'originale, e più diretta al cuore



2-Hey joe! (Canzone popolare) cantata e suonata dai The Jimi Hendrix Experience:
Una delle interpretazioni di puro rock più belle di sempre!



1-Hurt (Nine Inch Nails) cantata da Johnny Cash:
Rick Rubin alla cabina di regia, The Men in Black con la sua chitarra, la sua voce, la sua interpretazione, i suoi settant'anni, al microfono... devo aggiungere altro? Non credo, basta ascoltare




venerdì 9 settembre 2016

Giorgio Canali e Rossofuoco, "Perle per porci"





Grazie ad un amico, appassionato di musica come me, ho avuto la possibilità di conoscere Giorgio Canali e i Rossofuoco.
Dopo aver apprezzato il suono scarno ma netto di alcune sue canzoni, e l'arguzia introspettiva dei testi, mi sono lanciato ad occhi chiusi sul suo ultimo album, che poi ho scoperto raccolta di cover.
Comunque "Perle per porci" non ha deluso le mie aspettative, dimostrandosi un lavoro alternative rock di alto livello, dove i testi talvolta crudi e paradossali s'incastonano perfettamente con le chitarre distorte, le linee di basso avvolgenti, e le parti di batteria incredibilmente incisive.
Inoltre quello che preferisco di questi artisti è la loro propensione per atmosfere new wave e post-punk, così difficili da rintracciare nel panorama musicale italiano d'oggi.
Attenzione però: chi crede che si tratti solo dell'ennesimo gruppetto dalla verve smaccatamente indie, che evaporerà nel giro di un paio d'album, si sbaglia di grosso: Giorgio Canali vanta una carriera oramai ultra ventennale, e con i Rossofuoco ha pubblicato ben sette dischi. Ciò per dirvi che questo lavoro, così come il suo autore e la band che lo hanno prodotto, trascende dalle mode del momento e gode di una profondità di prospettiva, testuale e musicale, che pochi artisti sono capaci di produrre.
Oltre la voce profonda ed espressiva del cantautore romagnolo, e gli ottimi arrangiamenti dei suoi musicisti, chi concederà almeno un ascolto a quest' album avrà anche la possibilità di conoscere ottimi pezzi praticamente ignoti per i più, qui rivisitati con fulgore e sentimento, nel tentativo di renderli almeno un po' più noti, visto che il grande pubblico spesso non sa apprezzare perle di così rara bellezza. Perle per porci, per l'appunto.
Dalle tracce più tirate ("Canzone dada", "A. F. C.") alle ballad intrise comunque di puro e sano rock ("Tutto è così semplice", "Mi vuoi bene o no") Giorgio Canali non sfigura affatto al cospetto dei suoi ben più celebri corregionali, Vasco e Ligabue su tutti.
A questi ultimi io consiglierei, nel caso in cui non lo facciano già, di dare una gran bell'ascoltata a questo disco di Giorgio Canali, e, perché no, magari pure ai precedenti: non si sa mai che anche a loro torni l'ispirazione per scrivere grande musica.




venerdì 2 settembre 2016

Il mio anno di Servizio Civile


Martedì prossimo avrò concluso la mia esperienza nell'ambito del Servizio Civile Nazionale. Non sono solito tirare le somme di ciò che ho fatto in passato, ma in questo caso mi sento di farlo, anche perché vado molto fiero del mio operato durante questo periodo, e di ciò che ho imparato.
Io e la mia collega Chiara Di Ielsi abbiamo preso sin da subito con grande serietà questo impegno, dedicandoci alla ricerca degli anziani che avessero bisogno della nostra assistenza, casa per casa. Siamo riusciti a trovarne almeno venti, quindici dei quali hanno usufruito settimanalmente (due ore alla settimana ognuno) dei servizi da noi offerti: pagamenti bollette, commisioni di ogni tipo, ritiro ricette mediche e medicinali, accompagnamento per visite mediche, aiuto per uscire a fare una passeggiata, per alzarsi, scendere le scale, vestirsi, prendere le medicine, prepararsi la colazione, prendere la legna, spostare suppellettili, avere un pò di compagnia e tanto altro ancora.
Abbiamo realizzato progetti che si ponevano come obiettivo la rivalutazione del ruolo dell'anziano all'interno della società: non più un fardello messo il più possibile da parte, come spesso capita, ma linfa vitale per le nuove generazioni ed il loro futuro, grazie alla grande esperienza, umiltà e dignità, acquisite da chi nella vita ha attraversato problematiche che noi ragazzi di oggi possiamo solo immaginare. In tal senso abbiamo realizzato il progetto "Ti racconto una favola", mettendo in comunicazione gli anziani con i bambini delle scuole e non solo, facendoli partecipare entrambi ad un incontro dove i più piccoli hanno avuto l'opportunità di ascoltare i propri nonni riguardo il passato del proprio borgo e del proprio castello. Ne sono conseguiti un libretto ed un video animato che raccolgono in maniera sommaria i punti salienti della storia del nostro paese.
Abbiamo, dopo tanti anni, organizzato un'uscita presso il santuario di S. Lucia a Sassinoro e Pietrelcina, dove gli anziani hanno avuto modo di coniugare la fede e la religiosità che li contraddistingue, con l'allegria e la gioia che solo lo stare insieme possono regalare. Abbiamo contribuito a realizzare un  progetto dal nome "Nonno Taxi", grazie al quale gli anziani che avessero necessità di essere accompagnati presso strutture mediche per visite specialistiche possono farne richiesta ai ragazzi del servizio civile, rimborsando solo le spese della benzina al Comune, senza chiedere favori ad alcuno.
Ci siamo impegnati nel raggiungere un buon numero di partecipanti al progetto "Cure Termali" affinchè il pullman per Telese partisse da Gambatesa, evitando agli utenti i disagi dovuti al trasporto in scuolabus presso un altro comune, e siamo riusciti nel nostro intento, raggiungendo il numero di ventidue partecipanti a fronte dei diciasette dell'anno scorso.
Abbiamo aiutato l'associazione Rut e Noemi ad organizzare l'evento "Oltre i colori", coinvolgendo alcuni anziani che hanno illustrato ai ragazzi i giochi dei loro tempi, giocando assieme a loro. Sempre in collaborazione con "Rut e Noemi" e l'amministrazione comunale abbiamo raccolto generi di prima necessità per le popolazioni colpite dal sisma del ventiquattro agosto scorso.
Abbiamo cercato di accontentare ed aiutare gli anziani da noi assistiti anche oltre il dovuto, anche in giorni in cui non dovevamo lavorare. Di essere educati, gentili, seri, e di trattarli come fossero i nostri nonni, perché in fondo un pò lo sono. E loro hanno ricambiato con grande riconoscenza, e con l'affetto che solo dei nonni ti sanno dare.
Ringrazio dunque tutti gli anziani che ho assistito personalmente, con  la promessa che non smetterò di passarli a trovare e di aiutarli compatibilmente con i miei impegni ed obblighi. Ringrazio le persone che ci hanno accompagnato in questo percorso, i dipendenti comunali e l'amministrazione comunale con cui abbiamo avuto un rapporto di trasparenza, comunicazione e reciproco aiuto.
Ringrazio Chiara con cui ho lavorato durante quest'anno, e che spesso mi ha fatto sorridere con la sua simpatia ed energia.
Ed infine voglio aggiungere un'ultima cosa: 430 euro al mese per un anno sono pochi, e non ti assicurano nulla per il futuro; ma vale la pena impegnarsi a fondo quando di mezzo c'è il benessere di gente semplice e buona, a cui dobbiamo tanto. Non tutti coloro che prendono parte al Servizo Civile lo fanno solo per guadagnare questa esigua cifra e starsene seduti senza far niente. Chi è stato abituato dai propri genitori e dalla propria cultura all'impegno,alla dedizione e al sacrificio, mette ben volentieri a disposizione poche ore della propria giornata per semplificare quella di chi ne ha bisogno. La responsabilità di quello che facciamo, oltre di chi controlla o dovrebbe controllare, è soprattutto la nostra.
 Iniziamo ad assumercela, sia quando le cose vanno male, che quando (come in questo caso) vanno bene.

sabato 27 agosto 2016

Motta: "La fine dei vent'anni"



Ascoltare un album che s'intitola "La fine dei vent'anni", quando di anni ne hai quasi venticinque, potrebbe essere un' arma a doppio taglio, oltre che un grave errore. Bé in questo errore mi ci sono buttato a capo fitto, e devo dire che ne sono più che contento.
Sì, perché quello del giovane Motta è probabilmente uno dei migliori album italiani del nuovo millennio, e visto che mi ci sono imbattuto quasi per caso, cercherò di far sì che lo stesso destino, un po' meno casuale stavolta, tocchi anche qualcuno di voi.
Chi ha avuto la pazienza e il "masochismo" di leggere qualcun'altra delle mie recensioni, sa bene che la prima cosa che cerco in un album di musica è la sua unità musicale e testuale, il suo essere coeso ed omogeneo, l'impressione di ascoltare dieci, undici canzoni che parlino della stessa cosa, ma che suonino diverse tra loro. Ecco, questo disco ha sicuramente un pregio: dalla prima all'ultima traccia si ha l'impressione di affrontare un unico viaggio a vele spiegate, di attraversare luoghi tra loro simili, ma ognuno con il suo motivo d'essere, ognuno che aggiunge qualcosa di nuovo al precedente.
L'ascoltatore declina a suo piacimento l'interpretazione di un testo o di un'atmosfera, e così mi sono permesso di fare anch'io. 
La traccia che dà il nome all'intero lavoro ha accarezzato le mie orecchie con una dolce chitarra acustica, sporcata in parte dalla voce acidula del cantautore: "la fine dei vent'anni è un po' come essere in ritardo". Quanto è vero, anche se ai trent'anni te ne manca ancora qualcuno. Quanto è necessario trovare quel parcheggio di cui parla il buon Motta; poi ci diciamo che "Prima o poi ci passerà", e ce lo ripetiamo ossessivamente, senza renderci conto che invece di trovare soluzione al problema, lo stiamo accentuando. E non basta la bravura poli-strumentale del nostro cantante a far sembrare questa terza canzone un pezzo dal messaggio positivo. "Sei bella davvero" è una ballata romantica solo in apparenza, leggere altre recensioni per capirne il motivo. Non mancano pezzi più tirati qua e là, con la bravura dei musicisti coinvolti e del produttore Riccardo Sinigallia che viene a galla.
Onestamente, però, non ho voglia di sezionare questo lavoro egregio per vendervelo come fossimo al mercato. Voglio solo dirvi che chi dice di apprezzare la buona musica, difficilmente non amerà questo grande disco, soprattutto perché Motta ci ha messo l'anima, oltre che tutta la sua immensa bravura.
L'indecisione, lo spaesamento, l'ansia, le speranze, la tristezza e le paure dei nostri giovani sono tutte racchiuse in questi trentacinque minuti e poco più. Se non avete voglia di leggere le righe di Schopenauer o Kierkeegard, perdete almeno mezz'ora ad ascoltare questa musica. Prima o poi potrebbe tornarvi utile, o quantomeno potreste riscoprirvi un po' meno soli.


venerdì 5 agosto 2016

Cento pecore, un lupo.

immagine presa da internet

Prendo spunto da un'affermazione proferita da sedicenti professoroni, che ieri sera ho avuto il dispiacere di ascoltare durante una trasmissione televisiva pubblica.
"Nessuno si lamenterebbe se un dirigente guadagnesse 100 volte più di un normale operaio, se questi facesse bene il suo lavoro".
Ebbene mi trovate in assoluto disaccordo con quest'affermazione. 
Sin dall'antichità, persone infinitamente più sagge e colte di me hanno asserito e sostenuto che in una civiltà ,che si possa serenamente definire tale, un uomo, per quanto più competente e colto di un altro, non dovrebbe mai arrivare a guadagnare quattro volte più del suo consimile. Partendo dal presupposto che questa misura è sicuramente indicativa e non vada presa in maniera letterale, trovo quantomeno assurdo, se non addirittura vergognoso, che alcuni dirigenti, manager ecc, percepiscano un utile che i dipendenti di questi ultimi non raggiungerebbero nemmeno laddove dovessero unirsi tutti assieme. Per quanto un ruolo di responsabilità debba essere remunerato proporzionalmente alla sua rilevanza, come è giusto che sia, è immorale e disumano creare differenze di tale portata, che non fanno altro che inasprire una tensione sociale tra gli individui, già di per sè altissima.
Parliamo di risolvere i problemi della comunità, dalle migrazioni alla mancanza di lavoro, ma come si può convivere civilmente se alcuni continuano ad arricchirsi in maniera spropositata sulle spalle della povera gente?
Il merito va premiato, cosa che in Italia ovviamente non accade, ma bisognerà anche rendersi conto che è deleterio per una collettività creare delle disuguaglianze così abnormi. Non può esistere giustizia in un posto dove un muratore e un insegnante guadagnano milleduecento euro al mese, e i direttori di un canale televisivo percepiscono almeno dieci volte tanto, per non parlare poi di alcuni manager che arrivano a centuplicare questa cifra.
Dal mio punto di vista un paese civile è quello in cui si rispetta la dignità del lavoro e dell'individuo, particolare che nel nostro occidente viene troppo spesso accantonato. Si tratta di una questione umana prima ancora che economica e sociale: chi fa di più, guadagni di più, ma di quanto? e soprattutto, chi fa di più?
Lasciare una libertà eccessiva al mercato non solo ha dimostrato tutti i suoi limiti e le disastrose conseguenze che ne possono conseguire, ma rischia addirittura paradossalmente di annullare la libertà stessa dell'individuo, come peraltro accade ormai da più di un paio di secoli a questa parte. 
Forse non esistono più le classi sociali, l'aristocrazia, la borghesia, e il proletariato per come li si intendevano un secolo addietro. Non esiste più la monarchia nè un regime totalitario, perlomeno qui da noi; ma alla dittatura degli uomini si è sostituita la dittatura del danaro, che incontrollabile e svincolata da ogni regolamento o principio decide della vita di milioni di persone. E dietro al danaro c'è sempre qualcuno pronto ad arricchirsi a discapito di qualcun'altro che pagherà per lui le colpe che non ha mai avuto. Questo crea tensione, disordine, disuguaglianza, rabbia. 
Basterebbe poco per migliorare la situazione attuale, basterebbe proporzionare i guadagni all'effettivo lavoro che ciascuno svolge, senza che questi superino in maniera così sregolata quelli di un altro lavoratore, tanto da rubargli la giustizia sociale e la dignità. Ma a qualcuno tutto questo non sta bene, perchè esistono da sempre e forse sempre esisteranno, i lupi e le pecore. Solo che le pecore non sono poi tanto sciocche come tanti vanno blaterando, forse sono solo più deboli, o magari più corrette. Quello che da sempre manca ,invece, sono dei buoni pastori che ne salvaguardino l'integrità. 
Vi apparirà strano, ma nel nostro mondo quelli che dovevano essere i pastori sono diventati dei lupi affamati, e sguinzagliano i propri cani contro il loro stesso gregge. 
Tutto questo è assurdo e, se solo si avesse un minimo di conoscenza e lungimiranza, anche i lupi si renderebbero conto che senza il gregge non avrebbero più nulla da mangiare.

sabato 16 luglio 2016

Simple minds, "New gold dream (81-82-83-84)"



Ci sono band che hanno fatto la storia della musica con carriere ultra-decennali, durante le quali sono riuscite a partorire diversi album memorabili, i quali hanno influenzato indelebilmente le composizioni del pop per anni a seguire.
Ci sono, poi, altri gruppi che hanno prodotto pochi dischi, ma che allo stesso modo hanno lasciato un marchio indelebile nel campo musicale. 
I Simple minds, pur essendo una delle formazioni a mio avviso più rilevanti degli anni 80', non fanno parte né dell'una né dell'altra categoria. Gli scozzesi hanno continuato a produrre brani fino ai giorni nostri, ma hanno dato il loro meglio agli esordi, tra la fine degli anni settanta e i primissimi ottanta.
E "New gold dream",pubblicato nel 1982 è forse il loro canto del cigno, sebbene alcuni album dignitosi li abbiano realizzati anche nel lustro successivo. Ma nulla di così rilevante, niente di così ispirato.
"New gold dream" contiene e sintetizza le due anime della band capitanata da  Jim Kerr: quella più sperimentale ed atmosferica, strettamente legata agli esordi new wave e post-punk, e quella sfrontatamente "poppettara" che culminerà con la prescindibile ed ingiustamente acclamata "Don't you forget about me", che non rende assolutamente giustizia all'importanza che questi ragazzi hanno avuto nell'ambito pop-rock.
E allora se proprio sentite l'esigenza di ascoltare qualcosa di smaccatamente PoP che derivi dagli anni 80', con suoni di sintetizzatori e tastiere a tavoletta, vi consiglio di partire dalla genuina "Someone Somewhere in Summertime", che oltretutto ha mantenuto intatta una freschezza tutta estiva, nonostante i suoi trentaquattro anni suonati, differentemente da quella "Don't you.." alla quale accennavo prima, che a mio parere risente in maniera pesantissima della patina del tempo e dell'eccessivo "airplay" che le è stato concesso. 
Il basso di Derek Forbes si fa spazio soavemente tra le tastiere sempre ispirate e centrali del buon Mick MacNeil, sino ad arrivare alla futuristica e orecchiabile "Promised you a Miracle".
Lo stesso Kerr si distacca leggermente dal suo solito modo di cantare, sino ad allora piuttosto cupo e verosimilmente ispirato al mitico Ian Curtis (ad ogni modo ancora integro e rintracciabile in tutto l'album e in particolar modo nella title-track "New gold dream") , per aprire alle armoniose sferzate di "Glittering prize". 
Non mancano momenti riflessivi, come la successiva "Hunter and the hunted", dove l'atmosfera crepuscolare torna a riappropriarsi della scena, e a regalarci cinque minuti e cinquantacinque secondi di puro godimento post-punk-wave, a cui miriadi di gruppi moderni devono gratitudine, non ultimi gli ottimi Metronomy di "The english riviera", gli straripanti Future Islands di "Singles", e i briosi Foster the people di "Torches".
Si chiude con l'ipnotica "King is white and in the crowd", che ha "un non so che" di tribale e misterico, e ci lascia giusto con quel senso di indefinito che ogni capolavoro dovrebbe  instillare nell'ascoltatore.
Dunque, se come me amate la musica impegnata e con un certo peso specifico, ma non volete rinunciare alla spensieratezza che dovrebbe contraddistinguere il periodo estivo (nonostante queste parentesi metereologiche "lugliembrine" come qualcuno le ha già definite) allora mettete su questo bel disco, e lasciatevi trasportare. E, per favore, balordaggini del tipo "Vorrei, ma non posto" lasciamole ai quattordicenni in crisi d'identità, che loro sì, certi "errori" se li possono ancora permettere!



martedì 14 giugno 2016

Quanti anni hai?



Quanti anni hai?

immagine presa da internet

Tra due mesi e poco più concluderò la mia esperienza di assistenza agli anziani nell'ambito del Servizio Civile.
Inutile spendere molte parole su quanto mi abbia insegnato quest' esperienza, al di là di qualche momento non facile, che si è presentato, come del resto capita in tutte le cose della vita.
Colgo questa occasione, però, per dare adito ad una riflessione che mi portavo dentro già da lungo tempo, e che ora ho modo di espletare in maniera compiuta e maggiormente convinta.
L'inarrestabile scorrere degli anni potrà anche incanutire i nostri capelli, per quelli che ancora ce li hanno, farci sentire dolori alle ossa, o patimenti d' altro genere.... eppure mi appare ormai chiaro come l'invecchiare sia più una questione mentale che fisica, e per quanto banale questo possa apparire, non è di certo semplice che avvenga per i più.
E qui mi riferisco in particolar modo alla mia generazione: io, che giovane in un certo senso non lo sono mai stato, mi riscopro spesso più anziano degli "anziani" con cui ho a che fare tutti i giorni.
Qualche tempo fa ho scambiato due chiacchiere con un giovane di novant'anni: questo giovanotto ha il potere di emanare un'immane forza vitale, anche solo trascorrendoci assieme qualche minuto. E come lui ne conosco molti altri!
Certo, sarà anche una questione di carattere, ma la forza di individui di tal lega noi giovani d' oggi ce la possiamo amabilmente sognare.
La nostra abitudine alla "vita facile", il nostro finto, perenne movimento, non è che un' illusione, se paragonato alla potenza costruttiva di chi ha scalato l'esistenza come fosse l'Everest, ed ora se ne sta seduto sul ciglio della montagna a guardarci tentare, malamente, una scalata per la quale non siamo preparati. Invano tentano di allungare verso di noi le proprie mani per aiutarci... loro sono troppo in alto, e noi troppo lontani.
Ad ogni modo, è stato (ed è) per me un immenso privilegio poter conoscere queste persone, condividere con loro alcuni momenti, e perché no, tentare di aiutarli a mia volta.
Prima o poi ogni ramo si secca, e le sue foglie cadono inesorabilmente al suolo. Ma ci sono foglie da cui nasce un nuovo seme, che germoglierà forte e vigoroso.
Io ho avuto modo di vederle e sfiorarle quelle foglie, e spero di aver tratto anche solo un pizzico della loro linfa.
Quanti anni ha il ragazzetto che se ne sta seduto per ore davanti al suo iPhone? E l'anziano che si sforza ancora di andare in campagna, a respirare l'aria buona, a sentire il soffio dell'esistenza?
Io un'idea me la sono fatta, e anche se forse è diversa dalla vostra, sono felice di poter cogliere il paradosso di un mondo che vuole essere sempre più giovane, ma che a me pare sempre, inesorabilmente, tristemente, più vecchio. 

venerdì 13 maggio 2016

Amore, sete di giustizia, passione

Amo scrivere, ma non sono uno che scrive ogni giorno. Il più delle volte sento lo stimolo di farlo, ma poi cambio idea e lascio perdere. Il mio è un approccio problematico alla scrittura, un po' come alla vita d'altronde. Se scrivessi sempre tutto quello che mi passa per la testa non sarei più fedele all'idea della persona che credo e voglio essere. Forse è giusto così, forse un po' tutti noi dovremmo riflettere bene prima di "vomitare" sentenze o pensieri mal riposti su una piattaforma così immensa come il web.
Non voglio dilungarmi sull'importanza del silenzio e della riflessione, poiché è argomento ritrito e già noto a tutti. Ma lasciatemi dire che credo sia necessario avere DAVVERO qualcosa da dire, per postarlo qui sopra.
Tre sono gli argomenti che per lo più cerco di portare avanti ed approfondire tramite questo blog: l'Amore, i problemi sociali, e la musica. Sono le tre cose che più mi stanno a cuore.
L'Amore: non certo inteso come l'infatuamento adolescenziale che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita, e che pure ha una sua rilevanza. Ma visto, bensì, sotto la forma più universale ed indefinibile che lo contraddistingue, ovvero quella forza vitale di andare avanti, di superare gli ostacoli della vita. L'amore per una ragazza, per la propria famiglia, per le proprie passioni, per le proprie cause. L'amore è da sempre, e sarà sempre, la più grande fiamma che guida l'esistenza di un uomo. Per quanto mi riguarda, se non ci fosse l'amore per come lo intendo io, non varrebbe la pena di fare più nulla.
I problemi sociali: non so perché, ma è da quando sono un ragazzino che ho questo pallino: mi fa letteralmente incazzare che al mondo ci siano delle disuguaglianze così enormi, delle ingiustizie atroci, certamente perpetrate dal lato più meschino degli uomini, ma per di più avallate da un ordinamento politico, e spesso anche giuridico, che si celano dietro una falsa modernità democratica, sregolata e svuotata di ogni principio etico e morale. Gli uomini sono palesemente imperfetti, ma spesso nella storia le leggi che sono state prodotte si sono rivelate migliori dei loro creatori. Ovviamente è accaduto anche il contrario, ma credo che sia nostro dovere darci delle regole che siano voce del meglio delle nostre più grandi menti, e non del peggio delle nostre più mediocri menti, come purtroppo sempre più spesso accade.
Infine la musica: la musica è da sempre la mia più grande passione assieme alla scrittura, e un uomo senza passioni è un deserto arido dal quale è inutile cercare di far germinare anche la più insulsa forma vitale. Quindi per me è la musica, ma per qualcun'altro potrebbe essere la pittura, la danza, la lettura, il disegno, la recitazione ecc.
Non ho la pretesa di parlare di null'altro, se non di queste poche, cruciali cose. Ovviamente lo faccio a modo mio, senza offrire molte risposte, ma disseminando molti altri interrogativi. Le risposte le lascio a chi è più saggio ed esperto di me; a me l'unica risposta che basta ed avanza per andare avanti, e cercare di comportarmi come meglio posso, sono queste tre cose: L'Amore, la sete di giustizia, la passione. Spero che ognuno di voi trovi le proprie "ragioni".

lunedì 25 aprile 2016

"Running to stand still"


Prendo in prestito il titolo di un brano che ho sempre amato, per descrivere qualcosa di molto diverso: la situazione della società attuale.
Sì, perché la sensazione che ho, è proprio quella: "correre per restare fermi".
Squarciando il velo della superficialità che ci avvolge, mettendo da parte le poche buone cose che sono migliorate, ci si rende conto che la tanto decantata modernità in cui crediamo di vivere, non è altro che una forma più artificiosa e complessa dell'ingiustizia che ha sempre imperato nella società umana.
I deboli soffrono sempre di più, i poveri hanno sempre di meno. E che non ci si azzardi a dire la verità su questi temi, altrimenti si viene messi alla gogna!
L'ipocrisia regna sovrana in questo mondo dove il ritmo vitale è dettato unicamente dal profitto, senza  limiti morali ed etici.
Denuncio con forza questa deriva. Io sto dalla parte degli ultimi, e ne rivendico i diritti. Sto dalla parte di chi critica lo stato attuale delle cose, proponendo soluzioni fattive. Sto dalla parte di chi non ha paura di gridare al mondo la sua indignazione. Sto dalla parte di quelli che corrono per andare avanti, e non per restare fermi, come ci vorrebbero alcuni politici e lobbisti. Basta ipocrisie!


mercoledì 23 marzo 2016

Sixto Rodriguez e gli strani casi della vita




Diverso tempo addietro ho avuto il piacere di imbattermi in un bel documentario intitolato "Searching  for sugar man".
Il "docu-film" in questione trattava dell'epopea che due fan sudafricani avevano intrapreso per rintracciare, o almeno conoscere le sorti, di un cantautore americano molto apprezzato nel loro paese d'origine: Sixto Rodriguez.
Quest'ultimo era stato dato per suicida, ma i nostri giovani supporters non si sono persi d'animo, e non solo sono riusciti a scoprire che Sixto era ed è ancora vivo e vegeto, ma hanno avuto modo di svelargli il suo crescente successo in Sud Africa, regalandogli una sorta di seconda vita, parallela a quella di operaio dei sobborghi di Detroit.
Ebbene si, Rodriguez non era affatto a conoscenza della sua celebrità, in quanto in America i suoi fantastici due dischi non avevano venduto più di qualche copia.
Mi sono appassionato a questa storia e a questo personaggio. 
Innanzitutto perché trovo le sue composizioni colme d'ispirazione e di quella malinconia empatica, che solo i grandi artisti possono avere. Ma poi, anche perché Sixto Rodriguez rappresenta una sorta di riscatto per tutti coloro che non ce l'hanno fatta, per tutti coloro che non ce la faranno mai.
Il mondo è pieno di gente capace, di poeti, scrittori, musicisti, artisti in genere che non sono mai stati baciati dal "successo", pur avendoci provato.
Sixto (chiamato così poiché sesto bambino nato dai suoi genitori) sembra non essere molto interessato al successo; è un tipo schivo, oggi ha più di settant'anni e di tanto in tanto tiene qualche concerto in giro per il mondo. Non si è mai atteggiato a star, e ancora oggi, vedendolo, pare di aver difronte il figlio di un immigrato messicano, discendente da qualche nativo americano, che non sa vestirsi bene. 
Proprio questo è il motivo per cui mi piace quest'uomo. Ha fatto della sua arte l'obiettivo di una vita, senza esserne riuscito a cavarne un dollaro, almeno fino a qualche anno fa. Un fallito, direbbe qualche arrivista dei giorni nostri. Il figlio di un "giusto errore", dico io.
A differenza di Rodriguez centinaia di grandi artisti muoiono senza veder riconosciuto il proprio talento. Il talento non è merce, e purtroppo non sempre in molti decidono di "acquistarne" i "prodotti".
Sfrutto questo post per consigliare, a chiunque ne abbia voglia, di cercare il vero talento, che sia dentro o fuori di noi; di riconoscerlo, di apprezzarlo. Di non lasciarlo morire invano. Che poi questo ci permetta di vivere da nababbi, bé è tutta un'altra storia. 
Solitamente tutto ciò che è quantificabile economicamente, ha un valore piuttosto esiguo nella vita dell'uomo.
E poi, chi lo sa, potrebbe capitarvi di fare la bella "fine" di Sixto Rodriguez... 
Intanto, non lasciate che il vostro talento vi scivoli tra le dita.


sabato 19 marzo 2016

17 Aprile 2016: Perché voterò sì al referendum, per dire no alle trivelle

Come non troppi di voi sapranno, a causa del (sino ad ora) quasi totale silenzio al riguardo da parte dei mass media, il prossimo 17 d'Aprile saremo chiamati ad esprimerci sul seguente quesito referendario: "Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c'è ancora gas o petrolio?" 
Ebbene, cercherò di spiegarvi le ragioni per cui ritengo sia importante partecipare a questo voto, e le motivazioni per le quali io voterò sì, e mi auguro che la maggior parte degli italiani la pensino come me.
Partiamo dalle motivazioni più strettamente "pratiche" e materiali: "Secondo i calcoli di Legambiente, elaborati su dati del ministero dello Sviluppo economico, le piattaforme soggette a referendum coprono meno dell'1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas. Se le riserve marine di petrolio venissero usate per coprire l'intero fabbisogno nazionale, durerebbero meno di due mesi." Punto uno.
Punto due: Avremo ancora bisogno, e per bisogno intendo una stretta necessità, di estrarre petrolio (tralasciando il gas per cui vale un discorso diverso) nei prossimi trenta, cinquant'anni?
A mio parere no. Gran parte delle auto che si stanno immettendo già da oggi sul mercato, sono dotate di sistema ibrido; un'altra bella fetta gode di propulsione tramite metano o Gpl; nei prossimi anni questa tendenza andrà sempre più crescendo, e le auto a benzina o gasolio verranno pian piano accantonate. Deve essere così, perché se non fosse così si rivelerebbero ridicole tutte quelle chiacchiere che in primis i nostri politici decantano sulla necessità di abbassare il livello d'inquinamento delle nostre città; non avrebbe senso far fermare le auto nei maggiori centri urbani per due giorni, per poi progettare future estrazioni petrolifere volte ad aumentare ancora questo insostenibile inquinamento nel quale versiamo. Non avrebbe, e non ha alcun senso continuare a sfruttare i nostri mari più per estrarne petrolio e gas, che per valorizzarne le ingenti potenzialità turistiche e naturali. Ci lamentiamo dei tumori, dello smog, delle polveri ultra fini, e poi abbiamo paura di dire no al proseguimento indiscriminato di questo falso progresso? il progresso è un altro, soprattutto in campo energetico. Sono ormai vent'anni che santifichiamo le energie rinnovabili, e invece di incentivare la ricerca in tal senso, il nostro governo che fa? Finanzia le multinazionali dell'energia che speculano sulle risorse e sulla bellezza dei nostri mari, per riempirsi le tasche, e riempirci di veleni.
La mia auto va a benzina, e la uso abbastanza, soprattutto per andare a Campobasso. Ma cerco ,quando posso, di non prenderla, e spero che un domani potrò cambiarla con un mezzo che sia alimentato da una fonte energetica più pulita; troppo spesso, anche per fare venti metri, ci  spostiamo con la macchina, e la cosa dovrebbe allarmarci. Siamo fatti per camminare, e non so voi, ma io quando cammino a piedi mi sento anche molto meglio.
Si perderanno posti di lavoro votando sì e dicendo no a nuove trivellazioni? Assolutamente no! Di posti di lavoro da creare in Italia ce ne sarebbero così tanti che non basterebbero milioni di trivelle per pareggiare il loro numero. Nostro malgrado è sempre la scelta più facile, e più conveniente per loro, che i nostri politici amano prendere. La strada più semplice, più veloce, più conveniente al momento. Ma a che prezzo? Al prezzo di pagarne lo scotto tra dieci, venti o trent'anni, così come stiamo pagando ora a causa di scelte errate fatte in passato. Almeno, cinquant'anni fa non c'era ancora la consapevolezza che le loro scelte (quelle di alcuni politici) ci avrebbero fatti ammalare tutti, e avrebbero messo in ginocchio le nostre città, le nostre campagne, le nostre vite. 
Oggi , invece, Renzi lo sa, i suoi amici lo sanno. Ma a loro infondo non importa. A loro importa solo dare il contentino a ognuno, e scontentare tutti.
Per quanto mi riguarda, non ho bisogno di alcun contentino. L'unico bisogno che sento è quello di coerenza, un valore che dalle nostre parti non è mai stato considerato. La coerenza per cui si cerchi di fare il bene del proprio paese e dei suoi abitanti, guardando non solo al presente ma anche al futuro.
Allora non commettiamo anche noi il grave errore di fare la scelta più semplice e scontata. 
Tutti sappiamo che per ottenere dei grandi risultati bisogna impegnarsi a fondo, e fare anche qualche sacrificio. 
Non ci siamo lasciati prendere in giro quando volevano il nucleare in Italia, e l'acqua di proprietà esclusiva di qualche oscuro padrone, che traesse le sorti delle nostre vite.
Non lasciamo che ci prendano in giro neanche questa volta. 
Il 17 Aprile prossimo alziamoci dai nostri divani e andiamo a votare sì a questo referendum, per il bene della nostra aria, della nostra terra, del nostro futuro, e del futuro dei nostri figli.

giovedì 3 marzo 2016

L'amore è anche rinuncia

Vogliamo sempre più di ciò che abbiamo. Siamo infelici, insoddisfatti. Ci arroghiamo diritti che per natura non ci appartengono, e dimentichiamo di batterci per quelli che dovremmo avere.
Siamo ingordi, avidi, incontentabili. Siamo irrispettosi di chi, e di quello che ci circonda.
Pensiamo di avere il controllo assoluto sulle nostre vite, quando tutt'al più possiamo sentirci complici di un destino che dipende solo parzialmente dalla nostra volontà.
Siamo arroganti, oltre che falsi e opportunisti.
Ci sentiamo in dovere di giudicare qualunque cosa, senza mai giudicare noi stessi.
Spesso siamo avidi, menefreghisti, intolleranti, insensibili.
Siamo umani.
Non siamo perfetti e non lo saremo mai, ma cerchiamo almeno di seguire con maggiore interesse ciò che la Natura ci insegna.
La Natura non è vittima né assassina, la Natura non si cura di noi; noi siamo solo parte di un cosmo immenso che corre parallelo alle nostre vite, inglobandole.
Rispettare le nostre esistenze non può che voler dire rispettare ciò che ci circonda. Smettiamola di pensare che tutto sia funzionale al nostro volere!
Chiunque abbia davvero amato, almeno una volta nella vita, sa bene una cosa: l'amore è anche rinuncia.
Amiamo condividendo, sorridendo e soffrendo assieme, nell'espletazione piena di tutte le nostre sacro-sante libertà, e di tutti i nostri diritti.
Ma, per favore, smettiamo di bramare ciò che non possiamo in alcun modo avere, se non prevaricando la nostra stessa Natura.
Ci sono alcune cose che non possiamo, e forse non dobbiamo cambiare.
L'amore è anche rinuncia, la vita è anche rinuncia ed accettazione.
Accettiamo questo dato di fatto, dando valore a ciò che invece abbiamo, ed è nostro diritto avere.

lunedì 22 febbraio 2016

Gambatesa e Vipera: due facce della stessa medaglia?

Premessa: Gambatesa, le origini di un popolo e del suo territorio
Una località di nome "Gambatesa" appare nelle fonti storiche solo dalla seconda metà del XII secolo. La vita del nostro paese è dunque così, relativamente, breve?
Si sa che la storia è colma di sfumature, e affermare che non esistesse nessun nucleo abitato nei pressi dell'attuale centro urbano, sarebbe quanto meno affrettato e superficiale.
Ma partiamo dalle testimonianze "materiali": che si giri in un lungo ed in largo il nostro paese, che lo si indaghi da ogni punto di vista, è impossibile non notare quanto la sua sia una conformazione strutturale e geografica prettamente medievale. Per di più non sono presenti, all'interno del centro abitato, aree archeologiche antiche, né reperti d'epoca romana o sannita, nemmeno nei materiali di riporto con cui poi furono costruiti il castello e tutti gli edifici più antichi.
Abbiamo però, credo approssimativamente a 4-5 km dal centro urbano di Gambatesa e precisamente in Contrada Piana delle Noci, i resti di una necropoli romana, purtroppo ancora nascosta dalla terra.
Abbiamo inoltre un ulteriore indizio che ci porterebbe a dedurre che il nostro territorio sia stato abitato e frequentato sin dai tempi più remoti: il tratturo Lucera- Castel di Sangro, uno dei tratturi più importanti nella pastorizia, ma anche crocevia, punto cardine e di passaggio tra i territori montuosi abruzzesi e le floride pianure della Puglia. E voi saprete meglio di me dell'importanza che questo tragitto ha ricoperto nel corso della storia, ancor prima della venuta dei romani. E sebbene non possiamo essere certi che il tratturo abbia continuato ad essere praticato e praticabile, almeno durante la prima parte del medioevo, appare quanto mai improbabile che un percorso che sia arrivato con tutta la sua fama sino ai giorni nostri, fosse stato del tutto ignorato e lasciato in disuso dai nostri avi nel medioevo.
Da questo momento in poi c'addentreremo nel campo delle ipotesi, ma badate bene che si tratta di ipotesi suffragate da varie fonti e soprattutto dalla logicità delle loro motivazioni.

Vipera e Gambatesa


Dicevamo che dalle fonti non abbiamo notizia di Gambatesa prima della seconda metà del XII secolo.
Abbiamo però vari riferimenti, precedenti al periodo sopra citato, ad un abitato di nome Vipera, più precisamente "Guiperanum".
Ebbene cosa centra Vipera con Gambatesa, vi chiederete. Si dà il caso, e chiunque sia nativo del nostro borgo lo sa bene, che proprio difronte al nostro paesino si erga una collinetta dalla forma peculiare, da tutti chiamata "Toppo della Vipera".
Vi sembrerà che io stia forzando i termini della questione, in quanto una semplice omonimia non può bastare per dimostrare alcunché. E in effetti avreste ragione, se solo non ci fossero alcuni punti interessanti, che vi vado ad elencare.
Nelle fonti scritte la nostra Vipera è sempre citata senza Gambatesa, e cronologicamente prima di essa. Meno un caso: in questo specifico caso, riportato da Francesco Rossi prima, da Franco Valente (grazie al quale ne sono venuto a conoscenza) poi,  in un  appunto ripreso dai "distrutti Registri angioini" si legge che nel 1330 Margherita di Gambatesa, moglie di Riccardo Caracciolo e figlia di Riccardo di Gambatesa, possedeva il "castrum" di Gambatesa e tra gli altri quello di "Tofarie et Vipere".
Appare singolare che l'unica volta in cui Gambatesa e Vipera sono citate contemporaneamente, esse siano in qualche modo strettamente correlate tra loro, vuoi per una vicinanza territoriale, vuoi per i feudatari che ne traevano le sorti.
Il buon Franco Valente, che a differenza mia ha fatto una vera e propria ricerca storica e ha già discusso di queste tematiche nel suo volume dedicato al castello, si è recato al nostro "Toppo della Vipera", spinto dalla possibilità di rinvenirvi i resti dell'antica Guiperanum, è ne è tornato vedendo i suoi dubbi "aggravati dopo un'attenta ispezione dei luoghi...." infatti "con esclusione dell'impianto di una piccola cisterna-serbatoio, non sono stato capace di trovare una benché minima traccia di una muratura di qualunque tipo". 
Valente continua affermando che sebbene l'ultima volta in cui Vipera sia stata menzionata risalga a settecento anni fa, appare strano che non vi sia alcuna sua traccia. 
Dunque Vipera doveva trovarsi in un altro luogo, oppure... oppure potrebbe  aver rappresentato un primitivo nucleo abitato dell'odierna Gambatesa, in epoca longobarda chiamata Guiperanum, e da cui ha preso nome il vicino "Toppo". Questo è possibile, ma ad oggi non è dimostrabile, e a me non pare del tutto logicamente accettabile, almeno in questi termini.
Ma se proviamo ad immaginare che i primi abitanti dell'odierna Gambatesa provenissero da un altro luogo ad essa attiguo, magari chiamato Vipera, e che si fossero spostati, vuoi per motivazioni geo-politiche, alimentari, climatiche, per danni provocati da terremoti o frane, verso l'altura che oggi ospita il nostro villaggio, allora tutto appare più plausibile.
Torniamo per un attimo al Toppo della Vipera. Se è pur vero che non è stato rinvenuto alcun reperto in zona, è altrettanto vero che la ricerca si è soffermata solo sul colle specifico, e non è andata oltre, nelle zone adiacenti. Dietro il suddetto colle esiste una necropoli romana, che non disterà più di un paio di km dallo stesso. Che la zona sia stata abitata anche successivamente? Potrebbe essere.
Ma indaghiamo più affondo questo Toponimo: perché Vipera?
Il culto della vipera e, più precisamente, quello della Vipera Anfisbena, mitico serpente dotato di due teste, era largamente diffuso tra i longobardi, e specie nel territorio giuridico beneventano, di cui all'epoca il nostro Fortore faceva parte. Come non supporre dunque che tale nome sia strettamente legato al periodo di frequentazione longobarda? 
Degli insediamenti longobardi, seppur minimi, dovevano essere presenti in quella zona, tanto più che nelle sue vicinanze fu poi costruita la chiesetta oggi intitolata alla "Madonna della Vittoria". Ci siamo mai chiesti come mai quella chiesa si trova proprio lì, in un luogo evidentemente diverso e relativamente distante dall'attuale centro abitato? Se teniamo presente che San Barbato, fece di tutto per sopprimere il culto idolatro della vipera, possiamo immaginare che la chiesetta della Madonna della Vittoria sia stata posta in quel luogo proprio come "rimedio" alle credenze, che visto il nome del colle, dovevano lì essere fortemente radicate. Non è da escludere che l'edificio potesse essere in un primo momento collegato proprio al culto della vipera, prima di esserne "liberato" e ristrutturato dall'ortodossia della fede cristiana. Ma se c'era una religione, doveva anche esserci qualcuno che la praticava o che comunque ne seguiva i precetti. 
Ecco che torna calda l'idea che una Vipera esistesse, e che fosse nei pressi dell'attuale Gambatesa. E che forse gli abitanti di questo antico borgo furono i primi ad insediarsi sull'altura su cui oggi sorge il nostro bel paese. 
Tutto quello che ho detto non è dimostrabile, ma di certo è ragionevole e in un certo senso intrigante.
Ad ogni modo, ai posteri l'ardua sentenza!