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mercoledì 2 ottobre 2019

Oltre l'Umanesimo


Sovente mi interrogo riguardo l’opportunità di continuare a scrivere nonostante la pressoché nulla condivisione che nell'ultimo periodo riservo alle mie pagine. Devo ammettere che la spinta propulsiva derivante dalla consapevolezza che qualcuno legga è assai intensa, e non vorrei che la mia apparisse come un’aperta ammissione di mancanza d’audacia.
Non che io mi ritenga un ardito, ma sarebbe ad ogni modo improprio imputare alla mia insicurezza e pavidità una tale scelta. Essa discende piuttosto dall'impossibilità di potermi esprimere in un contesto che reputi adeguato, così ché preferisco donare queste mie considerazioni all'oblio della mia sola coscienza, questa sconosciuta. Né m’inganno, sebbene tale prospettiva carezzi la mia narcisistica immaginazione di tanto in tanto, che le mie divagazioni possano venire riscoperte in un futuro (magari non troppo lontano) da qualche “archeologo del web”, amante delle lettere e della riflessione.
Se la parola è innanzitutto linguaggio, il linguaggio comunicazione, e la scrittura una delle più sofisticate forme di questa comunicazione, mi si obietterà che non ha alcun senso scrivere senza condividere ciò che si è scritto. Lungi da me il voler contraddire in maniera totalizzante questo asserto, mi è impossibile e inoltre una sì fatta contraddizione si rivelerebbe in tutta la sua ipocrisia. Dico solo che scrivere con autenticità, pur sapendo che quasi nessuno leggerà, si può fare e ha molto senso, senza che con questo si cada nel mero individualismo o addirittura nell'autoreferenzialità.
Giacché la nostra “interiorità” consta di miriadi di sfaccettature che in un certo senso trascendono i limiti del nostro corpo, pur rimanendovi saldamente ancorate, e ancora, poiché suddetta interiorità è assai composita e parzialmente mutevole, si converrà con me che non v’è assolutamente nulla di assurdo nel dialogare con se stessi; in effetti è ciò che facciamo quotidianamente, pur senza usufruire di un mezzo esteriorizzante come la parola detta o la scrittura. Ci basta il pensiero, o, come direbbe qualche moderno studioso di neuro-scienze, un insieme di algoritmi. L’ “Io narrante” interverrebbe poi a mettere in ordine le infinite caselle del nostro cruciverba senza soluzione, e a dare un senso a ciò che un senso non ha.
Ma, tralasciando per una attimo le dispute riguardo il funzionamento ultimo della nostra coscienza o del nostro sistema nervoso, ciò che mi preme dimostrare in questa sede è che pensare, parlare, anche solo per e con se stessi (magari evitando di essere tacciati per schizofrenici) è tutt'altro che un procedimento egoistico, misantropo, e non necessariamente opportunistico. In prima istanza, probabilmente, è un’esigenza connaturata alla nostra esistenza, ed in quanto tale inevitabile. Il passo successivo, ovvero scrivere per se stessi, non è poi così diverso dallo scrivere “per se stessi e per gli altri”.
C’è un pezzo di me dentro di te, chiunque tu sia e dovunque ti trovi, così come io sono, forse per una milionesima parte, ciò che tu sei. Dunque, dialogare con se stessi equivale, ovviamente in via incidentale ma non per questo fasulla,  a interloquire con l’Altro. Ma chi è quest’Altro cui facciamo tanto spesso riferimento? Colui che ci è più prossimo e più simile, ovvero l’altro essere umano. A ben vedere, però, l’essere umano non è affatto qualcosa di scisso e di completamente avulso da ciò che lo circonda: egli è anche ciò che lo circonda, le piante, gli animali, l’aria, l’acqua, la terra, ecc.
Invece di guardarci intorno e cercare di riconnettere la nostra specie ad un complesso e stratificato mondo animale e vegetale di cui è ineluttabilmente parte integrante, senza per questo scadere in banali e poco consapevoli slogan animalisti o ambientalisti, stiamo facendo sì che l’Umanesimo,  indiscutibilmente foriero di grandissime conquiste per il nostro genere e parimenti padrino di uno dei più grandi fraintendimenti mai partoriti (l’Uomo come centro e misura di ogni cosa), venga superato nella direzione sbagliata: quella della tecnica che non è imbrigliata da alcun valore umano né tanto meno dall'attenta analisi e dal riguardo per i fenomeni naturali.
L’Umanesimo andrebbe invece profondamente integrato, rivisto, rivoluzionato prendendo le mosse proprio da una profonda critica verso molti dei valori che ha generato e portato all'apice, tralasciando di essere rappresentativo esclusivamente di un frammento dell’ecosistema da cui dipende la sua stessa esistenza.
Come conciliare la dignitosa preservazione del genere umano, ed in particolare degli affetti che ci legano ai nostri simili, con la definitiva rivalutazione del cosmo che ci attornia e pervade?
Questa è la più complessa questione sulla quale dovremmo sforzarci di ragionare e tentare di proporre delle risposte, anche adoperando le più avanzate tecnologie, facendo ricerca scientifica, inventando e lavorando, ma ricalibrando, ove necessario in ogni momento, il tragitto che tali attività possono imboccare. Il viandante deve interrogarsi continuamente sulle ragioni del suo cammino per continuare ad avanzare e non lasciarsi cadere; poiché la “ fede nella verità comincia con il dubbio in tutte le “verità” credute sino a quel momento”.

martedì 27 agosto 2019

La politica non dovrebbe essere una partita di calcio

L'ennesima crisi di governo scaturita per interessi politici di parte, rappresenta l'occasione buona per dare adito ad una riflessione che covo da un po' di tempo a questa parte.
Esulando volontariamente dal dare giudizi di merito riguardo le varie fazioni partitiche, mi soffermerei invece su un dato di fatto: nel nostro Paese ad ogni dibattito politico, fuori e dentro il Parlamento, pare di assistere ad una partita di calcio in cui i pochi tifosi che stanno sulle tribune fanno spudoratamente il tifo per la "squadra del cuore". Ma alla fine di questa partita non si vince una coppa, né un premio in denaro, bensì ci si gioca il presente e il futuro di milioni di persone.
Sarebbe forse il caso di smetterla una buona volta di ragionare in termini di un futuro consenso elettorale, per concentrarsi invece sui problemi pulsanti che affliggono la quotidianità di quasi tutti i cittadini, e confidare dunque in quella che si ritiene fin da subito la soluzione realistica migliore, per quanto non in termini assoluti. Purtroppo dobbiamo fare i conti con le inevitabili distorsioni che qualsiasi "sistema di potere" comporta, di più con la non meno ineffabile ed imperfetta natura umana. 
Il dato peggiore di questa disamina fattuale, riscontrabile ogni giorno alla tv, sui giornali e attraverso il web, è che i protagonisti non sono solo i politici, che ovviamente danzano senza soluzione di continuità da una dichiarazione al suo opposto, da una volgare offesa dell'avversario alla sua puntuale santificazione, salvo poi tornare sui propri passi laddove la situazione si facesse meno conveniente; i protagonisti, dicevo, sono soprattutto gli ignari individui che si fanno portavoce di una dialettica politica della più bassa lega, la quale punta unicamente ad interessi partitici piuttosto che a quelli della comunità. Si sfidano, si azzuffano, sbraitano ogni sorta di abominio sulle proprie pagine social pur di dare ragione al loro paladino di turno, che si tratti di Salvini, Di Maio o Renzi.
Provo un'incommensurabile pena per queste persone: tutti ci sentiamo in qualche misura di parte, abbiamo delle preferenze, sebbene in un panorama politicamente così desolato appaia davvero arduo individuare un personaggio degno di una qualsivoglia forma di rispetto; eppure non capisco come ci si possa ancora lasciare trasportare da una diatriba del genere, al punto da comportarsi come militi al soldo del capetto di turno.
Il militante, l'inquadrato, lo squadrista mi provocano l'orticaria al pari del tifoso che pur di "vincere" accorderebbe ogni sorta di scorrettezza al club per cui parteggia.
Il tifoso calcistico però lo compiango, si accanisce per una partita da cui non avrà nulla, che finisca bene o male; la sua è una passione pura, sciocca ma disinteressata.  
Il tifoso politico, invece, è doppiamente stolto: esprime un appoggio incondizionato per chi lo ha già preso e lo prenderà ancora per i fondelli, e si convince che il suo interesse coincida con quello di tutti i sette miliardi di individui che popolano il mondo.
I militanti e i menefreghisti sono due facce della stessa medaglia: entrambi credono, senza dubbio alcuno, senza porsi mai un quesito, di avere sempre, inevitabilmente, ragione.

sabato 20 luglio 2019

L'Aquila: cronaca distratta di una sessione di Laurea

L'Aquila.
Laurea specialistica di mia sorella.
Sala gremita di astanti chiassosi e distratti. Distratto anche io, posto che la logopedia, ad oggi, non mi  interessi granché, e che il microfono non amplifichi minimamente la voce delle laureande. Per la loro gioia, immagino.
Quantomeno resto in silenzio e cerco di allietare il mio scorrere del tempo scrivendo quanto segue.
Il viaggio da Gambatesa al capoluogo abruzzese è stato lungo e tortuoso: se in linea d'aria le due località distano poco, lo stesso non può dirsi del chilometraggio stradale, per di più appesantito dal tragitto ascendente e sinuosissimo. Così, partiti alle 3 del pomeriggio, dopo una breve pausa a metà via, siamo giunti a destinazione solo alle 19.00.
Subito ci siamo recati a Collemaggio, pregevole Basilica finemente lavorata all'esterno (l'interno, visto l'orario, aveva già chiuso al pubblico), e alla celebre ed iconica fontana delle 99 cannelle.  Poggiati i bagagli al "BeB" dove trascorreremo la notte, ci dirigiamo in centro: cena in un colorato ristorante dal non vago sapore arnoldiano (quello di Happy Days, per intendersi), dove, per coerenza, ordino un riso basmati con pollo in salsa thai. Buono, forse un po' troppo americano.
Per digerire e soddisfare l' immaginazione oltre che l'appetito, si passeggia in centro, perlomeno nella parte di quello che risulta accessibile. L'Aquila è una bella città, dal passato visibilmente più rilevante (storicamente) rispetto alla nostra Campobasso, testimoniato da eleganti palazzoni, cospicue chiese e ampie piazze; un presente magmatico ma pulsante, con i tanti giovani che, nonostante la ferita ancora sanguinante del sisma, pullulano nelle strade, tra i locali che sprizzano fame di "eros e thanatos", con cocktail di musica e, immagino, qualche pasticca digestiva, non priva di pericolose controindicazioni. Il futuro è un'incognita, qui come altrove, forse più che altrove, ma la sensazione è che, di là dei cliché, questa città abbia la forza per risollevarsi, confidando nella speranza che nuovi sismi non tornino a scuoterla così forte, sempre che la feroce ingordigia di alcuni uomini non si presti meglio e prima allo scopo.
Viaggiare mi piace sempre più, sebbene non sia ancora riuscito a vincere alcune prassi che contrastano quest'avvincente attrazione: abitudinarietà, poco, pochissimo sonno, ansia di vedere, girare, assaggiare, conoscere, e l'inevitabile stanchezza che ne consegue. In compenso, mi adatto un po' più che in passato.
L'Aquila, questo posto così simile eppure diverso da quello in cui sono cresciuto, questo popolo martoriato dalle  doglie della Terra e dall'incuria di diversi suoi abitanti, mi ricorda ancora una volta quanto io sia piccolo, e quanto possa contare ogni gesto dei "piccoli" come me, se consapevoli di non poter controllare per intero la propria esistenza né di esserne inevitabilmente succubi, bensì di poterla in una certa misura influenzare.
Così è quasi giunto il turno di mia sorella, io non so se ho detto quanto avrei davvero voluto, in realtà non so bene nemmeno cos'ho effettivamente detto, ma mi sento come sollevato, ora che ci ho almeno provato.

giovedì 30 maggio 2019

Sono io

Siamo esseri complessi dotati di un'interiorità cui appartengono le nostre esperienze ed ogni sfaccettatura, anche quella apparentemente meno significante, della nostra esistenza. Eppure la stessa interiorità che ci permea, sempre più spesso senza che nemmeno ce ne rendiamo conto, trascende in parte la nostra vita, investendo i legami che in qualche misura ci costituiscono, e i retaggi ambientali, culturali, sociali e dunque genetici che contribuiscono a strutturarci in quanto esseri viventi.
Ecco perché, ogni qual volta accenniamo con superficialità a quella indissolubile "identità" che racchiuderebbe la nostra essenza, applichiamo inevitabilmente una sorta di riduzionismo, una cesura forse indispensabile, ma pur sempre artificiosa e labile in alcune delle sue presunte componenti ed espressioni.
Ciò non autorizza a lasciarsi insidiare dalla facile conclusione che ogni essere umano sia privo di un'articolata sfaccettatura interiore strettamente correlata all'ambiente, al corpo e alle loro relazioni, come invece sempre più spesso si va sostenendo.
Il così detto "uomo modulare", che tanto dettagliatamente critica Miguel Benasayag, è divenuto l'ennesimo mitema nella storia dell'uomo, cui aspirare quale modello d'essere al mondo nei nostri tempi. "Costui" si presenta dunque come il singolo, o meglio il "profilo", costituito da moduli intercambiabili, privo di "interiorità, storia, esperienze. Egli ha, deve avere le qualità di un hard disk".
Ecco che si profilano due visioni agli antipodi, eppure così simili nei loro semplicistici approdi: da una parte l'essere umano è percepito come pura interiorità, un blocco unico insensibile ad ogni afflusso esterno; dall'altro, esso è completamente deprivato di ogni sostanzialità intrinseca, e rappresenta null'altro che una costruzione sulla quale apporre pezzi più "performanti" o detrarre quelli che si ritengono inutili se non dannosi.
Ma noi, come detto, siamo molto più di questo: più di un contenuto stipato in un contenitore, più di un ammasso d'informazioni ed esperienze; più di un blocco d'argilla in cui è soffiato un alito divino. 
Quello che siamo non sono capace di spiegarmelo o di dirlo a parole, forse posso solo intuirlo e lasciarlo cadere.
Siamo parte d'un tutto, di questo sono certo: e in quanto parte non possiamo pretendere di farcela da soli, ponendoci al di sopra d'ogni altra cosa. Abbiamo il dovere di rispettare ciò che ci circonda, e rispettarlo non è facile come sembra. 
Nell'epoca delle mode che banalizzano grandi temi del vivere, dell'esasperazione della forma che svuota il contenuto, è fin troppo comodo scambiare la potenziale parte di un percorso con un approdo.
Sono vegano-rispetto gli animali. Ho l'auto elettrica-non inquino. La lista potrebbe essere assai lunga, ma mi bastano due esempi per dimostrare che le cose sono più complesse di come ce le vogliamo rappresentare.
Recuperare il "senso del Sacro", inteso come ciò che è "aldilà" della nostra consapevolezza, appare essenziale. Equivale a riconoscere la nostra "finitezza" che, lungi dall'essere scusante di ogni nostro errore, ci responsabilizza.
Avere "senso del Sacro" vuol dire, inoltre, rendersi conto che esiste qualcosa che trascende i nostri limiti e allo stesso tempo li integra, qualcosa di più grande: e no, non sto parlando di un essere soprannaturale. Chi ha un figlio o ama una persona si rende ben conto di quello che voglio dire.
In definitiva, la nostra storia personale, per quanto rilevante e sensibilmente riconoscibile, non è che una minima parte di ciò che effettivamente siamo.

martedì 16 aprile 2019

L'ossessione della giovinezza

All'arrivo della primavera, quando le giornate erano abbastanza lunghe e le vecchie mura della casa si lasciavano assuefare dal tepore del sole, i miei nonni paterni lasciavano le buie stanze della loro abitazione cittadina e tornavano al paese.
Io, mia sorella e i miei genitori vivevamo al piano superiore di una palazzina costruita agli inizi del secolo scorso: due camere, un bagno e la cucina. Al piano inferiore si ripeteva grossomodo la stessa divisione: era lì che i miei nonni trascorrevano le loro giornate.
Giù il mobilio era rimasto quello degli anni 60', c'era il caminetto sporco di nero e fuligine, nel bagno solo la tazza e un piccolo lavandino.
Mio nonno paterno, di cui porto il nome, aveva un occhio di riguardo nei miei confronti, così come io serbavo grande stima e affetto nei suoi.
Alla sera ci coricavamo entrambi sul vecchio materasso con cuscini imbottiti di lana di pecora: faceva freschetto nonostante la stagione, date le spesse mura di pietra e la mancanza, al piano inferiore, di altri mezzi per scaldarsi all'infuori del piccolo caminetto. Sotto le massicce coperte pareva che l'animo si scaldasse assieme alle membra, e il nonno mi raccontava i "fattarelli": di quando, in guerra, aveva tentato di fuggire dal campo di concentramento tedesco con il suo compagno entusiasta di mangiare patate crude ed erba fresca che a lui, invece, nonostante la fame, continuavano a non garbare molto; poi l'arrivo degli americani, e ancora il celarsi nelle flautolenti fogne prima della fine della guerra.
Ma raccontava anche storielle della tradizione, come quelle del lupo e della volpe, il primo sempre soggiocato dalla più furba seconda.
Lo avrei ascoltato per ore ed ore, se solo il sonno non fosse soggiunto, ineffabile, ad irretirmi tra le sue accoglienti braccia.
Il rispettoso riguardo che tributavo agli anziani era già stato certamente instillato in me dall'educazione dei miei, ma credo si sia radicato ulteriormente in quei preziosi anni.
Non ho mai guardato ai "vecchi" come fardello da accantonare il prima possibile, bensì quale fonte d'ispirazione, cassetti ricolmi di storie da raccontare e da cui trarre preziosi insegnamenti. Certo, fin da bambino vedevo anche i lati negativi della vecchiaia: gli affanni, i volti segnati dal trascorrere del tempo e degli eventi, le malattie. 
Più di questi ultimi, però, mi spaventa la prospettiva di un mondo fatto di soli "giovani", o di individui molto in là con gli anni che vogliono apparire tali. Non amo i bianchi filamenti che strenuamente continuano a spuntare tra la mia non più foltissima e castana chioma: semplicemente li accetto, sono prolungamento della mia essenza, sarebbe assurdo coprirli o mascherarli. Essere performanti, aggiornati, in voga, appare evidentemente un'esigenza comprensibile in una società tutta puntata all'apparenza e al "funzionamento" come la nostra. Bisogna comunque guardarsi dal divenire la caricatura di se stessi, e aderire più ai bisogni intrinseci del proprio corpo ed estrinseci dell'ambiente, che a quelli oramai completamente artificiosi di una società che ha perso di vista questi due fattori nodali. 
La nostra epoca sembra non poter fare a meno dell'ossessione per la giovinezza, nella speranza di vivere per sempre un'esistenza svuotata di qualsiasi significato.
Rimpiango i miei nonni e la loro fiera saggezza, la dignità dei loro anni, delle loro rughe, la pesantezza dell'esperienza, il dolore degli acciacchi che esprimono ancora tutta la forza della vitalità, per quanto al suo crepuscolo.
Io e i miei coetanei saremo, come peraltro già molti altri sono, esteriorità che inevitabilmente declina senza voler soccombere, burattini che lasciano muovere i propri fili dallo schermo di un cellulare, e dimenticheremo, nel frattempo, di vivere il poco che ci resta.

martedì 26 marzo 2019

"Nel Mondo", a modo mio

Scrivo questa breve riflessione mentre mi trovo in una sala d'aspetto per la visita medica di un parente che ho accompagnato. Avrei avuto innumerevoli e più consone circostanze per farlo, ma, tant'è, all'urgenza d'esprimersi non si danno appuntamenti né orari.
Da qualche settimana ho preso la decisione di eliminare i profili "social" sui quali ero attivo, e che tentavo di utilizzare maggiormente per la condivisione dei miei scritti e di altre esternazioni di minor conto ma ad ogni modo rispettose dell'altrui sensibilità. La vita come ben sappiamo è connotata dal serio e dal faceto, e non ho mai ritenuto opportuno ridurre al silenzio quest'ultimo aspetto, che stimo altrimenti assolutamente connaturale alla mia esistenza. Di più, non ho mai preteso, e sarei stato uno sciocco nel farlo, che i "social" fossero univoca espressione di tematiche esistenziali e profonde dissertazioni sulla realtà che ci avvolge. Pur ponendomi sempre con atteggiamento critico rispetto al tipo di uso che se ne potesse fare, ho inteso adoperarli prima per un'umana esigenza di riconoscimento comunitario, anche laddove questa fosse autoreferenziale, e poi perché sostenevo, e continuo a sostenere, che se ne possano trarre fruttuosi esiti sebbene a discapito di potenziali distorsioni negative. Evidentemente queste ultime, per quel che concerne la mia personale condizione nell'utilizzo di tali canali comunicativi, rischiavano di prendere il sopravvento. Mi sono risolto a cancellare i miei profili, dunque, per un insieme di motivazioni che vado brevemente ad elencare.
In primo luogo essi erano una consistente fonte di distrazione, il che non è di per se un elemento malvagio, ma avendo a disposizione moltissime altre e migliori riserve cui attingere al riguardo, i "social" cominciavano ad essermi d'intralcio. Da qualche giorno stavo infatti cercando di immergermi nella lettura di un libro assai interessante e parimenti scritto in linguaggio specifico di non semplice fruizione: ebbene facevo fatica a riuscirvi, ed ogni qualvolta la lettura diveniva eccessivamente impegnativa fuggivo verso lo schermo del mio cellulare in cerca di più facili  scappatoie. 
Ma (quasi) tutto quel che trovavo urtava la mia intelligenza ed emotività, e non da ultimo il buon senso, al punto che cominciavo a chiedermi cosa ci facessi, io, nonostante i tanti miei difetti, in quel grondaio d'approssimazione e malelingue, assorbito dalla giungla d'estemporanee esternazioni sintomatiche d'indisposizioni fisiche ed emotive mal incanalate, nell'assurda pretesa di sviscerare una verità che si voleva assoluta, e che non poteva essere se non relativa. Ci facevo, forse, quel che pochi altri internauti (quale termine obsoleto), con immani difficoltà, si sforzano di fare, ovvero "stare nel mondo" sapendo di farne piena parte, impegnandosi stoicamente nel non lasciarsene cannibalizzare, bensì relazionandosi, per quanto possibile, in maniera dialettica con esso. 
Ebbene, l'elevata soglia di sopportazione, l'erudita impassibilità ottenuta a colpi di vivida e disincantata esperienza, non è mai stata una delle mie migliori qualità. Così ho ceduto alla volontà di mandare tutto quel ciarpame a farsi benedire, ed eccomi qui, a non crogiolarmi giammai nella vile illusione  d'essermi sbarazzato delle tante brutture che permangono nella nostra società, ma augurandomi, quantomeno, d'essermi tolto d'impiccio da una delle tante incongruenze che mi, e ci, contraddistinguono.
Ora, non ricordo bene quale filosofo disse che bisognava guardarsi dal cattivo gusto di voler essere amici di tutti, ma in effetti aveva le sue buone ragioni. Di amici ne ho davvero pochi, credo anche e soprattutto a causa mia. Nonostante questo non amo esprimermi cinicamente, mi piace invece essere educato anche nei riguardi di chi non apprezzo particolarmente, esimendomi, ovviamente, dal prostrarmi con deferenza al suo cospetto. Ma cos'è leggere post feroci, discriminatori, ignoranti, follemente iracondi, goffamente assurdi, vomitevoli sentenze purificatorie che nemmeno la peggior Inquisizione, e starsene lì buoni in silenzio? Cos'è questa se non deferenza o al più indifferenza?
Rispetto il diritto d'opinione di tutti, ma nel merito, laddove ne vedo l'urgenza, sento l'istinto e l'opportunità d'intervenire. Questo bisogno si scontra con la necessità del "quieto vivere" che ugualmente bramo, come la maggior parte dei miei simili. 
Infine estraniandomi da questa parte di mondo virtuale, stavolta in maniera totale, non posso che guadagnarne in termini di tempo, coerenza e salute.
E a tutti coloro che, genuinamente, si ostinano a prenderne parte, rivolgo la preghiera di segnalarmi le proprie manifestazioni, austere o frivole che siano, in modo che io possa fruirne tramite differenti canali. 
Ancora a loro, con riguardo all'ambito delle "reti telematiche sociali" cui ho fatto riferimento in questo scritto, auguro migliore sorte, e maggior saggezza di quanta ne possa aver usata io.

sabato 9 marzo 2019

La perfezione esiste



Un paio di settimane fa gironzolavo ansioso nei pressi del nostro bel castello, nell'arduo tentativo di realizzare una foto che rendesse il senso del movimento, come richiesto dall'insegnate del corso fotografico che sto frequentando.
Stavo per gettare la spugna, quando d'un tratto mi ha travolto quello che, con un eufemismo, potremmo definire un "gran colpo di fortuna": un bimbo sguscia fuori da un vicoletto, inseguito dal suo cucciolo preferito. Un momento estatico, di gioia assoluta, che parla da solo.
Ho colto quel momento, l'ho fissato nell'obiettivo della mia macchinetta, lasciandone intatto il ritmo, il battito, il senso.
Forse la perfezione esiste, anche se dura solo un attimo, il tempo di non lasciarle crescere attorno altre idee che la soffochino.
Un po' come quando, da bambini, si correva senza alcuna meta,  con il sudore che grondava copioso dalla nostra fronte.
Alla ricerca di nulla.
Tutto quello di cui sentivamo il bisogno, era racchiuso in quell'attimo.

giovedì 7 marzo 2019

Gli affreschi del castello di Gambatesa e un mistero ancora irrisolto



Nel 1656-1657 anche Gambatesa, come tutto il Regno di Napoli, fu colpita dalla peste.
All’epoca nel nostro territorio vigeva l’obbligo, ancor prima che la consuetudine, di ricoprire con la calce viva le mura interne, al fine di “disinfettare l’ambiente”. Tale pratica è testimoniata dai colpi di piccozza visibili ancora oggi su alcune pareti del castello, attuati proprio per permettere alla calce di aderire meglio.
Tradizionalmente, e forse in maniera approssimativa, si ritiene che da quel momento fino al primo intervento di restauro interno, avvenuto tra il 1977 e il 1978, tutti gli affreschi siano stati ricoperti dall’ossido di calcio e da diversi strati d’intonaco addizionati nel corso degli anni. Questa tesi è suffragata dalle testimonianze di chi ha preso parte al primo intervento di restauro, da molti di coloro che frequentarono il castello tra gli anni 50’ e 70’, nonché dalla penuria di documenti storici che facciano menzione delle raffigurazioni pittoriche.
In realtà già nel suo “Apprezzo del feudo di Gambatesa”, realizzato tra il 1697 e il 1698, nel descrivere il nostro castello, Giuseppe Parascandalo affermava: “s’entra in una sala quadra con intempiatura, muro pittato a friso, a destra, ed in testa di detta sala, vi sono quattro stanze con intempiatura”.
A poco più di quarant’anni dall’avvento della peste, dunque, almeno alcune porzioni di affresco dovevano essere nuovamente ben visibili.
Inoltre, spesso le memorie riportate si rivelano discordanti: alcuni anziani con cui ho avuto modo di chiacchierare al riguardo, ricordano che, tra gli anni 50’ e 60’ del secolo scorso, determinati affreschi erano distinguibili.
Oggi, grazie all’instancabile lavoro di ricerca del Prof. Salvatore Abiuso, custode della biblioteca comunale, abbiamo un nuovo elemento che va a complicare ulteriormente questo già intricato enigma: un documento ufficiale del 1933, reperito nell’archivio storico del comune, riporta una descrizione sommaria del nostro maniero, nelle cui righe finali si legge “alcune sale contengono degli antichissimi affreschi, discretamente conservati”.
Ebbene, nel 1933 diversi affreschi si vedevano, e chiaramente.
È possibile che negli anni 70’, come sembra testimoniare la foto riportata a corredo di quest’articolo, non fosse più così? Erano stati nuovamente ricoperti e intonacati? Se così fosse, quale fu il motivo, e quale il periodo della nuova intonacatura?
Allo stato attuale delle cose, non è possibile rispondere univocamente a queste domande.
Quello che appare certo, però, è che i pregiati lavori di Donato Decumbertino abbiano traversato alterne vicende, uscendo in qualche modo “vincenti” e, per lo più, indenni dall’incessante scorrere del tempo e degli eventi.

La vecchia bottega d'un sarto



Intonaci color catrame chiaro tappezzati di ritagli di giornale, calendari di un'altra era, foto ingiallite ma più vive del ragazzetto con l'iphone che attraversa la strada.
Le grandi e scure macchine da cucire forgiate in ferro pesante, busti di manichini imbottiti, carichi di cappotti cammello e tessuto scozzese.
L'aria odora di tabacco bruciato, che fuma da una sigaretta di cui è rimasta per lo più cenere. Un uomo sulla sessantina lavora placido e accorto: pare che al di fuori di questo momento, di questo spazio fiabesco e inafferrabile, non esista null'altro.
Sarà l'effetto che trasmette chi ama ciò che fa.
Il sentore di un mondo che, lentamente ma in maniera inesorabile, continua a scomparire.

Il suono del noce



C'era un grande noce che affondava le sue robuste radici affondo nell'aspro terreno, di fronte alla radura.
Le sue fronde si muovevano grevi al debole soffio del rovente vento estivo.
Piccoli uomini dalla forza erculea dissodavano il suolo intorno: affondavano con veemenza i propri arnesi nella terra riarsa dal sole cocente.
La pelle scura cotta dal duro lavoro quotidiano, le piaghe sul volto, i calli sulle grosse mani.
I bambini si riposavano nell'ora più calda, giocando ad acchiapparella sotto l'ombra refrigerante del "grande vecchio".
Le donne stendevano la tovaglia su un timido prato pagliericcio, poco discosto. Tagliavano il pane e il formaggio fresco di capra, versavano il vino.
Si lavorava poi ancora, per ore ed ore, e giungeva il tramonto, che illuminava i lunghi passi che conducevano al ritorno, a casa. Poco più che un ovile.
Una partita a carte, una zuppa di fave, due chiacchiere prima di coricare le proprie membra stanche, per attendere un nuovo giorno.
Il grande noce restava lì silente, quieto. Solo le foglie bisbigliavano qualche mormorio di tanto in tanto.
E quando lo facevano, il loro suono giungeva alle finestre aperte dei braccianti: così sentivano la voce del vecchio, imperturbabile  arbusto, che tenue augurava loro un po' di riposo, durante la breve notte.

Dove stiamo andando?



"Ci sono storie da raccontare che non sono canzoni".
Così leggevo qualche anno fa, in un bel libro del giornalista musicale Niall Stokes. Una frase lapidaria per riaffermare che non tutto può essere condensato in una rappresentazione artistica della realtà, sia essa un dipinto, un'opera lirica o una qualunque altra manifestazione "estetica".
L'arte, in tutte le sue variegate sfaccettature, ha sempre avuto molto a che fare con la vita quotidiana, con le problematiche umane, più o meno profonde.
In un periodo storico in cui l'arte preponderante da un punto di vista mediatico ha smesso di occuparsi di questioni esistenziali, se non con vaghi riferimenti di circostanza a dir poco approssimativi, non mi stupisco affatto della deriva generale che sta prendendo la società in cui viviamo.
C'è chi si riferisce agli "altri" come a dei "barbari", ovviamente nell'accezione deteriore del termine, da scacciare a qualunque costo. D'altro canto c'è anche chi inauditamente non percepisce, o finge di non percepire, tensioni tumultuose in seno alla comunità, non certo giustificabili nelle loro aberranti esternazioni di ignoranza, ma comprensibili alla luce di mancate risposte e assordanti silenzi da parte delle istituzioni e della migliore "intelligentia" globale.
Alcune questioni affondano le proprie radici nella natura stessa dell'uomo, oltre che in processi storici lunghi secoli se non millenni. E sono complicate da affrontare.
Non sarò mai dalla parte di chi dimentica innanzitutto di essere Umano, di dover usare la ragione e la coscienza, puntando sempre alla migliore soluzione possibile per il bene comune (ovvero di tutti, nessuno escluso).
Chi, d'altra parte, snobba tali problematiche ergendosi sul tetto del proprio benessere, coltivando la non curanza, non fa altro che fomentare posizioni di odio e rancore.
Dove stiamo andando? Esattamente dove ci portano due nemici agli antipodi, ma che lavorano bene insieme: l'indifferenza e la rabbia.

Non di solo pane, ma anche



Siamo nel periodo di raccolta delle olive (tempo meteorologico permettendo), e dunque mi pare opportuno esternare una considerazione che mi porto dietro da qualche anno.
Non di rado mi è capitato di leggere e sentire sedicenti intellettuali apostrofare sarcasticamente l'olivicoltura o la vendemmia, lasciando intendere che si tratti di attività da villani (nel senso deteriore che il termine ha assunto) ignoranti.
Certo, nessuno vuol mettere in dubbio che esistano questioni estremamente più importanti e dirimenti, e che bisogni nutrire il proprio intelletto anche con ben altri contenuti.
Ma è giusto mancare di rispetto, senza fare alcuna distinzione, a chi si impegna personalmente per la raccolta e trasformazione dei prodotti della propria terra?
Fin dall'antichità l'olio di buona qualità era considerato foriero di proprietà benefiche, se non addirittura terapeutiche, per il nostro organismo.
Alla luce delle più moderne ricerche, tale tesi è stata rafforzata, e un misurato consumo di tale prodotto è altamente consigliato dagli specialisti.
Senza considerare la portata sociale e culturale che tali pratiche rivestono, specie se ancora attuate in maniera tradizionale, consiglio a questi arroganti tuttologi di rimboccarsi le maniche, salire su un albero, cogliere il frutto, riporlo nelle cassette e trasportarlo al frantoio per la molitura.
Il loro fisico e la loro mente non potranno che trarne benefici.
Se poi preferiscono l'olio "lampante" venduto a 3 euro nei supermarket o il vino colmo di solfiti, beh ognuno ha i suoi gusti e la sua salute!
Un'ultima cosa: a volte si impara più da una dura giornata di lavoro in campagna, che in un tanto sofisticato quanto banale convegno.

Re-Mazzarò (2018)



Le "cose" non hanno un valore intrinseco, se non quello che noi attribuiamo loro. È banale, ma ogni tanto bisogna ricordarsene.
Essere eccessivamente attaccati ad un oggetto può essere sintomo di superficialità, o addirittura di avarizia, come nella novella di Verga.
Ma anche l'atteggiamento inverso ha in sé qualcosa di deleterio. Una pratica che, specie nel 2018, nonostante la crisi di valori e il venir meno di un retroterra solido su cui porre delle basi progettuali d'esistenza, è sempre più accentuata dall' esasperato consumismo che ci contraddistingue.
Per questo mi piace "prendermi cura" delle mie cose: pensare che alcune di queste mi accompagnano da tanti anni, e sono ancora in buone condizioni, mi aiuta a riconciliarmi con i sacrifici che i miei nonni e i miei genitori hanno affrontato per farmele avere.
Ecco che alcuni oggetti acquistano valore, e ovviamente non si tratta tanto di un valore economico, quanto affettivo collegato a sua volta ad un atteggiamento "etico".
No, di qui a cent'anni non la porterò certo via con me "la roba", come voleva fare Mazzarò.
Ma nemmeno la getteró il giorno dopo nel cestino, in nome dell'iphone all'ultimo grido o di un maglione griffato da 300 euro.
La novella di Verga che studiammo a scuola è ancora estremamente istruttiva, dal mio punto di vista, e rileggendola nel contesto odierno vi scorgo una  doppia critica: l'una rivolta a chi enfatizza il valore dei beni materiali, l'altra a chi li dà per scontati.

Perché non siamo Sanniti



Amare la propria terra e interessarsi alla sua storia, come il non conoscerla affatto, potrebbe indurci nella facile tentazione di rievocare delle "gloriose" origini e mitologiche discendenze.
Spesso il Molisano si autodefinisce Sannita, supponendo, a volte anche in buona fede, di essere l'erede di un "popolo" celebre per la strenua resistenza che oppose alle più numerose masse romane, di lì a poco assurte a ruolo dominante nell'Occidente europeo.
Se la rilevanza storica e la complessità organizzativa della società sannita non possono essere messe in discussione, alla luce dei più recenti studi, delle evidenze archeologiche, e della semplice analisi dei fatti (le genti italiche che per secoli misero in difficoltà i romani non potevano certo essere un popolo di rozzi pecorari), lo stesso non si può dire della presunta stretta connessione che intercorrerebbe tra i moderni Molisani e questi ultimi.
I Molisani non parlano una lingua elaborata partendo da quella sannita, bensì una lingua figlia del latino (in uso ai Romani) e di varie contaminazioni successive.
I Molisani non professano una religione politeista sul modello sannita; "nemmeno i Romani", obietterà qualcuno. In realtà, come molti di voi sapranno, a partire dai primi anni del IV secolo d.C. il Cristianesimo si diffuse ampiamente nell'Impero, divenendo inesorabilmente la religione di Stato.
Infine da un punto di vista prettamente scientifico probabilmente gli attuali Molisani sono tanto simili agli antichi Romani che ai Sanniti.
L'unico elemento, peraltro non da poco, che condividiamo con il popolo sannita è parte del territorio in cui si era stanziato. Ma della cultura sannita, della sua celebre "resistenza" in quanto "popolo", e non come virtù individuale, poco ci è rimasto.
Faremo allora bene ad interessarci più al nostro territorio nel tentativo di conoscerlo e valorizzarlo, spingendo in tal senso su una politica locale e centrale che lo ha sempre snobbato quando non denigrato, piuttosto che richiamarci ad un passato illustre che non ci appartiene, se non per motivazioni geografiche ed ambientali.
Ed è proprio in virtù della rilevanza di tali motivazioni, e di tante altre positive componenti, che non possiamo crogiolarci nella nostalgia di un'antica grandezza, ma dovremmo batterci per il miglioramento di una preoccupante situazione presente, e per la mancanza di una prospettiva futura.

sabato 2 marzo 2019

La morte dell'uomo?

Il non vago sospetto che nella società attuale, come in tutte quelle che l'hanno preceduta, vi sia un intrinseco fattore di fondamentale disequilibrio e disarmonia, mi ha spinto ad approfondire i miei interessi circa l'origine dell'uomo, la sua natura, i passi che lo hanno condotto ad intraprendere il percorso che sta tutt'oggi seguendo.
Le mie precarissime conoscenze al riguardo derivavano, e per lo più ancora derivano, da riflessioni personali scaturite dall'esperienza diretta e dalle residue nozioni didattiche ed extrascolastiche. Ho cercato dunque di ampliare ed integrare queste fragili consapevolezze, dedicandomi allo studio di autori che hanno speso un'intera esistenza nell'analisi di tali problematiche, non solo compiendo erudite ricerche metodologiche, ma anche vivendo, in maniera piena, sulla propria pelle realtà estremamente distanti dalla nostra.
Mi riferisco alla quotidianità di quei popoli, oggi pressoché estinti, cui sin dal 500' la civiltà occidentale affibbió l'inproprio appellativo di "selvaggi".
A ben vedere la storia dell'umanità, per come ci è stata tramandata attraverso le fonti scritte, è contraddistinta dalla dicotomia tra "barbari e civili".
Nel chiarire tale netta distinzione, operata da uomini delle più disparate epoche fino a giungere a quella contemporanea, ben si presta una riflessione del filosofo francese Montaigne, che già nel sedicesimo secolo affermava: "Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l’uso perfetto e compiuto in ogni sua cosa".
Montaigne, la cui rilevanza nel dipanarsi della tendenziosa dualità tra civiltà e barbarie rimane capitale, non fu certo il primo a porre delle rilevanti questioni in ordine alla faziosità di tali distinzioni: tra gli altri, già i greci Eschilo e Erodoto, con le dovute differenze storico-sociali, avevano marcato l'accento sulle miriadi di sfumature che una così netta separazione poteva indurre.
Quando, dal Cinquecento in poi, la conquista europea dei territori americani condusse allo sterminio di milioni di nativi (se non perpetrato con la violenza, raggiunto tramite la diffusione di malattie mortali per gli indigeni), alla sistematica distruzione delle loro civiltà, e all'assimilazione per lo più forzata dei residui sopravvissuti, i barbari vennero identificati con i selvaggi.
Successivamente, secondo l'evoluzionista ottocentesco L.H. Morgan, quello del selvaggio altro non era che uno stadio dei tre sviluppi della cultura umana, i cui successivi sarebbero stati, per l'appunto, il barbaro ed infine il civile.
Mi piace soffermarmi appena sull'etimologia del termine "selvaggio":  dal latino silvaticus, selvatico, non coltivato, estraneo alla cultura e a tutto ciò che avviene all'interno delle mura della città.
Basterebbe questa definizione per screditare totalmente la visione etnocentrica dell'uomo occidentale ottocentesco: diverse popolazioni considerate da quest'ultimo selvagge vivevano in maestose città, con monumenti che nulla avevano da invidiare a quelli europei. 
Eppure, bisogna andare più a fondo alla questione se si vuole smontare totalmente la visione pregiudizialmente negativa che, in questo preciso istante, milioni di individui continuano ad avere di tutto ciò che non è progredito, sviluppato, moderno. 
In polemica contro le più ciecamente abbagliate tendenze illuministiche del suo tempo, Jean Jacques Rousseau trasse la sua aspra critica della civiltà, causa dei malanni umani, e l'elogio della condizione naturale. 
Dobbiamo a questo punto brevemente addentrarci in quella che viene comunemente definita preistoria, in una delle sue tappe fondamentali: il Neolitico.
Sembrerebbe che tutti gli studiosi moderni siano concordi nell'individuare in questa fase il germinare di quelle che sarebbero state le fondamenta di quasi tutte le società attuali: in primo luogo il graduale abbandono del nomadismo, della caccia e della raccolta, la scoperta della domesticazione e dell'allevamento degli animali, dell'agricoltura. Tali pratiche permisero, nel corso di secoli, di creare un "surplus" alimentare, che a sua volta alimentò l'istituzione di figure non addette al diretto reperimento di sostanze nutritive e all'adempimento di attività vitali, utilitaristiche o animistiche che fossero, e quindi alla stratificazione della società. L'uomo si stava dando un ordinamento piramidale, del tutto sconosciuto nel paleolitico. I paleolitici vivevano dunque nella tanto decantata "età dell'oro", nel giardino dell'Eden i cui frutti erano reperibili senza alcuno sforzo e atrocità? Evidentemente la risposta non può che essere negativa: esisteva la violenza, ma si trattava di una violenza perlopiù individuale, che non è stata affatto debellata dall'istituzione societaria. La guerra, invece, non esisteva affatto, e nella peggiore delle ipotesi si poteva giungere a lotte tra diverse tribù, estremamente rare. Così v'era ovviamente un fattore di disuguaglianza, ma non certo nella misura posta in essere dalle più moderne strutture di potere: le evidenze archeologiche, ad oggi, riportano una generale equità nelle sepolture paleolitiche, non contraddistinte da particolari segni di "leadership" o rango.
Arriviamo ora all'interrogativo cui centinaia di studiosi hanno tentato di dar risposta: perché alcune genti giunsero a tali stravolgimenti e altre no?
Jared Diamond, nel suo saggio "Armi, acciaio e malattie", sostiene che la direzione intrapresa non fu il frutto di una scelta o di una preminenza intellettiva da parte degli eurasiatici, ma null'altro che il risultato di fattori ambientali: nel continente eurasiatico esistevano le migliori condizioni per il raggiungimento del "grande balzo in avanti": clima temperato, molte specie animali e vegetali domesticabili, grande varietà di territori e culture, non separate da limiti naturali difficilmente valicabili. Ecco perché, ad esempio, gli aborigeni australiani, per l'autore non certo meno capaci ed intelligenti di un europeo medio, non arrivarono mai ad intraprendere la via del modernismo e della "tecnica": essi erano tra i popoli più isolati al mondo, in una terra estremamente difficile da abitare e sfruttare, piena d'insidie e circondata dall'oceano. Forse, con l'andare dei secoli, se non dei millenni, anche gli aborigeni, pur senza avere contatto alcuno con gli esploratori, sarebbero giunti alle stesse conclusioni. Così, i nativi americani, i cui avi eurasiatici pervenirono dall'altra parte dell'oceano sfruttando lo stretto di Bering durante l'ultima glaciazione, erano solo in ritardo rispetto alla civiltà europea, quando questa piombò ad impadronirsi della loro terra e delle loro vite.
La tesi di Diamond poggia su alcune evidenze inoppugnabili, vuole essere una critica alla visione razzistica, ma parimenti concede, seppure ingenuamente, la guancia ad un giudizio aprioristico delle popolazioni "selvagge". Il punto cui il saggista non ha prestato attenzione, appare a chi scrive quello nodale: non "perché gli occidentali hanno colonizzato le terre dei papuasi e degli aborigeni, e non viceversa?", ma "perché hanno voluto farlo"? Intendo dire, anche i "Vichinghi", secondo i più recenti accertamenti, giunsero nella Americhe, e ben prima di Colombo, ma non imposero la propria cultura. Forse, mi si obietterà, i Vichinghi non erano in grado di farlo, tanto più che la loro frequentazione delle coste del Nuovo Mondo fu parca e frammentaria. La questione, però, rimane aperta: per quale motivo, tolta un'iniziale curiosità e sete di conoscenza, gli europei decisero di divenire i padroni del Nuovo Mondo? Le cronache del tempo e lo studio della storia mi lasciano perplesso, dubbioso che questa, più che una necessità ineluttabile, fosse una scelta deliberata.
Non v'è tesi evoluzionistica che possa rispondere a questo dilemma, e si sarebbe tentati di dirla con Hobbes ,"homo homini lupus": dunque ogni uomo sbrana il suo consimile per una supposta superiorità. Eppure non possiamo essere certi di quest'argomentazione, poiché non ne abbiamo la controprova. Gli aborigeni, se solo avessero avuto "armi, acciaio e malattie" avrebbero fatto a noi quello che noi abbiamo fatto a loro? Non lo sapremo mai, evidentemente.
Claude Lèvi Strauss sostiene che "l'uomo del neolitico o della protostoria è l'erede di una lunga tradizione scientifica" ma che lo spirito che lo ispirava era ben diverso da quello dei moderni; aggiunge inoltre "questo paradosso non ammette che una soluzione, cioè l'esistenza di due diverse forme di pensiero scientifico, funzioni certamente non di due fasi diseguali dello sviluppo dello spirito umano, ma di due livelli strategici in cui la natura si lascia aggredire dalla conoscenza scientifica: (...) come se i rapporti necessari  che costituiscono l'oggetto di ogni scienza, neolitica o moderna che sia, fossero raggiungibili attraverso due diverse strade, l'una prossima all'intuizione sensibile, l'altra più discosta.". Sulla scia di Montaigne, con cui avevamo iniziato, e di molti altri sapienti, egli rivaluta dunque immensamente la nozione di "selvaggio", non ponendolo affatto alla soglia di un processo evolutivo, ma individuandone piuttosto un diverso indirizzo di pensiero e quindi di comportamento.
"Nel Neolitico ci sguazziamo amabilmente" ha affermato un intellettuale poco noto ai più, ma che mi ha estremamente interessato negli ultimi mesi: sto parlando di Francesco Saba Sardi. C'è da aspettarsi che Lévi-Strauss non sarebbe stato per nulla in disaccordo circa questa sua esternazione, e probabilmente entrambi sarebbero stati concordi nel deprecare le più innovative forme di etnocentrismo che, spesso inconsapevolmente, continuiamo ad attuare.
Ho tentato di dar voce ad alcune delle maggiori influenze che hanno contribuito a formare quello che è il mio attuale parere riguardo l'ineguaglianza, l'ingiustizia, la ferocia e la cecità di tanta parte della società in cui vivo, e di cui inevitabilmente faccio parte, non esimendomi affatto dall'essere, almeno parzialmente, complice di questa deriva. Ovviamente vi sono degli aspetti positivi che non posso trascurare, ma ognuno di questi aspetti si fonda sullo sfruttamento delle risorse che sono anche, laddove non solo, di qualcun altro. Se io vivessi in Africa tra una tribù di Pigmei raccoglitori e cacciatori, ammesso che ve ne siano ancora, con tutta probabilità non resisterei una settimana, e ciò non perché l'uomo sia intrinsecamente inadatto allo stile di vita adottato da questi ultimi, ma poiché provengo da generazioni e generazioni di individui che da millenni hanno abbandonato quello stile di vita, e mi occorrerebbe altrettanto tempo per riabituarmici. 
Non posso certamente propormi di risolvere le problematiche insite nella nostra società; come avete potuto apprendere, qualora non lo sapeste già, molte menti estremamente più fini, coraggiose ed istruite della mia, hanno inutilmente tentato di individuare la matrice di tali problemi, proponendo, alle volte, delle soluzioni altrettanto disattese.
Tornare a vivere come i nostri progenitori non si può e, d'altronde, ad oggi, chi lo vorrebbe e soprattutto chi potrebbe permettersi di farlo?
Il mio unico ed, evidentemente, ingenuo auspicio è  il seguente: fare un passo indietro e due di lato, non per distruggere ma per costruire qualcosa di nuovo e diverso, guardando alle cose con una prospettiva differente, donando nuova linfa ai rapporti sociali, diminuendo gli oneri e favorendo altresì il calare dei bisogni, redistribuendo più equamente le risorse. Non certo puntando alla dissoluzione di ogni diseguaglianza, che non ritengo  ulteriormente necessario confermare quale utopia, ma riducendo il divario tra uomo e uomo, rispettando ogni forma d'esistenza,  e tornando a vivere a più stretto contatto con la natura, cui non siamo contrapposti, e che in effetti non esiste come corpo estraneo, perché noi altro non siamo che natura.
Ma la tecnica (nell'accezione heideggeriana) incalza e non è più uno strumento, bensì il soggetto. Mi si rida pure in faccia quando sostengo che siamo divenuti periferia di un sistema il cui centro induce alla disgregazione della reciprocità, e che non ha morale, né senso, né mai lo ha avuto. Abbiamo traslato il cardine del nostro vivere dall'attenzione per la condizione dell'individuo, esponente della natura prima e delle comunità poi, all'incondizionata rilevanza assunta dallo strumento non per l'individuo, ma al di sopra di esso: la clava è divenuta più importante di colui che la utilizzava. E così, prostratici alla tecnica, al dio Danaro e al loro principale frutto, lo sfruttamento o l'annientamento dell'"altro", chiunque egli sia e dovunque si trovi, rischiamo di annullare persino noi stessi. 
Comparse di una vita che non è più la nostra, rifocillati dal calice dell'ambizione, del successo, dell'indifferenza, della vacuità del resto. Quando ci renderemo conto che non v'è più nulla da celebrare in questa messa, se non ripensiamo, ma che dico, se non reimmaginiamo la nostra stessa esistenza?
Nietzsche aveva intuito tutto, ma si era espresso male, o forse aveva peccato d'ottimismo: che si abbia o meno fede, non Dio, ma l'uomo è morto! Asfissiato, agognante, dal suo corpo ormai inerme ancora si leva un tiepido calore, un battito altalenante che non vuol soccombere: un grido o un richiamo sembra di sentire, "vita!"
V'è qualcuno disposto ad ascoltare?

mercoledì 20 febbraio 2019

Dietro gli occhiali da sole

La professoressa di filosofia era una signora piuttosto originale. Portava sempre un lungo piumino marrone, era alta e aveva spalle larghe, capelli tiniti di nero corvino con la ricrescita che s'affacciava furbescamente dall'attaccatura sulla fronte. A lei non doveva interessare poi molto.
Il viso risultava ancor più avvolto dal mistero, celato com'era da un paio di grosse lenti scure, occhiali da sole a goccia con la montatura tipica degli anni 70'.
Dietro quei vetri appannati dall'incuria e dall'alito caldo che emetteva di tanto in tanto, si nascondevano un paio di occhi dolci e tristi. Li vedevamo, molto di rado, quando sollevava le lenti dal naso per guardarci meglio: erano color verde acqua misto a ghiaccio.
Poteva incutere timore, la professoressa, con quel suo aspetto austero ed esotico ad un tempo, ma ogni angoscia si spegneva nel nostro timoroso animo di novelli liceali, ogni qual volta cominciava a parlare: aveva un tono affabile quanto sembrava coriaceo l'involucro che lo conteneva.
Non ho molti ricordi di quella donna, né di ciò che tentò di insegnarci. In quel periodo la mia passione per la filosofia era ancora ampiamente sopita, e le sue lezioni non mi sembravano molto più interessanti di quelle di chimica, fisica o matematica.
Però non dimentico i suoi occhi, la sua voce buona, e tutta quella roba che aveva addosso. E una domanda, che un giorno, quasi sommessamente, ci pose: "ragazzi voi siete ottimisti o pessimisti?"
Né l'uno né l'altro, mi venne da rispondere democristianamente.
Pessimista, in realtà, lo sono sempre stato, anche a discapito dei miei sedici anni. Ma amo tante cose della vita, e tante cose amo degli uomini, quasi quante ne disprezzo.
Soprattutto so, perché con alcune di queste ho la fortuna di condividere la quotidianità, che esistono rare gemme di luce, così luminose che rischiarano molto di ciò che le circonda.
E, anche se spesso non sapevo dove trovarla né come utilizzarla, ho sempre sentito che anche dentro di me, da qualche parte, doveva esserci quella stessa luce, più giallastra e fioca, ma resistente, assetata, implacabile.
Pessimista sì, rassegnato no.
Un po' mite e un po' forte, come la nostra singolare insegnante di filosofia.


sabato 9 febbraio 2019

Diario di viaggio: San Polo e la chiesetta smarrita


Io, Chiara e Vincenzo, il suo papà, siamo amanti della natura e delle lunghe passeggiate. Insieme ne abbiamo intraprese diverse, alcune anche particolarmente impegnative, e quasi tutte culminate sul crinale di uno dei tanti monti molisani.
Ieri pomeriggio, per sfuggire al torpore delle grigie giornate invernali e alla claustrofobia delle nostre case, che durante questo periodo sembrano inspessire i propri muri nel tentativo di abbracciarci, con l'annessa sensazione di soffocamento che talvolta ne diviene, abbiamo deciso di fare una passeggiata naturalistica a San Polo Matese.
Il borgo di San Polo è estremamente vicino al nostro capoluogo, e dopo aver superato poche curve a gomito, ci si ritrova ai suoi piedi. Con le sue quattrocento anime e poco più, il paesino si presenta quasi disabitato al visitatore, ma non per questo privo di fascino: il centro storico si arrocca sulla parte apicale dell'abitato, dal quale spicca una piccola chiesetta più volte rimaneggiata. Caratteristica del borgo e delle rocce circostanti sono i reperti fossili che vi si incontrano, con impronte di conchiglie e altri esseri abissali, ombre di un mondo passato che si è ritirato da queste terre.
Appena giunti nella piccola piazzetta con annesso fontanino, Vincenzo, grazie alle sue peculiari doti oratoriali, nonché alla sua naturale socievolezza, attacca bottone con due simpatici anziani del posto, i quali ci indicano la strada per raggiungere la chiesetta di S. Maria (spero di ricordare bene il nome), meta del nostro viaggio.
"Saranno poco più di quattro chilometri. Sempre dritto, non potete sbagliare".
Quattro chilometri sembrano pochi alle orecchie di un atleta da tapis roulant, ma Vincenzo, dall'alto della sua lunga esperienza di camminatore montano, ci mette in guardia: "Forse ci conviene guadagnare un po' di terreno in macchina, visto l'orario e il dislivello del tragitto che ci attende".
Ma io e Chiara siamo stati temprati dai venti chilometri percorsi tra le brulle montagne intorno a Campitello, con oltre mille metri di dislivello. Dissentiamo, siamo convinti che ce la faremo senza grossi inciampi.
Iniziamo a salire di buon passo: ad ogni metro l'aria si fa più fine, gli alberi sembrano i guardiani del tempo, i prati, le pozzanghere, il silenzio sospingono i nostri sforzi. Il silenzio rotto puntualmente dal nostro amabile chiacchierare, dalla simpatia contagiosa di Vincenzo, dalla Grazia di Chiara.
Siamo in cammino da oltre un'ora e mezza, e della chiesetta nemmeno l'ombra. Cominciamo a dubitare di aver intrapreso la giusta strada.
Il sole, già fiaccato dalle velate ma consistenti nubi, s'abbassa insaziabilmente all'orizzonte. Ci fermiamo su una delle panchine che un signore del posto ha amorevolmente intarsiato di aforismi sulla bellezza e sul rispetto della natura. Dividiamo a spicchi una non troppo saporita arancia, e decidiamo di proseguire ancora per un po'. I panorami mozzano quel poco di fiato che rimane dopo ogni sospiro, la chiazze di neve congelata cominciano ad accompagnarci e ci ricordano che siamo in pieno inverno anche se la giornata è calma ed asciutta.
Dopo aver superato le miniere di manganese, ci addentriamo in un fitto boschetto tutto marrone, ma il giorno si fa sempre più breve, il sole impietoso è sparito dietro il profilo del monte, e la paura di aver sbagliato direzione ci consiglia di tornare sui nostri passi e ridiscendere al paese. Per di più Vincenzo, scherzando, dice a Chiara che da un momento all'altro potrebbe comparire un branco di lupi. E lei, che agli scherzi crede bene fino ad un certo punto, non se lo fa ripetere.
Arriviamo a San Polo quando è ormai buio. Siamo felici, nonostante tutto: abbiamo camminato tanto, respirato aria buona, riempito gli occhi di natura per lo più incontaminata, le orecchie di silenzio e parole buone.
Sostiamo ancora un attimo al piccolo baretto dirimpetto alla piazza prima di ripartire. Una mezza birra noi, un biscotto al cioccolato lei, e la compagnia dell'affabile proprietario del locale, un giovanotto ben piazzato e alto il mio doppio, con gli occhi scuri e aperti al dialogo, al quale facciamo vedere la foto del boschetto dove abbiamo deciso di rigirarci. Ci svela che a poche centinaia di metri avremmo trovato la fantomatica chiesa, non più grande di una cappelletta privata ma assai cara agli abitanti del luogo, che ne venerano la Santa e la raggiungono a piedi ogni cinque d'Agosto.
Più di tutto rimpiangiamo di non esserci potuti abbeverare all'attigua fonte; ma poco importa, sarà l'occasione per tornare.
Per questa sera rincasiamo più sereni, più stanchi, più affamati. Più appagati. 

mercoledì 6 febbraio 2019

Mi scrivo

Stavo pensando ad una di quelle fulgide definizioni, quelle massime concise e ficcanti, estremamente rivelatrici nel loro pur apparente ermetismo. Aforismi, li chiamano.
Avrei detto allora, e senza temere di allontanarmi troppo dalla mia realtà, che scrivo per riconoscermi, ancor prima che per esser riconosciuto.
Eppure avrei detto solo una parte della verità, e questo mi spinge a tentare una risposta più esaustiva.
Scrivo per necessità, prima d'ogni altra cosa. La necessità di un atto che trovo naturale, non per l'ingenua pretesa di schiudere un'ispirazione velleitariamente artistica, ma per il rasserenamento che m'induce tale gesto. Quindi scrivo anche perché mi piace, certo.  Perché voglio esprimermi, e mi sento assai più a mio agio facendolo riempiendo un foglio bianco, materiale o virtuale che sia, con tanti piccoli segni neri coi quali cerco di disegnarmi nel mondo che mi immerge e di cui sono immerso, tratteggiando i contorni non come li vedo ma come li sento, piuttosto che parlando. Quando parlo mi manca il gesto e il contatto, sfuggono le parole, non riesco ad accalappiarle quanto vorrei.
Insomma, se ho paura di non essere un bravo scrittore, di certo mi sento spesso goffo come oratore.
Si dice che si scriva per colmare un vuoto. C'è chi al suo vuoto dà un nome: Dio, turbamento, verità. 
Si crea per colmare un vuoto. 
La scrittura è creazione, invenzione, sebbene sempre più sfoci nella ripetizione. Ripetizione di contenuti, e soprattutto di forme: le regole grammaticali ne tracciano lo scheletro, la logico-discorsività ne rappresenta la linfa. Ciò che dico deve essere comprensibile, sistematico, consequenziale. Sono le fondamenta del nostro sistema culturale.
Un po' come gli astrattisti nelle arti figurative, ad un certo punto alcuni scrittori hanno criticato questa metodologia.
A loro attiene il merito di avermi fatto riflettere su scelte che mi parevano ovvie, scontate. Voglio dire, come si può pretendere di esprimersi senza lasciarsi capire, senza usufruire delle coordinate che ci permettono di decifrare razionalmente, un pensiero, un sentimento? Eppure si può. Di più, si deve.
La poesia è la massima esponente di quest’esternazione astratta. Ma non voglio perdermi, in questa occasione, tra i meandri della trattatistica, che tanto non servirebbe comunque a spiegare e annullerebbe quel che ho poc’anzi affermato.
È mia unica intenzione porre risalto alle diverse sfumature della scrittura, al suo non lasciarsi incatenare da leggi prestabilite.
Perché scrivere è anzitutto un gioco, un gioco che non risponde a regole poiché esula dalla competitività, dalla voglia o necessità di arrivare primi; bensì un’attività ludica che basta a se stessa, il cui unico scopo è il divertimento. Troppo poco? No, molto più di quanto vogliamo ammettere.
Quando il gioco si trasforma in competizione ecco che arriva la letteratura, la peggior nemica della scrittura. Essa detta regole, stabilisce dogmi, avvia stupide tenzoni, in cui ciò che conta non è più la presunta autenticità di quel che si dice, ma la posa, il riscontro di pubblico ad ogni costo, il punto di vista del lettore e non più quello dello scrivente.
Sebbene abbandonare la rilevanza concessa al punto di vista del lettore appaia oggi poco più che un’utopia, ritengo che lo scrittore che ne tenga conto più del dovuto, ossia vi si prostri cedendo incondizionatamente pezzi di autenticità, si  faccia violenza nel cercare l’empatia di chi legge. L’empatia non si chiede, non si cerca né si ottiene: si dà e si riceve. Oppure non esiste.
Con ciò vorrei solo esprimere una speranza, che spendo in primis per me stesso, ovvero l’auspicio che si smetta di scrivere pensando soprattutto al riscontro che ne potrebbe conseguire, e si torni, o meglio, si cominci a scrivere per tradurre ciò che davvero si sente.

In fin dei conti, che s’inizi a giocare, e quindi, a scriversi per davvero.

martedì 29 gennaio 2019

Moda e anti-moda: due concezioni fallaci

Le mode sono dure da aggirare, specialmente per chi, assumendo di possedere una salda identità, tende ad esteriorizzarla sfruttando un determinato indirizzo di gusto corrente, cui propende ad uniformarsi ed infine a lasciarsi assimilare, cedendo incondizionatamente proprio quella supposta "identitas" che sarebbe nell'atto di riaffermare.
Per questo non ho mai amato le mode (pur essendoci inciampato di tanto in tanto), né apprezzo l'atteggiamento di coloro che pur di sfuggire alla gravità accentratrice dello "stile attuale" si oppongono aprioristicamente ad ogni suo contenuto, evitando con accuratezza di valutarne le varie componenti.
Facebook è stato di moda sino a qualche tempo fa, cedendo lentamente il trono (presumibilmente temporaneo) della popolarità "virtuale" a Twitter, ed Instagram in particolar modo.
Oggi i più giovani snobbano Facebook come mezzo datato e adoperato per lo più da individui di una certa età, utilizzandolo solo saltuariamente rispetto al più "figo" fratello minore, Instagram.
Non di meno, Facebook continua ad essere un contenitore colmo di esternazioni d'ogni sorta, dove le riflessioni sentite soccombono ai piedi del superficialismo, dell'arroganza, della tuttologia. Più maturi, insomma, non vuol automaticamente dire più sapienti.
Così capita di collegarsi alla home del celebre social-network e di vedersi risucchiati in un vortice di false notizie, complottismi, gratuite cattiverie, ringhiose critiche a caso, sciorinature di presunte verità universali, e quanto di peggio possa partorire un'intelligenza che si definisca umana. C'è anche dell'altro ovviamente, e io mi auguro di farne parte, ma l'atteggiamento più diffuso, in genere, è di sì fatta levatura.
Spesso valuto se abbandonare questa piattaforma, giacché ad ogni buon conto non mi appartiene, non la sento mia, come la stragrande maggioranza dei "social".
Sono sempre stato critico rispetto a tali strumenti comunicativi, e iscrivendomi non ho cessato di riscontrarvi innumerevoli negatività. Per ora continuo ad usufruirne proprio ambendo a farlo in maniera diversa, praticandoli con moderazione e cercando più di avvalorare quanto dico, che il modo in cui lo faccio. Io stesso mi sono lasciato andare ad alcuni "colpi d'effetto", che talvolta appaiono congeniali alla trasmissione di un certo contenuto, ma che troppo spesso ne annebbiano la forza e la significanza.
Ecco, mi pare che questa sia divenuta un'altra delle tante mode da sradicare, cui non contrapporre però un' "anti-moda", che inevitabilmente diverrebbe moda a sua volta, bensì un approccio più pratico e meno generalizzante.
Penso ad esempio alle ceneri del Dadaismo, prolifico e pervicace movimento culturale soffocato dalle sue stesse istanze dogmaticamente contrappositive.
Pur prendendo le mosse da una condivisibile critica di alcuni principi culturali considerati limitanti, laddove non falsi, dando inoltre origine ad opere d'arte e problematiche che risultano ancora oggi palpabili, taluni dadaisti finirono per esprimersi solo per contrapposizione, svilendo la rilevanza di una proposta alternativa. Questa, senza offesa per gli illustri esponenti della sopracitata tendenza, è una questione aperta, alla quale rispondono magnificamente le fanfare di coloro che, non avendo né un'acuta percezione delle cose né la statura di formulare un'idea, finiscono per lagnarsi indistintamente di tutto, lasciandosene divorare.
Negando ogni cosa, si finisce per negare se stessi.




giovedì 24 gennaio 2019

Una via d'uscita

Ho cercato le risposte alle mie domande nelle pagine dei libri, nei consigli dei più saggi, tra le pieghe dell'esperienza diretta.
Non m'inganno di potermi astrarre totalmente dalle teorie filosofiche, teologiche, scientifiche,  ma è mio fermo proposito, in quest'occasione come nelle altre, parlare senza filtri e con la spontaneità che contraddistingue la relazione tra me, il mio corpo (mente compresa) e il mondo circostante: cos'è che non va? Perché, voglio dire, anche il più ottuso degli uomini, se in buona fede, si accorgerebbe che più di qualche cosa non funziona come dovrebbe nel nostro mondo.
Potrei rispondere dando adito ad infinite argomentazioni sulle più disparate tematiche del vivere, ma al di là del fatto che migliaia di esperti lo farebbero meglio di me, mi ero ripromesso di essere spontaneo e diretto. Allora parlerò come il "semplice" uomo che sono, tornando alla base dei miei ragionamenti di sempre: in generale credo che manchi la voglia di ascoltarsi e capirsi reciprocamente, nonché il tanto decantato "senso del dovere" che non ha mai sostituito lo spirito di sopravvivenza, prima, e quello di autodeterminazione della propria superiorità sugli altri, poi.
Conseguentemente è assente il senso civico, nulla più che una mera allucinazione in un sì fatto modo d'esistenza: civico, civiltà di cosa? Senza alcun "senso del dovere", dell'ascolto, della comprensione, della condivisione, della comunità, cos'è questo senso civico che ci rimane? Nient'altro che una farsa dietro la quale si nascondono gli ingenui sognatori (come me, fino a poco fa) e i falsi perbenisti.
Una via d'uscita? Una via d'uscita ci vuole, se non altro per continuare a camminare, a combattere. E non deve essere, non è, necessariamente un'utopia, un'entità ultraterrena in cui stipare le speranze di una futura redenzione. Una via d'uscita è il nostro compito qui e adesso, se non come obiettivo pienamente realizzabile, quantomeno come risultato cui tendere costantemente, con la forza di ogni singolo muscolo, movimento, pensiero.
Si rende dunque necessario, vitale oserei dire, tornare ad interrogarsi seriamente su questi temi, praticandoli nelle case e per le vie, insegnandoli nelle scuole, ma non come (troppo spesso avviene) vacuo intercalare con cui sciacquarsi amabilmente il volto, per poi calpestarlo sotto il peso della propria ipocrisia ed indifferenza.
Tutti siamo più o meno ipocriti ed indifferenti, è un fattore che non possiamo annullare. Ma ciò che davvero conta sono i milioni di piccoli passi che compiamo: messi insieme segnano un cammino, e anche se capita di zigzagare, di ripercorrere uno stesso tratto, ciò che alla fine rimane è la strada che abbiamo percorso, e il luogo in cui abbiamo deciso di lasciarci cadere.
Ancor meno bisogna incorrere nell'inciampo, storicamente ampiamente documentato, di trasformare una proposta, anche radicale, di cambiamento in un reazionario ritorno a stilemi e stimmate del passato, per di più elevati all'ennesima potenza.
I nostri più drammatici abbagli sono nati da questo non sempre sincero fraintendimento, ovvero dal confondere la tensione per il cambiamento, la rottura con uno stato contingente per pervenire ad uno nuovo e diverso, con la tensione per il ripiegamento acritico su posizioni reazionarie. Reagire non basta. Bisogna reagire per costruire, non solo per demolire.
Dai grandiosi ideali della rivoluzione francese questo cieco atteggiamento ha ridestato l'incondizionata violenza del terrore e dell'assolutismo; dagli inoppugnabili valori teorici di un certo socialismo lo stesso atteggiamento ha condotto alle aberrazioni del comunismo sovietico e cinese, per non parlare poi dei figli illegitimi di questi enormi stravolgimenti: il fascismo e il nazismo.
Il padre di tutti gli errori che hanno contribuito a suscitare queste immani tragedie storiche (e ve ne sarebbero molte altre da annoverare) è talmente banale ed attuale che si fa fatica ad accettarlo: la mancanza di ascolto, di attenzione, del tentativo di dare risposte, anche negative ma pur sempre risposte. Ascoltare non vuol dire accontentare, ascoltare vuol dire tributare attenzione al proprio interlocutore, riconoscere i suoi problemi, riconoscerlo, interessarsene. Gli intellettuali, gli uomini di governo e di "potere" non possono permettersi il lusso di lasciare inascoltate, di far cadere al suolo senza colpo ferire, le sofferenze di un popolo. Peggio degli indifferenti sono solo gli indifferenti arroganti e ipocriti, e purtroppo nelle pagine della nostra storia se ne contano molti.
Voglio ancora puntualizzare, per non incappare nell'errore di lasciarmi fraintendere. Ascoltare il popolo non equivale ad essere "populisti", realizzando ogni suo desiderio e mandando all'aria tutto il resto: questo è esattamente ciò che succede quando il popolo non lo si ascolta, quando arrivano i Mussolini, gli Stalin, gli Hitler, e chi vuol capire capisca. Ascoltare la gente vuol dire, intanto, impegnarsi seriamente per dare sollievo alle loro piaghe, e anche se questo dovesse richiedere anni o decenni, essere veri, sinceri, realisti. Dopodiché bisogna avere un comportamento consono e rispettoso degli altri: andare a raccontare in giro che tutto va bene, che esistono milioni di nuovi posti di lavoro, che le tasse sono diminuite, che la scuola è rinata, sghignazzando e ridendo a crepapelle, è esattamente il modo migliore di sdoganare la rabbia, l'indignazione, la reazione.
Ma come abbiamo ben visto, non tutte le reazioni sono positive.

lunedì 14 gennaio 2019

Sensibili. Non buonisti

La scorsa vigilia di Natale mi trovavo a casa dei miei zii a Campobasso. Come tutti gli anni, avremmo festeggiato tale ricorrenza riunendo la famiglia, ma in questa occasione si era deciso di anticipare il classico cenone per l'ora di pranzo, permettendo così anche a mia madre, la quale avrebbe dovuto prendere servizio alle 21.00, di parteciparvi con la dovuta calma.
Durante il pomeriggio, a seguito del lauto pasto a base di pietanze di pesce della tradizione (tra queste l'immancabile baccalà), mi ero adagiato sul divano, satollo e assonnato.
Con la puntualità di un orologio svizzero, mia zia mi chiede se voglio accompagnarla a ritirare la sfoglia per le lasagne che preparerà l'indomani. Dopo qualche blanda protesta esteriore, e molte altre, più aspre e durature, interiori, acconsento svogliatamente.
Giungiamo al pastificio in centro, dinanzi al quale mi parcheggio, e decido di accendermi una sigaretta mentre attendo mia zia che si appresta a ritirare il fragrante impasto.
Un ragazzo di colore mi si avvicina chiedendomi qualche spiccio. "È Natale", mi dice. Ci penso un attimo, ricordo che non ho spicci con me, gli chiedo se vuole una sigaretta ma lui mi dice che non fuma. Decide allora di domandare ad un signore sulla sessantina che nel frattempo sta attraversando la strada, ma quello s'innervosisce e non gliele manda a dire: "e che cazzo, pure a Natale!" Mi guarda mentre proferisce queste parole, cercando una sorta di spalleggiamento, ma io, imbarazzato e colto alla sprovvista, mi volto dall'altro lato, senza dargli retta.
Se vivete a Campobasso o nei dintorni vi sarà certamente capitato di incontrare diversi ragazzi di colore all'entrata di alcuni supermercati. Il più delle volte sono persone pacifiche e nemmeno troppo insistenti, che chiedono qualche monetina, talvolta in cambio di un accendino o qualcosa del genere.
Sempre a Campobasso, se, come immagino, occasionalmente vi recate all'ospedale Cardarelli, avrete certo avuto modo di conoscere dei venditori ambulanti perlopiù di origini partenopee. Vendono calze. Alcuni di questi sono tanto simpatici quanto insistenti, e a volte riescono a convincere i miei genitori, persone affabili, a prendere qualche paio di calze, anche quando non sono strettamente necessarie.
Gli stessi venditori li potete trovare nei parcheggi di uno dei centri commerciali più noti della città.
Mi capita, di rado, di recarmi a Roma con il treno. Quando arrivo alla stazione Termini spesso vengo circondato da due o tre individui, in genere donne, presumibilmente di origine slava, che vogliono aiutarmi a fare il biglietto di ritorno con una delle macchinette preposte. In cambio chiedono qualche monetina. Sempre per le strade di Roma incrocio continuamente clochard, presunti o veri invalidi, e qualsiasi caso umano che richieda un contributo economico. Ci sono italiani, bengalesi, francesi, africani, slavi, e di tutto un po'. Alcuni sono di una tremenda insistenza, altri chiedono e poi si allontanano pacificamente.
Tornando all'episodio della scorsa vigilia, voglio fare una considerazione cercando di esulare dal facile moralismo che si presterebbe magnificamente, e in maniera letteraria, a chiosare il mio scritto con una frase del tipo "ma è Natale, non siamo tutti più buoni?". Ebbene mi è dispiaciuto che quel ragazzo sia stato apostrofato in tal modo dal signore. Mi sono sentito solidale nei suoi confronti, se non altro per i modi burberi utilizzati. Per quanto potessi intuire anche l'inopportunità evidentemente recepita dal brizzolato cittadino, sarebbe bastato dire di no. Quella esasperazione me l'attendo da un romano costretto a divincolarsi ogni giorno tra falsi e veri bisognosi, un po' meno da un campobassano che, tutto sommato, risente ancora parzialmente di tali problematiche.
Ma di là da questo, e da tutte le considerazioni possibili di carattere generale, vorrei solo porre l'accento sull'impossibilità di bollare etnicamente la "questione del bisogno".
Prima di suddividerci in popoli e culture diverse, siamo derivati da antenati comuni, e apparteniamo tutti al genere umano.
Umani, dunque.
E "restare Umani", o forse imparare ad esserlo, è l'ardua missione che ci si pone dinanzi.
Ambirei ad avere governanti che nell'affrontare le complesse questioni inerenti l'apparato statale, seppur nell'evidente impossibilità di far tutti felici e contenti, traggano le mosse dal sincero convincimento che non esistono a priori nemici da combattere, ma altri individui come noi da trattare anzitutto in quanto tali.
Ciò non per le impellenze buoniste di un giovane provincialotto che non sa nulla della vita, ma per una semplice questione di buon senso, di conoscenza, di sapienza.
E se non è chiedere troppo (ma evidentemente ad oggi lo è), di un briciolo di sensibilità.

mercoledì 9 gennaio 2019

Leggiamo: tra ragione e sapienza



Fin dagli anni della prima adolescenza ho sempre nutrito una profonda ammirazione verso coloro che leggevano assiduamente libri.
Con gli occhi di un undicenne cresciuto a pane e televisione, scorgevo in questi individui, e nel loro atto, un appetito di conoscenza che percepivo quasi "magico".
Sono state molte più le volte in cui mi sono deliberatamente spacciato per un accanito lettore (magari per far colpo su qualche ragazzina, o per mostrarmi più saggio di quanto fossi) che quelle in cui lo sia effettivamente stato.
Il mio amore per la lettura sboccia e s'assopisce a intermittenza, e questo è stato particolarmente vero almeno fino a qualche anno fa. Anzi, paradossalmente credo di aver tentato prima di "scrivere seriamente", e solo dopo di leggere con altrettanto impegno.
Sono "figlio" della televisione, dicevo, anche se poi è arrivato il web a spodestarla.
Il mio carattere inquieto m’impedisce di protrarmi troppo a lungo in un'attività che non abbia, almeno apparentemente, un immediato risultato pratico.
Questo (probabilmente un malcelato senso di colpa e insoddisfazione) si è dimostrato un buon antidoto contro l'inoperosità e l'accasciarmi su me stesso.
Così generalmente non riesco a guardare la tv, a collegarmi ad internet per un periodo consistente e in maniera spensierata, se prima non ho fatto almeno qualcosa che ritenga immediatamente utile.
Allo stesso modo prediligo leggere di sera, quando mi pare di aver esaurito il mio minimo apporto alla vita quotidiana della casa e delle persone che mi stanno intorno.
Negli ultimi anni ho perfezionato le mie qualità di lettore, preferendo sempre più spesso perdermi tra le righe di un racconto o di un saggio, piuttosto che tra le immagini di un film, molti dei quali continuo parimenti ad apprezzare come forma espressiva alternativa.
Non sono comunque diventato un lettore eccezionale, come taluni che ho avuto ed ho il piacere di conoscere.
Mi piace prendermi il mio tempo con un libro: leggerlo solo quando mi sento davvero in vena di farlo, tornare indietro di qualche pagina quando qualcosa non mi è chiaro, tenerlo sul comodino pronto all'uso per un po'. Per un certo periodo, la copertina di quel libro si confonde, in qualche misura, con l'immagine della mia vita.
E, nonostante il trascorrere del tempo, continuo ad avvertire qualcosa di "magico", inafferrabile, indefinito in un libro. Sarà lo spazio che corre tra il fissare una parola e la sua interpretazione, oppure quella prorompente facoltà di colmare un brandello vuoto di conoscenza, che a sua volta ne schiude un altro.
Ci vuole un certo periodo per leggere un libro, e talvolta impegno: la sapienza ha bisogno di tempo per lasciare il suo seme, di pazienza, d’intuizione ma anche di studio, dei sensi e, almeno in parte, della "ragione", affinché germini.
La sapienza, però, non è una meta tangibile in cui approdare, piuttosto un percorso lungo e, il più delle volte, travagliato da percorrere: questa considerazione a sua volta non è l’espressione di un imperante relativismo padre di ogni cosa, ma la presa d’atto dell’assoluto carattere umano del sapere inteso come risultato di un processo cognitivo che tenta di racchiudere ogni ambito al suo interno.
Anche gli animali sono in un certo senso sapienti, ovvero conoscono, in molti casi meglio degli uomini, le cause e gli effetti del rapporto tra il loro corpo e il mondo circostante. Ad ogni modo non sembra che pretendano di “sapere” tutto e di spiegarlo agli altri, caratteristica tipica degli individui della nostra specie.
Dagli albori della sua storia l’uomo si è opposto al timore del caos, cercando di trovare un senso ad ogni cosa, dandosi una struttura, dei ruoli, delle norme. Questo “sviluppo”, ovviamente imperfetto, è comunque l’espressione più autentica dell’esperienza umana, nel bene e nel male.
Dal basso della mia ignoranza auspico che questo processo diventi sempre più consapevole e inclusivo delle diversità che si manifestano con spirito, anche fortemente critico, ma sempre rispettoso dell’altrui esistenza.

E in questo i libri, con tutte le loro incompiutezze, possono ancora darci una grande mano.